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Vita e scritti. Ugo
Spirito nacque ad Arezzo, il 9 settembre 1896, da Prospero, ingegnere, e
da Rosa Leone. Nel 1918 si laureò in giurisprudenza con una tesi su I
doveri inerenti al diritto di patria potestà. Nel 1920 si laureò
anche in filosofia con una tesi su Il pragmatismo nella filosofia
contemporanea. Gentile lo chiamò a collaborare, sin dagli inizi,
come redattore al “Giornale critico della filosofia italiana”. Nel 1924
conseguì la libera docenza in filosofia teoretica. Nel 1933 fu nominato
professore straordinario di filosofia e storia della filosofia presso la
facoltà di Magistero di Messina mantenendo l’incarico di “politica ed
economia corporativa” presso l’università di Pisa. Nel 1936 ottenne
l’incarico di filosofia teoretica a Genova e due anni dopo a Roma, prima
a Magistero e poi nel 1951 alla facoltà di Lettere e Filosofia. Morì a
Roma il 28 aprile 1979.
Tra le sue opere ricordiamo: La vita come ricerca; La vita come
amore; Il problematicismo; Scienza e filosofia; Cristianesimo e
comunismo; Critica della democrazia; Dal mito alla scienza; Storia della
mia ricerca; Memorie di un incosciente (Rusconi, 1977).
Il pensiero
Ugo Spirito fu un filosofo che modificò sovente le proprie posizioni.
Passò dall’adesione all’attualismo di Gentile alla sua critica; da una
posizione scettica o, meglio, di problematicismo, fino ad arrivare all’onnicentrismo.
Il che non faccia pensare ad un voltagabbana, anzi. La “continua
mutevolezza e instabilità” della riflessione di Spirito è cambiata
perché, come dice egli stesso in Storia della mia ricerca, “credo che la
ragione principale dei mutamenti vada cercata soprattutto nella forma
mentis che caratterizza il mio modo di filosofare. Penso che essa
consista in una radicale coscienza dell’antinomicità del pensiero.
L’impegno speculativo e la vis logica che mi muovono fanno sì che di
solito mi convinca di una certa soluzione speculativa con una forza e
con una soddisfazione che mi appagano compiutamente”. “Se non che, a
poco a poco, dall’interno stesso della soluzione patrocinata cominciano
ad affiorare il dubbio e la posizione antinomica” e così “una nuova
posizione speculativa si viene precisando, che è, sì, più ricca della
precedente, e perciò più comprensiva e convincente”.
Ma vediamo le tappe principali del suo itinerario filosofico. Egli
cominciò con studi nella facoltà di giurisprudenza, in particolare di
economia politica e diritto penale, che venivano considerate vere e
proprie scienze. “Fin da principio ha prevalso in me la forma del sapere
scientifico e la convinzione che la scienza potesse darmi quella
certezza assoluta che invano cercavo fuori di essa” (cfr. Storia
della mia ricerca, p.19). Però, fu proprio l’insegnamento di uno dei
suoi maestri, Enrico Ferri, che dal diritto penale si estendeva
all’antropologia criminale e alla sociologia criminale, che
improvvisamente – racconta Spirito – fece nascere nel mio animo la
coscienza di antinomie insolubili alla luce della filosofia del
positivismo (che allora era dominante). I problemi della imputabilità,
della libertà, della difesa sociale, della pena come misura di
sicurezza, della responsabilità sociale del reato, e via dicendo,
cominciarono a porsi con una forza e una urgenza sempre maggiori, né mi
apparivano più risolubili con le teorie di una scienza che non aveva la
capacità di sollevarsi a una concezione esaustiva della realtà.”(ibid,
p.21). Nacque così il bisogno di un approfondimento filosofico dei
problemi e dallo studio scientifico dell’economia politica e del diritto
penale Spirito si rivolse a quello della filosofia. Si era negli anni
della massima affermazione del neoidealismo e dal 1918 in poi egli seguì
le lezioni di Giovanni Gentile, che in quell’anno era stato trasferito a
Roma da Pisa. Naturalmente nella filosofia cercava la risposta ai
quesiti che non aveva saputo chiarire in sede scientifica. Il suo
interesse rimaneva quello delle due discipline alle quali si era
dedicato, e la filosofia, lungi dall’allontanarlo da esse, lo induceva a
un impegno sempre maggiore di carattere scientifico (ibid. p.
22). Infatti le prime pubblicazioni di Spirito furono tutte di economia
e diritto: Storia del diritto penale (1923); Il nuovo diritto
penale (1929); Critica dell’economia liberale (1930); I
fondamenti dell’economia corporativa (1932); Capitalismo e
corporativismo (1933).
