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Caratteristiche generali del pensiero indiano
Il pensiero filosofico indiano mostra una ricchezza, una sottigliezza e una
varietà tali che non ha nulla da invidiare al pensiero occidentale. L'aspetto
più importante del pensiero filosofico indiano è il suo carattere pratico. Fin
dal primo inizio, 4000 anni prima di Cristo, le speculazioni dei saggi indiani
erano rivolte alla risoluzione dei problemi fondamentali della vita. La loro
filosofia nasce dai loro tentativi di rendere migliore la vita. Dalla vita
pratica veniva l'esperienza delle forme di dolore e sofferenza più comuni -
malattia, povertà, fame, morte. Agiva poi l'innata curiosità umana di
comprensione e conoscenza. La comprensione e la conoscenza, frutto della
curiosità speculativa, furono utilizzate nel tentativo di sconfiggere la
sofferenza. In che modo?
La risposta dell'India fu quella di mettere in primo piano il controllo dei
desideri. Ne risulta che i filosofi indiani tendono ad insistere
sull'auto-disciplina e sull'auto-controllo come prerequisiti per raggiungere una
vita felice. Questo bisogno di regolare e controllare i desideri annette
un'importanza fondamentale alla conoscenza di sé.
La stessa parola che indica la filosofia, è il termine darshana, che in realtà
significa visione, nel senso di ciò che si riesce a vedere dopo che si è
indagata la realtà suprema. Naturalmente è possibile che una visione contenga
degli errori e le cose possono non essere viste come sono in effetti. Di
conseguenza, il filosofo deve giustificare la sua visione fornendo le prove
della sua veridicità. Ebbene, i filosofi indiani hanno sempre insistito che la
pratica è la vera prova della verità. Le visioni filosofiche devono essere messe
in pratica e e la vita deve essere vissuta in conformità con gli ideali di
quella particolare concezione. La qualità della vita che è vissuta in conformità
con questi ideali costituisce la prova finale di qualsiasi concezione. Migliore
diventa la vita, più prossima alla verità totale è la visione.
La visione che rende possibile una vita liberata dalla sofferenza, è giustamente
chiamata una vera filosofia. Per cui non ha senso, nel pensiero indiano, dire ad
es. “Buona in teoria,ma non in pratica”. Buona in teoria, significa,
necessariamente, per il pensiero indiano, anche buona in pratica. Se una teoria
non può essere messa in pratica in essa c'è qualcosa di sbagliato.
L'identificazione della via verso la vita felice con la visione della vita
felice stessa, in India, è il fattore di integrazione tra la filosofia e la
religione.
Filosofia e religione non sono considerate due attività separate. L'insistenza
indiana sulla pratica come banco di prova della verità filosofica ebbe anche un
altro effetto, quello di porre l'accento sull'approccio introspettivo. Per
vincere la sofferenza il filosofo deve guardare dentro se stesso, nella propria
vita, e valutare ciò che vi andava accadendo. Era necessario osservarne i
cambiamenti e darne una valutazione affinché l'individuo potesse proseguire
nella propria auto-analisi.
In filosofia la verità dipende dal soggetto umano, e l'esperienza di un altro
può essere conosciuta soltanto come un oggetto. Di conseguenza non si può
rifiutare l'esperienza altrui come insoddisfacente o inadeguata. Il
riconoscimento di ciò ha portato ad un atteggiamento tollerante e sintetico che
viene comunemente espresso dicendo che, sebbene non ci possa essere una visione,
in se stessa, assolutamente vera e completa, nondimeno ogni visione contiene
almeno dei barlumi di verità, e tenendo conto dei punti di vista e
dell'esperienza delle varie visioni, si arriva ad ottenere la verità assoluta ed
una visione totale.
Oltre a questi aspetti che sono frutto del suo orientamento pratico, nel
pensiero indiano c'è una diffusa tendenza a presupporre una giustizia morale
universale. Il mondo è visto come una grande rappresentazione morale governata
dalla giustizia. Qualsiasi cosa, buona o cattiva o indifferente, è guadagnata e
meritata. L'effetto di questo atteggiamento è quello di rendere l'uomo stesso
direttamente responsabile della sua condizione umana. In quanto individuo, è
responsabile di ciò che è e di quello che diventa. Ne pensiero filosofico
indiano c'è anche un consenso piuttosto esteso nei riguardi del
non-attaccamento. La sofferenza proviene dall'attaccarsi a ciò che non si ha, o
anche a ciò che non si può avere. Così il non-attaccamento è riconosciuto come
il mezzo essenziale per la realizzazione della vita felice.
