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BREVE STORIA DELLA VESPA
a
cura di Francesca Calvo, 5^ E 2002

LA NASCITA E IL SUCCESSO
Nel 1945, conclusa la guerra, Enrico Piaggio si trova di fronte
alla pesante eredità di un grande complesso industriale da
ricostruire. Difatti, a Pontedera, nello stabilimento Toscano, la
produzione era cessata prima della fine del conflitto. Le truppe
tedesche, in ritirata, avevano trasportato macchinari,
attrezzature e centro studi che vennero trasferiti a Biella
distruggendo quello che rimase della fabbrica e degli impianti di
Pontedera.
Nacque qui l'intuizione di Enrico Piaggio nell'analizzare quello
che non era buon momento per l'economia nazionale, il Paese
mancava di tutto, mentre gli ex militari tornati dal fronte, dalla
prigionia, dalla guerra di liberazione; ricomposte le famiglie,
chiedevano il lavoro alle fabbriche. Un paese che mancava anche
delle strade e quindi di comunicazioni, la disorganizzazione delle
linee ferroviarie, l'enorme carenza di mezzi di trasporto e tutti
gli altri mezzi di locomozione, il bisogno di riallacciare
comunicazioni e quindi riprendere i contatti per la ripresa del
lavoro, del commercio, dello scambio, mettevano in condizioni un
gran numero di persone di poter disporre di un veicolo che fosse
utilitario, fosse di pratico impiego, e avesse un costo limitato
di esercizio e di minimo consumo.
Avvenuta la liberazione del nord, i tecnici e gli ingegneri di
primo ordine della Società, Piaggio, la grande fabbrica
aeronautica che costruiva i motori d'aereo, detentori di record
d'altezza ed i famosi quadrimotori da bombardamento, armamenti con
brevetti che avevano portato la Piaggio al primo posto,
raggiunsero il Centro Studi. Fra questi un tecnico di gran valore,
fra l'altro progettista dell'elica a passo variabile, l'ing.
Corradino D'Ascanio fu subito incaricato dal dott. Piaggio,
d'iniziare lo studio quindi il progetto di un veicolo a due ruote,
che corrispondesse alle esigenze dell'epoca.
Il D'Ascanio, con quella genialità d'inventore, che oggi a diversi
anni dalla sua morte noi gli riconosciamo, quale Pioniere
dell'Aeronautica ed inventore geniale nacque in Abruzzo nel 1891 e
morto a Pisa nel 1981, era entrato nella Piaggio nel 1934, dopo
una grossissima esperienza di progettazione anche in America dopo
aver conseguito la laurea di Ingegneria presso il Politecnico di
Torino nel 1914. Durante la I Guerra Mondiale l'ufficiale del
Battaglione Aviatori a Torino si occupa della manutenzione e
sorveglianza del materiale di squadriglia. In questo periodo
installa la prima radio trasmittente su un velivolo italiano,
viene poi invitato in Francia per la scelta di un motore
d'aviazione da riprodursi in Italia. Assunto dalla Pomilio
Brothers si trasferisce negli Stati Uniti per progettare a
costruire veicoli militari, ad Indianapolis costruisce tre
apparecchi da bombardamento, da ricognizione, da caccia
felicemente collaudati a Dayton - OHIO.
Nel 1926 abbozza il primo progetto di elicottero a Pescara, presso
le officine Camplone. Il terzo prototipo del D.A.T.3 (D'Ascanio-Trojani)
conquista nell'ottobre del 1930 i primati regolarmente omologati
nella classe G della Federazione Aereonautica Internazionale di
altezza (m.18) durata 8 primi e 45 secondi e distanza (m.1078,
60). Nel 1932, dopo essersi diviso da socio Barone Pietro Trojani,
finanziatore degli elicotteri D.A.T.1 - D.A.T.2 -D.A.T.3, inizia
la collaborazione con la Piaggio e per essa progetta un'elica a
passo variabile in volo, successivamente installata sui veicoli
italiani.
Abbiamo voluto fare un profilo di quello che era D'Ascanio come
progettista e pure buon conoscitore d'aerei. Conosceva la
motocicletta nella sua rappresentazione sportiva velocistica e non
aveva mai approfondito il problema motociclistico dal punto di
vista di progettazione e costruzione. Aveva comunque osservato la
motocicletta e la costruzione con i difetti che l'avevano tenuta
ai margini della massa, che in quel momento desideravano un
veicolo di quel genere, ma con particolari doti e veramente
utilitario.
Quindi staccato da una tecnica motociclistica tradizionale poté
considerare il problema da un'angolazione nuova, concepire quindi
un mezzo nuovo seguendo i criteri personali, pensando ad una
macchina che potesse essere adatta ad una persona che non era mai
andata in motocicletta. Una memoria di D'Ascanio ricordava spesso
che viaggiando in auto aveva visto i motociclisti fermi ai margini
della strada alle prese con camere d'aria bucate.
Ecco quindi la possibilità di poter dotare il nuovo mezzo con una
ruota di scorta come l'automobile, così da non costituire
problemi. Allo stesso modo per quanto riguarda il problema di fare
un mezzo con un accesso agevole e che abbia una razionale e
confortevole posizione, seduta e comoda. La creazione di un mezzo
di facile movibilità, con un'intuizione di quello che doveva
diventare in futuro il traffico della città.