Scienza e filosofia divennero così il binomio inscindibile della sua
attività. Era il binomio che “rappresentava la duplice esigenza
dell’esperienza incontrovertibile e della necessità metafisica. Un
binomio che ha caratterizzato tutto il mio iter speculativo” (ibid.
p. 23).
La ricerca dell’incontrovertibile sembrò acquietarsi per parecchi anni
in virtù della fede nell’attualismo, nell’adesione alla filosofia di
Giovanni Gentile, che aveva soddisfatto l’esigenza metafisica
dell’assoluto. “L’aveva soddisfatta perché, uscendo dalla certezza
scientifica di senso comune propria del positivismo, aveva ribadito tale
certezza dando ad essa un fondamento speculativo di gran lunga più
critico e più persuasivo”(ibid. p.23). Dall’interno
dell’attualismo, intanto, si erano venuti determinando alcuni dubbi
sostanziali che assumevano dimensioni sempre maggiori e tali da
investire insieme la sicurezza scientifica e quella filosofica. Ma
questa volta i dubbi non potevano essere superati facendo ricorso ad
un’altra metafisica. Ora, invece, con la crisi della nuova metafisica,
la sensazione del vuoto diventava dominante. E la speranza di una nuova
certezza assoluta non poteva essere ragionevolmente alimentata dalla
situazione che si era determinata. (ibid., p. 24). “Bisogna
riconoscere che una sola via poteva aprirsi e fatalmente porsi: la via
di capovolgere la situazione e far diventare incontrovertibile proprio
la mancanza di quella sicurezza e di quell’assoluto di cui si avvertiva
l’assoluta necessità. All’incontrovertibile positivo si doveva
sostituire l’incontrovertibile negativo” (ibid., p. 25).
Da qui allora la prima posizione teoretica originale di Spirito: il
problematicismo ovvero la vita è ricerca. Pensare equivale dunque a
cercare, ma insieme a trovare anzi ad aver trovato, e precisamente ad
aver trovato la fede in se stesso, nel mito del pensiero. Chi dice non
so, sostiene Spirito, è un uomo di fede, uomo di coraggio, che sa di non
sapere e ne ha orgoglio di fronte ai sapienti, sente la sua superiorità
e il distacco dagli altri fin al punto di assumere metodicamente
l'atteggiamento dell'ironia.
Non basta. “Pensare significa obiettare – dice Spirito - allorché nella
sua (=dell’uomo) anima affiora il primo dubbio e a poco a poco egli ne
acquista coscienza, al dogma si sostituisce il problema e sorge il
pensiero”. Il mistero della vita allora non è semplicemente l'ignoto, ma
l'antinomia. Risolvere l'antinomia significherebbe trovare Dio: ma se è
così e veramente sapessi che Dio esiste avrei con ciò stesso risolto
tutti i problemi e coinciderei con Dio: ché conoscere l'esistenza di Dio
significherebbe conoscerne l'essenza e cioè la sapienza. Chi ricerca
vuol trovare e quindi ha fede nella possibilità di trovare e la fede gli
dà la forza di rimuovere i tentativi via via che essi falliscono. La
fede rinasce sempre finché c'è vita e con la vita la necessità della
ricerca, ma vacilla pure di volta in volta fin quasi a spegnersi e a far
cessare la vita. E chi ricerca sente profondamente tale alterna vicenda
con la certezza opposta della vanità di ogni sforzo e del carattere
illusorio di ogni ideale. Allo stato attuale delle cose, insomma,
dobbiamo riconoscere di non avere la capacità d'uscire dal mito e di
accontentarci di quello della ricerca come del meno dogmatico di tutti.
Queste le prime conclusioni di Spirito. Nel libro successivo, Il
problematicismo (1948), egli giunge finalmente ad una fondazione più
compiuta del proprio pensiero. In che cosa consiste allora il
problematicismo? Spirito risponde dicendo che dire problematicità
significa in primo luogo dire insoddisfazione e conseguente ricerca
incessante della soluzione o della soddisfazione. Il suo filosofare
accade “con l'occhio rivolto unicamente alla verità cui si anela, senza
subordinare la ricerca a nessun presunto valore, a nessuna autorità ha
nessuna pressione del senso comune e della forza della tradizione”
(ibid. p. 61).
Ciò che io posso affermare senza timore di smentita è che sento il
desiderio di dare una conclusione al mio discorso, di togliere in esso
ogni contraddizione che la conclusione renda impossibile o gratuita.