L'induismo in generale
Nell'Induismo l'intuizione fondamentale è che la realtà è Una. Il mondo, l'uomo,
gli dèi, le cose che sono state, sono e saranno. Tutto questo è l'unica e
medesima Realtà: “Tutto è Brahman” (Chandogya Upanisad). E quando la
persona ha attinto una conoscenza illuminata, anche lei può dire: “Io sono
Brahman” (Brhadaranyaka Upanisad).Il Brahman è l'“Uno, senza secondo”(Chandogya
Upanisad). L'io profondo dell'uomo, l'Atman, è anch'esso identico al Brahman.
“Questo Atman dentro il mio cuore è più piccolo di un grano di riso o di
frumento, di un seme di senape o di un grano di miglio; e tuttavia questo Atman
dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio
atmosferico, più grande del cielo…Questo Atman dentro il mio cuore è il Brahman
stesso” (Chandogya Upanisad). E per quanto riguarda l'uomo, l'Induismo
ripete da secoli la frase di Uddalaka a suo figlio Svetaketu: “Tu sei Quello”
(Tat tvam asi) (cfr. Chandogya Upanisad). Viene così riconosciuto
che il Brahman-Atman è l'unico Assoluto, la radice e il fondamento di tutto, il
Signore che regge e sostiene ogni cosa, la guida interiore e il fine di ogni
vivente. In questo senso, il mondo non è creato e non ha consistenza in se
stesso. Sia che esso venga concepito come Maya (illusione) presso il
saggio Sankara (788-820 d.C.), o venga piuttosto descritto come il gioco
di Dio, lila, presso i Visnuiti, esso è l'eterna manifestazione
dell'eterno esistente, il volto fenomenico dell'Eterna Persona, la dimora
mutevole del Permanente Inabitante. Quando si parla di inizio o di fine, di
creazione e di distruzione, le parole si riferiscono ai processi ciclici di
apparizione e di sparizione delle cose, di uscita e di rientro delle medesime
nella loro eterna Origine.
Tutto ciò che appare è lo stesso Brahman, che si manifesta attraverso ogni cosa.
Egli è la Realtà vera di ogni manifestazione. Solo se si considera un fenomeno a
sé stante, si può parlare di inizio e di fine, di nascita e di morte; ma il
fenomeno stesso è sempre stato in seno al Brahman, e sarà in lui eternamente
custodito. Allora l'uomo non muore con la sua morte fisica? Non solo l'uomo non
muore, ma in realtà egli non è mai nato.
La risposta che Krsna dà ad Arjuna nella Bhagavad Gita è la seguente: “Non ci fu
mai un tempo in cui non ero, io, tu, e questi prìncipi tutti, né ci sarà mai un
tempo in cui non saremo, noi tutti, dopo questa esistenza. A quel modo che in
questo corpo il sé incorporato passa attraverso l'infanzia, la giovinezza e la
vecchiaia, così, alla morte, egli assume un altro corpo. Il forte non è su ciò
mai perplesso” (2,13-14).
In altre parole, l'io profondo di ogni uomo, la verità della sua persona, è l'Atman,
ed esso è identico al Brahman. “Egli non nasce e non muore mai, né, essendo
stato, v'è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico,
egli non muore, quando muore il corpo…A quel modo che un uomo abbandona i suoi
vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il suo sé abitante nel corpo
abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi”(Bhagavad Gita, 2, 21-23).
