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Introduzione
Agli inizi di quella che verrà chiamata “era cristiana” o “era volgare” il
pensiero occidentale s’incontrò con diverse influenze orientali che, per
parecchio tempo, lo condizioneranno al punto che la tipica razionalità greca
occidentale impiegherà diversi secoli per rimuoverle, lasciandone però le tracce
in alcune discipline alquanto diverse tra loro come la mistica, l’alchimia e le
varie eresie cristiane. L’accentuazione della tendenza religiosa si fece sempre
più dominante in quel periodo. Si cercò di cucire insieme il patrimonio
religioso dei Greci con la sapienza orientale ed in questo clima nacque anche la
tradizione secondo la quale la filosofia greca era derivata dall’Oriente. Nella
prima metà del terzo secolo dopo Cristo insegnava a Roma, tra gli altri, PLOTINO.
Egli era fautore di una filosofia che voleva riaffermare la razionalità greca
classica (da cui il nome di Neoplatonismo) contro il materialismo, il panteismo
(=la concezione che identifica Dio col mondo), contro il cristianesimo stesso. A
questo riguardo, i cristiani vengono accusati di avere una concezione della
divinità troppo ingenua, visto che la considerano personale (anzi in tre
Persone!), ed in più mossa da una passione – l’amore – nei confronti delle sue
creature !
L’Uno, il
Nous, l’Anima del Mondo, la materia
Il Dio di Plotino non è personale perché la soggettività, la volontà e
la scelta appartengono, per lui, al mondo del finito e non a ciò che è
immutabile, necessario, impersonale, come si conviene alla sfera della
divinità, che egli chiama Uno, per sottolineare la sua inafferrabilità,
inesprimibilità, inconoscibilità, trascendenza. Inoltre si badi :
parlando di Uno non significa che Plotino ammetta un solo Dio come nel
monoteismo ebraico-cristiano; egli difende invece il politeismo come
conseguenza necessaria della infinita potenza della divinità.
Questo Uno (o meglio questi Uno) è immobile e non vuole né consente alla
nascita delle cose: esse allora non derivano da esso per creazione [(La
creazione avrebbe implicato una produzione dal nulla, ma per Plotino,
come in genere per la mentalità greca, dal nulla non viene nulla (ex
nihilo nihil fit) ] bensì per un processo inevitabile e necessario
che egli definisce emanazione, simile al profumo diffuso da un fiore o
alla luce che deriva dal Sole.
Dall’Uno deriva, come prima ipostasi o realtà sussistente, il Nous,
Intelletto, giacché esso pensa l’Uno e dunque si pone al di fuori di
esso,, implicando la distinzione fra soggetto che pensa e l’oggetto
pensato. Dal Nous deriva la seconda ipostasi, l’Anima del mondo, che è
intermedia tra il Nous e le cose naturali. Essa è principio di vita e dà
quindi origine alle varie cose del mondo : è natura e il tempo sorge
insieme ad essa. Il mondo dei corpi suppone però, per la sua formazione,
anche un altro principio (non più ipostasi) da cui derivano
l’imperfezione, la molteplicità, il male. Questo principio è la materia,
concepita da Plotino negativamente, cioè come non-essere, privazione di
realtà e di bene, simile alla tenebra che si produce per mancanza di
luce. La materia è dunque all’ultimo gradino del processo di emanazione.
Ma se è così, se essa rappresenta il “confine dell’anima”, allora si
deve concludere che i corpi stanno dentro le anime e non le anime dentro
i corpi! Da qui, da questo primato plotiniano dell’anima sul corpo
l’orrore di Plotino per la tesi cristiana della risurrezione dei corpi!
Se vi è dunque il primato dell’anima sul corpo, la vita migliore sarà la
vita spirituale e l’uomo dovrà fare di tutto – se vuole essere felice –
per fuggire da questo mondo. “Lì vive veramente – dice Plotino – Infatti
la nostra vita attuale, questa vita senza Dio, non è che traccia di
vita, imitazione della vita autentica. La vita di lassù è l’attività
stessa dell’Intelletto. Attività che, in un tranquillo contatto con
l’Uno, genera gli dèi, infatti genera la bellezza, la giustizia, la
virtù”(cfr. Enneadi, VI, 9, 9,15).
Bellezza, ascesi, estasi
Ma come riuscire a fuggire da questo mondo senza morire? Plotino propone
una ascesi che è una sorta di ascesa dell’anima umana verso l’Uno. Si
badi : per fare ciò l’uomo non ha bisogno di rivelazioni divine. Tra
l’anima dell’uomo e l’Uno non vi sono salvatori, intercessori,
mediatori, né tantomeno sacerdoti, riti, chiese. L’uomo è solo, con le
proprie forze, in una “fuga di solo a Solo”(parole conclusive delle
Enneadi). E’ guardando dentro se stessa che l’anima potrà ritrovare
l’Uno da cui si era allontanata, all’inizio dei tempi. Cos’era infatti
successo? Secondo Plotino, l’anima è ebbra del desiderio di appartenere
a se stessa e questo l’ha indotta alla temerarietà di voler nascere come
individuo e di sperimentare l’alterità rispetto all’Intelletto e
all’Uno. Questa brama di separazione e di individuazione ha predisposto
l’anima alla colpa vera che è quella di perdersi nella corporeità e
quindi nel male (ricordiamo che per Plotino il male è la scelta di
rimanere nelle tenebre, è assenza di misura, instabilità, passività, non
essere), dimenticando la sua origine.