L'idea di una "vettura" a due ruote
Quindi la praticità di poter guidare questo mezzo senza togliere
le mani dal manubrio, da questo il comando del cambio a manopola.
Fino allora i motociclisti pensavano di doversi imbrattare i
vestiti ed invece con il motore distante, carenato e coperto si
ovviava a questo problema. Il motore costituisce un complesso
unico, compatto, quindi trasmissione senza catena, cambio semplice
e linea compreso nel gruppo ruota-motore.
La soluzione di concezione aereonautica della forcella anteriore monotubo
che sostituiva la tradizionale forcella motociclistica e
consentiva una sostituzione rapida della ruota. Un telaio, già di
moderna concezione, come quello classico in tubi della moto, e
questo senza pregiudicare la robustezza del mezzo e, nello stesso
tempo la sua leggerezza. Questo a cavallo tra il '45 e il '46 con
queste intuizioni, anche se con difficoltà di costruzione,
un'impostazione tutta nuova antitradizionale con il problema di
entrare in produzione in quei periodi.
Con il progetto, ed il primo prototipo del mezzo (ricordiamo per
cronaca che il D'Ascanio aveva trovato al suo arrivo a Biella un
prototipo derivato da alcuni esemplari utilizzati nel periodo
bellico di cui non tenne conto) era nato un mezzo completamente
inedito. Così nell'aprile 1946 dopo il sì al prototipo da parte
del dott. Enrico Piaggio, che aveva intuito con estrema
lungimiranza le doti di quel mezzo, le prime vespa uscivano dagli
stabilimenti di Pontedera che ritornavano quindi a produrre.
Dimenticavano una cosa: il nome «VESPA». Mai nome fu più adatto ad
un oggetto. La Vespa è infatti un insetto simpatico:
individualista, indipendente, amante della natura anche se
pericoloso e improduttivo ( visto che non fa il miele ). Si muove
velocemente, senza sosta, un po’ dappertutto, quasi a interpretare
quel che dice l’etimologia stessa dello scooter ( che viene da to
scoot, filar via alla svelta! )
La Vespa nasceva con una cilindrata di 98 cc., due tempi, tre
marce, accensione a volano magnete, potenza max 3,2 cavalli a 4500
giri che consentivano la velocità massima di 60 km. orari, il
superamento di pendenze del 20% in prima, 12% in seconda e 5% in
terza. Carburatore dell'Orto diametro 16/17 mm.; il peso a vuoto
60 kg., lunghezza metri 1,65, passo 1,17, pneumatici 4.00.8.
La Vespa primo tipo era sprovvista di cavalletto, si appoggiava
lateralmente sulla pedana sprovvista a questo scopo di due
zoccoletti in lega leggera, il serbatoio conteneva 5 litri che gli
garantivano un consumo di oltre 40 km. con un litro di miscela, al
5%. L'idea dello scooter non era nuova, ma questo veicolo era
talmente esclusivo, perfetto da distinguersi nettamente con ogni
precedente realizzazione in fatto di scooter. Quindi la Vespa
cominciava a piacere anche se in quel periodo diversi costruttori
si cimentavano, per la ragioni prima esposte che nel periodo della
ricostruzione era quello di dover affrontare le possibilità di
movimento.
Dobbiamo considerare che però la Vespa superò brillantemente molti
di questi problemi e che il successo commerciale era anche dovuto
alla intelligenza iniziativa della Piaggio che aveva potuto
organizzare una capillare assistenza su tutto il territorio
nazionale, corsi per meccanici vespisti presso il suo
stabilimento, creando anche una catena di rivenditori con
magazzino di pezzi di ricambio. Quindi con 68.000 lire e, il costo
della Vespa, si poteva cominciare a muoversi in città nelle strade
non asfaltate di allora, nelle campagne, sui monti, nei posti di
mare; la Vespa era utilizzata in qualsiasi modo, in qualsiasi
condizione di esercizio. Questo primo modello rimase poi in
produzione fino a tutto l'anno 1947, anno fino al quale è stata in
produzione la Vespa 98 che prendeva il nome dalla cilindrata
stessa.
Sempre la Vespa del 1948, con cilindrata 125 cc., una cilindrata
che attraverso l'aggiornamento tecnologico, la Vespa si porterà
fino ai giorni nostri. Dotata di sospensioni sia anteriori che
posteriori, venne adottato il cavalletto, mutò leggermente,
l'estetica, il parafango anteriore che era anche sede del faro e
piccole modifiche alla carrozzeria collegate anche a diverse
migliorie tecniche.
... OMISSIS...
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BIBLIOGRAFIA
http://www.extrascuola.it/storia/secondodopoguerra/index.htm
http://www.it.vespa.com
http://www.italiadonna.it/public/percorsi/01047/01047002.htm
http://www.it.piaggio.com
Stefano Biancolana e Michele Marchianò, La Vespa…e tutti i suoi
vespini, Giorgio Nada Editore, Vimodrone(Mi)1999.
Massimo Granellini, Punti dalla Vespa, “Specchio”, 24
febbraio 1996, n.5 (pp.dalla 118 alla 124).
Omar Calabrese, Un simbolo, come l’aspirina, “Specchio”, 24
febbraio 1996, n.5 (pp.dalla126 alla 130).
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