Com'è possibile che un uomo assuma diversi corpi? Per rispondere dobbiamo
ricordare che l'induista è un uomo di fede e perciò dà fiducia a quello che i
Rsi (i saggi ispirati che hanno veduto gli inni vedici e conoscono la verità)
gli hanno tramandato. In base a questo, il singolo uomo che viene al mondo, era
in cammino fin dall'eternità, per quel giorno, e l'eternità è di nuovo il resto
del cammino che deve percorrere. Egli è sempre stato e sempre sarà. E come egli
è emerso dal seno del Brahman alla superficie della storia, così pure - a
livelli più o meno elevati - egli ha sempre fluttuato tra le onde di quell'oceano,
che è il fenomeno cosmico, e ancora fluttuerà, se la Grazia della Liberazione(Moksha
o Mukti) non lo riporterà di nuovo in seno al Brahman. Come poi questo avvenga,
che cosa significhi assumere diversi corpi, e come sia possibile per l'uomo
conservare la propria identità attraverso tutto questo, è una risposta che
richiede una conoscenza che non necessariamente coincide con quella che l'uomo
ha ora.
E qui l'Induismo da interrogato diventa interrogante e chiede: “tu che non ti
ricordi neppure che cos'eri durante la tua infanzia, che non sai nulla di quello
che eri nel seno di tua madre, che cosa puoi sapere di quello che eri prima di
essere concepito, e di quello che sei in seno a Dio?”. Gettato nel mondo, l'uomo
rimane in balia del ciclo delle nascite e delle rinascite (samsara). L'uomo non
potrà uscire dal samsara finché non attingerà l'Assoluto. Questo è il problema
della Liberazione. Per l'Induismo si tratta allora non di fuggire dal mondo
quanto piuttosto di rientrare in seno al Brahman. Ciò che lega l'uomo al ciclo
delle nascite e rinascite è il karma (azione).
L'uomo è normalmente spinto all'azione dal desiderio (kama) dei suoi frutti, dei
suoi esiti. Ora, il desiderio dell'uomo nasce dal contatto con la realtà
fenomenica e rimane chiuso entro i suoi confini. Per cui l'azione umana
piuttosto che essere un fattore di liberazione, è la causa che vincola l'uomo al
ciclo delle nascite e rinascite.
Anche se l'uomo osservasse perfettamente tutta la Legge (Dharma), potrà ottenere
una rinascita nobile, ma mai la liberazione. La Bhagavad Gita dice chiaramente
che l'uomo non può essere liberato grazie alle azioni compiute secondo la Legge,
mentre la liberazione è il perfetto congiungimento con l'Origine ultima di tutte
le cose. Questo presuppone che si faccia pieno spazio alla sua presenza e alla
sua azione. Essa è opera del supremo Signore; a Lui l'uomo deve affidarsi. Krsna
dirà ad Arjuna: “Abbandonando tutte le idee di Dharma, prendi rifugio in me
soltanto. Io ti libererò da ogni peccato. Non ti addolorare” (Bhagavad Gita,
18,66).
Ma allora Dio è per l'Induismo è personale o impersonale? Il Brahman-Atman delle
Upanisad è un Assoluto impersonale, mentre la Bhagavad Gita introduce una
concezione personale di Dio. Egli è la Persona suprema, che salva il suo fedele.
Tale concezione è fondamentale per capire il tipo di Yoga che la Bhagavad Gita
presenta come strumento di liberazione.
Yoga significa anzitutto unione e, in riferimento al diverso modo di concepire
il termine di questa unione ed i metodi per realizzarla, si danno diversi tipi
di Yoga. Lo Yoga classico comprende un insieme di tecniche che mirano al
completo possesso di sé. La Gita accetta le tecniche dello Yoga, ma sostiene
che, dopo tutti gli sforzi umani, è comunque Dio che viene incontro al suo
devoto, ed in questo incontro si realizza la liberazione.
Vi è una triplice via per la liberazione (trimarga): l'azione (karma yoga), la
conoscenza (jnana yoga) e la devozione (bhakti yoga).