Ora, finché rimango in tale situazione cercando di uscirne ma non
avvertendo di esserne effettivamente uscito, l'istanza critica non
degenera in alcuna forma di dogmatismo. Il problematicismo, cioè, è
inconfutabile. Ed è inconfutabile perché, a differenza di tutte le altre
conclusioni, quella del problematico non è più negata, ma confermata
dalla constatazione del suo carattere contraddittorio. (ibid., p.
47). In altri termini, l'unica differenza rispetto alle altre posizioni
è che - ammesso il circolo vizioso – il problematicista aggiunge di non
saperne uscire. La confutazione non basta a farlo mutare di via, perché
è già scontata in partenza. La sua posizione diventa inconfutabile o
insuperabile nei riguardi di ogni critica negativa, perché l'ammissione
di tale critica è proprio il fondamento del suo argomentare. Tutto
questo comunque non conduce Spirito allo scetticismo più radicale o alla
disperazione. Al contrario, se il problematicismo segna la
consapevolezza di una crisi totale, può prepararsi al domani con la
speranza di un mondo che sia illuminato da una luce non illusoria. Il
nostro animo, dice Spirito, si apre all'avvenire, lasciando cadere tutti
i paraocchi, con un desiderio di vero non diminuito da alcuna presunta
certezza. E questo è possibile perché bisogna riconoscere l'assolutezza
formale di ogni affermazione umana. Non appare possibile, infatti, che
l'uomo apra bocca senza dare alla propria parola un valore di certezza
senza riserve e perciò il carattere della universalità e della necessità
logica. Per quanto si tratti di affermare la problematicità, la
relatività o l'erroneità del proprio discorso, sta di fatto che
l'elemento dubitativo o addirittura negativo, e esplicitamente
riconosciuto, diventa contenuto di una affermazione che lo trascende e
la cui certezza non è affatto compromessa dal riconoscimento compiuto.
Tale conclusione porterà Spirito a modificare in parte il suo pensiero,
passando dal problematicismo ad un nuovo tipo di problematicismo che
egli chiamerà onnicentrismo. (cfr. Ugo Spirito, Dal
problematicismo all'onnicentrismo, in "Giornale critico della
filosofia italiana", 1959, anno XXXVIII, pp. 56-75). Si deve ammettere,
inizia Spirito, che nonostante il non sapere, la vita del
problematicista continua in una serie di decisioni e di scelte che sono
in contraddizione con l'assenza affermata di ogni criterio di
valutazione. Il che ci porta a riconoscere che in fondo la vita, e cioè
la parola non può essere che un atto radicale di affermazione. Sì che io
potrò dubitare di tutto e di tutti, ma non del criterio con cui dubito e
che solleva il dubitare ad assoluto sapere. Io dunque so e non posso non
sapere. Tutto è assoluto: tutto è in ogni cosa è perciò niente è vano. È
chiaro che se ogni parola è assoluta, ogni parola è necessariamente
verità: ogni parola esprime la verità perché esprime tutto il mondo in
una centralità originale e libera; essa non può non essere vera perché
non può non essere un fatto, come ogni altro fatto dell'universo
Giudicare significherà allora, dice Spirito, costruire il mio quadro,
pronunciare la mia parola, ordinare i miei valori ma non mai giudicare
l'altro in quanto altro, con me stesso in quanto giudice. Il fatto che
io non possa giudicare l'altro vuol dire semplicemente che non posso
vivere della sua centralità: io non sono responsabile di fronte
all'altro, come l'altro non è responsabile di fronte a me, ognuno dei
due essendo responsabile unicamente di fronte a se stesso e cioè
nell'ambito della propria realizzazione. Ma il vero e il bene vivono
negli altri come in lui, e l'unità è sempre realizzata perché il reale è
uno in ognuno; tutto sarà sempre macro cosmo e microcosmo. Queste le
ultime parole di Ugo Spirito. Non sono però quelle finali della sua
ricerca: infatti, dopo aver riconosciuto che, comunque, i caratteri
costitutivi dell'onnicentrismo rimangono quelli della ipoteticità e
della in verificabilità, egli ci lascia con una domanda in sospeso: “Il
problematicismo si è trasformato per il riconoscimento
dell'impossibilità di problematizzare se stesso e per la constatazione
del dogmatismo della posizione ipercritica. Potrà avere diversa sorte
l'ipotesi dell'assolutezza di ogni parola?” (ibid., p. 75).
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Le opere di Spirito sono ormai introvabili. Erano state pubblicate
dall'editore
Sansoni. Adesso, grazie alla Fondazione Ugo Spirito c'è il progetto
della loro riedizione.
copyright
by Ernesto Riva
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