Per giungere all’Uno l’anima deve intraprendere un lungo cammino che,
attraverso varie tappe, la porterà al ricongiungimento con l’Uno e
all’estasi. La bellezza occupa un primo piano nel percorso plotiniano
dell’anima verso l’Uno. Essa è la manifestazione visibile di ciò che è
spirituale, ed è perciò il veicolo privilegiato attraverso cui l’anima
può risalire alla fonte da cui è discesa. La bellezza suscita l’amore, e
l’amore, alla perenne ricerca di ciò che gli manca, desidera a sua volta
la bellezza (si ricordi il Simposio platonico). L’anima, contemplando le
cose belle, si sente portata verso la bellezza suprema; essa cerca
pertanto di purificarsi vivendo secondo virtù. La “vita divina” si
acquisterà dopo un duro esercizio morale (liberazione dalle passioni e
superamento della stessa vita virtuosa) a cui seguirà una forma di
ascesi intellettuale, in cui lo stesso pensiero dovrà essere
abbandonato. Infatti nell’estasi finale, vi sarà una sorta di
“disoggettivazione” dello stesso io consapevole. In altre parole,
nell’estasi l’anima dell’uomo si dimentica di sé, si spoglia della sua
coscienza individuale ed è come “persa” nell’Uno. L’estasi non è tanto
visione quanto piuttosto semplificazione, quiete interiore. Si noti : il
successo dell’estasi è solo nelle mani dell’uomo, egli stesso è
l’artefice della propria salvezza. Siamo perciò di fronte ad un’estasi
filosofica e autosufficiente.
CONCLUSIONE
Il Neoplatonismo riveste grande importanza nella storia della filosofia
perché rappresenta, in primo luogo, il modo in cui è stato conosciuto e
interpretato Platone lungo molti secoli. Tanto è vero che almeno fino al
1800 platonismo e neoplatonismo sono sembrati essenzialmente la stessa
cosa. In secondo luogo, il neoplatonismo ha permeato di sé molti sistemi
filosofici : da Agostino alla Scolastica, dal Rinascimento a Spinoza, da
Fichte a Schelling, da Schopenhauer a Bergson ecc. In particolare, il
doppio principio della derivazione di tutte le cose da Dio e del loro
ritorno a Dio, rimarrà lo schema fondamentale di tutti i futuri sistemi
di tipo religioso e lo si ritroverà anche, in forma immanentistica,
nell’idealismo da Hegel a Gentile. Non dimentichiamo inoltre che la
concezione gerarchica della realtà costituirà la forma mentis del
pensiero medioevale e sarà presente nelle filosofie più diverse. Non
basta : la visione di Dio come l’assolutamente altro sarà il punto di
partenza di tutte le teologie negative; l’ottimismo filosofico e la
concezione del male come privazione del bene offrirà spunti anche alla
soluzione cristiana del problema del male; in ultimo, la concezione
dell’arte e dell’amore come tramite fra il mondo sensibile e Dio
ispirerà la tradizione filosofica e letteraria.
NOTE BIOGRAFICHE
Plotino è l’unico filosofo antico di cui, a parte Platone e Aristotele,
ci sia pervenuta integra l’opera , intitolata Enneadi (raccolte e
pubblicate dal discepolo Porfirio, secondo un criterio tematico : sono
54 trattati divisi in gruppi di nove, da cui il nome). Egli nacque a
Licopoli, in Egitto, verso il 203-205 d.C. Frequentò diverse scuole
filosofiche finché conobbe Ammonio Sacca, di cui fu discepolo per dieci
anni (234-243). Nel 245 giunse a Roma e qui aprì la sua scuola
filosofica. Per molto tempo il suo insegnamento fu soltanto orale ma dal
253 cominciò a scrivere quei trattati che verranno poi pubblicati da
Porfirio. Fu in amicizia con l’imperatore Galeno, a cui propose di
fondare in Campania, la “città dei filosofi” che si sarebbe dovuta
chiamare Platonopoli, ma poi non se ne fece nulla. Ammalatosi, si ritirò
nella villa dell’amico Zetho, in Campania e qui morì nel 270. Le sue
ultime parole furono: "Cercate di ricongiungere il divino che è in voi
con il divino che è nell’universo”.
BIBLIOGRAFIA
Plotino, Enneadi, trad.it. UTET o Rusconi
Isnardi Parente, Introduzione a Plotino, “i filosofi”, Laterza
Girgenti, Introduzione a Porfirio, “I filosofi”, Laterza
copyright by Ernesto Riva
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