1) la via dell'azione è la via di colui che, sapendo che è Dio che agisce in
ogni cosa, affida a Lui ogni sua azione e la compie senza attaccamento ai
frutti;
2) la via della conoscenza non è la conoscenza che tutto è Brahman, ma è
piuttosto la Grazia di una Rivelazione, manifestazione della Forma suprema di
Krsna;
3) la via della devozione è la vera e propria essenza dell'Induismo, quella che
permette di raggiungere la liberazione, ed è opera solo del Signore stesso. “Non
per Veda, per i sacrifici e gli studi, non per le elemosine, non per i riti, non
per le dure penitenze, posso io esser visto in tale forma qui nel mondo degli
uomini: a te soltanto io l'ho rivelata, o campione dei Kuru…ma per la devozione
diretta a me solo, o Arjuna: per essa io posso essere così conosciuto, veduto
secondo realtà e penetrato, o Arjuna. Colui le cui azioni sono fatte per me, il
cui supremo bene son io, colui che è a me devoto, privo di attaccamento, privo
di odio verso i vari esseri, costui entra in me, Arjuna” (Bhagavad Gita, 11,
53,59-60).
Dopo il superamento di ogni concezione politeistica, l'Induismo ha
tranquillamente rimesso in luce figure di dèi del pantheon vedico, quali Vishnu,
Shiva e le Shakti, sapendo perfettamente che questi non erano degli dèi, bensì
aspetti manifestativi dell'unico Dio personale.
Dobbiamo anche precisare qui, perché molto nota in Occidente, che la celebre
Trimurti (Brahma come creatore, Visnu come conservatore e Shiva come
distruttore) è una elaborazione teologica posteriore che non riproduce reali
movimenti devozionali all'interno dell'Induismo. Non esistono movimenti
devozionali rivolti alla Trimurti. Inoltre essa non ha nulla a che vedere con la
Trinità cristiana: non sono tre distinte persone, ma è il triplice modo di
manifestarsi dell'unica sostanza divina. Insomma, quando l'Induismo parla di
dèi, è solo per esprimere, attraverso essi e alle relative mitologie, i vari
aspetti dell'unico ed identico Dio.
Fatta questa premessa, si può parlare degli dèi dell'Induismo, che sono molti.
Shiva rappresenta l'aspetto paterno di Dio, ma è anche distruttore e ricreatore
di tutte le cose. La sua shakti (l'energia eterna di Dio) è anche vista come
Kali, dea della distruzione (ma poiché distrugge anche i demoni, è anche dea
della protezione). Vishnu è l'immagine di Dio che ha forse il culto maggiore
perché è legata alla sue numerose incarnazioni o discese (avatar), alcune delle
quali, come Krsna e Rama, sono universalmente popolari. E poi vi è Ganesha, col
corpo umano e la testa di elefante, figlio di Shiva, dio della conoscenza e
della liberazione; Karttikeya, anche lui figlio di Shiva, dio del coraggio e
della potenza; Hanuman, in forma di scimmia, personificazione della fedeltà,
alleato di Rama; Agni, dio del fuoco, invocato nei sacrifici. Manasha, regina
dei serpenti (naga) ecc.
I testi sacri. Sono divisi in due categorie: i testi uditi o della
rivelazione (srti), e i testi appresi o testi della tradizione (smrti).Ai primi
appartengono i Veda e le Upanishad, chiamate anche Vedanta, ovvero fine dei
Veda. Le smrti più note sono invece le due epiche: il Mahabharata (o grande
India), che contiene nel sesto libro la Bhagavad Gita; e il Ramayana, in cui
appaiono rispettivamente le due più popolari incarnazioni di Visnu, e cioè Krsna
(nella Bahagavad Gita) e appunto Rama.
Le cerimonie. Anche nell'Induismo moderno rimane il rito del sacrificio (Yajna),
che consiste nell'offerta alla divinità di burro fuso, cereali, talvolta anche
animali e del soma (liquore estratto da un vitigno, che è una sorta di bevanda
dell'immortalità, offerta in libagione agli dèi; è anche sinonimo della Luna,
per la somiglianza del colore; è estratto dalla asclepias acida). Normalmente
queste offerte sono consumate nel fuoco e il sacerdote prega Agni di portarele
offerte al cospetto divino. Il rito post-vedico più comune è la puja, la
cerimonia di venerazione della divinità, durante la quale una statua del dio
viene unta, vestita, ornata e profumata; vengono offerti cibo e bevande che però
non sono consumati nel fuoco ma ridati ai fedeli; in particolari occasioni
l'immagine del dio è portata in processione fuori del tempio. La forma normale
della preghiera è la japa, che consiste nella recitazione e ripetizione di
mantra, ossia parole e formule sacre. Il mantra più importante è la ripetizione
del suono Om o Aum, che indica il Brahman. Ci sono poi ovviamente riti
particolari per i diversi stadi della vita: nascita, ammissione ai doveri della
propria casta, matrimonio, malati, defunti ecc.
Le feste. In primavera si celebra Holi: la festa coincide con la luna
piena del mese di Phalguna (febbraio-marzo). È appunto celebrata con la holi,
una mistura di acqua, calce e altro che i fedeli si spruzzano reciprocamente.
Oggi è connessa con la venerazione soprattutto di Krsna. In autunno c'è la festa
di Dashara, nei primi dieci giorni del mese di Ashvina (settembre-ottobre). In
essa viene onorata la shakti di Shiva (cioè Durga o Kali), ed è cara ai Shivaiti.
Ma al decimo giorno si uniscono anche i Visnuiti perché si celebra la vittoria
di Rama sul demone Ravana e la liberazione di Sita, sposa di Rama.
A Shiva è consacrato ogni 14° giorno del mese lunare, ed in particolare è
celebrato il 14 del mese di Magha (gennaio-febbraio), detto la notte di Shiva.
L'etica induista in generale
Nell'Induismo in generale la morale mantiene il suo carattere distaccato
di mezzo e di purificazione (non è, come vedremo, come quella buddhista,
in cui conta anche la partecipazione, la compassione, l'amore).
Propedeutica della vera conoscenza, trascura le esigenze della vita
associata o non vi insiste; ha di mira non i rapporti dell'uomo con la
comunità ma dell'uomo con l'assoluto, è pertanto ascetica piuttosto che
morale. La morale si riduce ad un conflitto tra i desiderio, cioè il
richiamo della vita, e la saggezza, cioè il superamento della vita.
Quindi le proibizioni prevalgono sulle ingiunzioni; il peccato interessa
più della virtù, e per peccato si intende il prevalere dell'istinto e
dell'ignoranza. Nella Bhagavad Gita precetti morali e ingiunzioni
religiose sono ancora congiunti.
La vita viene considerata dagli indiani duplice, come sotto una doppia
luce. Da un punto di vista relativo, convenzionale, la società è divisa
in caste e l'uomo è sottomesso a regole e doveri diversi a seconda
dell'età. Ogni uomo passa per quattro momenti: la giovinezza, quando la
continenza dei sensi è d'obbligo; l'età matura, quando col matrimonio e
l'operosità attiva si assicura la continuità della famiglia e si assolve
il dovere verso gli antenati; la rinuncia, quando giunge la vecchiaia;
in ultimo lo stato di vanaprastha,il ritiro nella selva, in un completo
distacco nell'attesa della morte.
Ma oltre questa vita, vi è l'altro piano, il piano al di là del samsara,
lo stato del Brahman, l'isolamento definitivo dell'anima da ogni
contatto o suggestione dai vincoli della materia. Questo stato si
consegue non con l'azione ma con la cessazione dell'azione.
Ogni nostra attività deve quindi essere volta al supremo bene(naihsreyas),
che coincide con l'arresto e il superamento del samsara. Perciò
l'attenzione è tutta portata non tanto sui doveri umani quanto sulla
ricerca della conoscenza che conduce all'arresto definitivo della vita.
Il bene compiuto e io rispetto delle regole religiose sono certo
preferibili al male, ma ci legano comunque all'esistenza, il loro frutto
è perituro, limitato nel tempo. Non l'azione dunque, ma lo yoga,
l'ascesi, agevolata e preparata dallo yoga, la gnosi, la conoscenza, il
superamento del bene e del male.
Ecco perché anche l'azione meritoria dev'essere disinteressata, non la
deve accompagnare nessun pensiero di ricompensa futura.
Ma come si fa a predicare la rinuncia quando la vita stessa con le sue
richieste implacabili ci getta in braccio al peccato? Non c'è dunque
conflitto tra le ingiunzioni della religione e della mistica ed i doveri
sociali? Fu il problema che si pose e cercò di risolvere il Bhagavad
Gita. La risposta di Krna ad Arjuna è: l'atman che abita in fondo a
ciascun uomo, amico o nemico che sia, è uguale in tutti. Colpendo i
corpi, privando della vita i propri nemici, Arjuna non commette peccato
perché egli è un guerriero e ciascuno deve assolvere i propri doveri,
fissati dalla nascita. Peccherebbe invece non già uccidendo i nemici ma
abbandonando il campo, perché questo sarebbe viltà e coprirebbe di
vergogna sé e la sua famiglia. Ciò che occorre è compiere il proprio
dovere. L'azione non si può evitare, visto che la vita stessa è
incessante azione, ma bisogna stare attenti ad agire senza desiderio od
odio, senza che le passioni ne siano il nascosto movente.
Scuole
filosofiche classiche
GIAINISMO (o JAINISMO)
Il Giainismo deriva il nome dal suo fondatore, Mahavira (morto nel 476
a.C.), che fu chiamato Jina, (il vittorioso), con un appellativo che non
è proprio solo di lui ma di tutti quelli che hanno superato il mondo e
vinto le passioni, come ad es. Buddha.
La filosofia giainista è una sorta di pluralismo dualista. Da un lato
c'è l'anima, dall'altro la materia. Le anime, le forze vitali (jiva)
sono infinite e pervadono la materia ed i corpi. In noi è presente una
tendenza innata alla perfezione, anche se è offuscata dalla materia. Per
cui vi sono due tipi di anime: quelle legate al samsara, e quelle libere
(kevalin), che sono diventate pura coscienza e pura luce.
LE SCUOLE MATERIALISTICHE
Le scuole materialistiche sono chiamate con vari nomi: Charvaka,
Lokayatika, Nastika. Esse negano il karma, la responsabilità morale come
causa della ricompensa o dell'espiazione in un'altra esistenza. Molti
indirizzi erano arrivati alla conclusione che il karma non esiste, che
l'azione buona o cattiva non porta frutto di cui poi l'uomo debba godere
o soffrire. Alcuni affermavano che la vita è retta dal destino. Gli
ajivika, per esempio, che riconoscevano come loro maestro Makhali Gosala,
ammettevano l'esistenza dell'anima, ed erano dell'opinione che il ciclo
del samsara si svolgesse per 84 milioni di eoni, dopo di che la
liberazione poteva essere raggiunta indipendentemente dal karma, perché
tutto ciò che avviene si svolge per opera del destino (niyati).
Altri affermavano che ogni avvenimento è dovuto all'impulso della natura
propria delle cose in virtù di un automatismo del loro essere stesso o
alla maturazione del tempo. Altri, infine, negavano l'esistenza del bene
e del male, e non ammettevano che un cieco impulso vitale: alcune
correnti si riducevano ad un semplice edonismo senza pretese
speculative. Il che indica quanto complessi e vari fossero gli indirizzi
della speculazione induista.
IL SANKHYA E
LO YOGA
I due sistemi sono in genere considerati insieme perché hanno molte
dottrine comuni, tranne il fatto che alcune correnti del Sankhya non
ammettono l'esistenza di Dio mentre lo Yoga la postula. L'esposizione
più antica del Sankhya è l'opera di Isvarakrsna intitolata Sankhyakarika(4°-5°
secolo d.C.) in 72 versi. Invece la letteratura yoga si incentra intorno
agli Yogasutra di Patanjali (2° sec. a.C.).
Sia il Sankhya che lo Yoga ammettono due sostanze opposte ma ugualmente
eterne: da un lato le anime (purusha), che sono infinite e semplici, e
dall'altro la prakrti,che sarebbe un po' la nostra natura o materia,
unica, dinamica, complessa. Il processo cosmico o, come diremmo noi,
l'evoluzione della natura o della materia è ciclico (teoria accettata da
tutte o quasi le scuole dell'India) e può avvenire ovviamente in due
sensi: o dall'alto verso il basso, dalla natura evoluta alle sue forme
più semplici, o dal basso verso l'alto, prendendo in considerazione le
forme più semplici fino ad arrivare a quelle più evolute. Le anime sono
luminose, pura intelligenza, ma inattive, impassibili, non soggette né a
gioia né a dolore: sono all'incirca l'io della coscienza. Le anime
devono conquistarsi la liberazione definitiva attraverso l'esperienza
della vita: occorre che avvenga il contatto con la materia, e quindi la
conquista della consapevolezza attraverso la sofferenza vissuta, perché
sia per sempre rotto l'incanto e la materia non possa più avere presa
sull'anima. Fino a quanto ciò non avviene, l'anima è incatenata al
fascino del materiale. Il ciclo samsarico avrà fine quando nascerà nella
psiche, attraverso la conoscenza data dal Sankhya e dallo Yoga, la
consapevolezza della distinzione tra l'anima (purusha) e la psiche
stessa (buddhi). Essendo così eliminata l'ignoranza, la psiche (buddhi)
ritorna allo stato di purezza originaria.
Lo Yoga, a differenza del Sankhya, ammette l'esistenza di un Dio come
supremo regolatore del moto della natura, la quale, non essendo
intelligente, non potrebbe svolgersi con la necessaria regolarità intesa
alla liberazione delle anime. Dio non è creatore ma è un'anima somma,
che con la sua perfezione stimola l'uomo a liberarsi dai vincoli
materiali. Il concetto di Dio è così passato per diversi stadi: dalla
primitiva, indifferente presenza, Dio è diventato a poco a poco il
Supremo signore onnipotente, Isvara. Altra differenza notevole tra Yoga
e Sankhya è il fatto che la liberazione, per lo Yoga, non deriva
soltanto dalla conoscenza, quanto dalla rigida disciplina ascetica. Deve
cioè compiersi un progressivo svuotamento dell'individuo: astensione
dall'offesa ad ogni creatura vivente, rispetto della verità, desistenza
dal furto sia pensato che eseguito, rifiuto di possedere ogni cosa che
non serva al puro sostentamento, purezza di spirito e di corpo,
indifferenza a tutto ciò che può succedere, ascetismo, studio dei testi
sacri e devozione verso Dio. Si prescrive quindi l'uso di posture
convenienti alla meditazione, il controllo del respiro (pranayama),che è
premessa essenziale per il controllo del pensiero e la sottrazione dei
sensi da ogni influsso dei propri oggetti, in modo che la loro funzione
sia ridotta a semplice percezione senza partecipazione dell'io (pratyahara).
Alla fine vi sarà lo stato supremo in cui è raggiunto l'arresto delle
funzioni mentali (nirodha-samadi o asamprajnata).
NYAYA E VAISESIKA
Anche questi due sistemi sono stati tradizionalmente abbinati, anche se
hanno fondamenti diversi. Il Nyaya è, almeno alle origini,
prevalentemente un sistema di logica che aiuta a motivare le proprie
opinioni; solo in seguito diventerà un sistema metafisico. Il Vaisesika
si occupa di classificare i dati dell'esperienza e di ridurli ad alcune
categorie fondamentali, e quindi propone una teoria atomica che indaga
la natura degli atomi, della loro combinazione e degli elementi che ne
derivano. I testi canonici sono i Vaisesikasutra attribuiti ad un
brahmano chiamato Kanada, redatti verso il 1° o 2° secolo d.C; i
Nyayasutra, attribuiti ad Aksapada, nel 3° secolo.
Secondo il Vaisesika, tutto ciò che si percepisce è reale. Le cose
esistono indipendentemente dal fatto che noi le percepiamo. Il mondo è
eterno ed è il risultato di una combinazione di atomi in continuo
movimento. Dio non è creatore ma è la causa efficiente dell'universo e
il regolatore del karma. Quando avviene la liberazione, l'anima tornerà
nella sua essenziale immobilità, inattività e inconsapevolezza,
distaccata dal mutevole mondo terreno.
Lo scopo del Nyaya è la conoscenza della realtà conoscibile attraverso
quattro mezzi appropriati: percezione, inferenza, analogia o
comparazione, testimonianza autorevole. Per cui conoscenza vera è quella
che non sarà mai soggetta a contraddizione o dubbio, che riproduce
l'oggetto come realmente è, e ci presenta insomma in maniera fedele un
oggetto qualunque. Questa soltanto è conoscenza, ed è da distinguere dal
ricordo, dal dubbio, dal ragionamento puramente ipotetico.
LA MIMAMSA
Questo sistema si riallaccia ai Veda. I primi Mimansasutra sono stati
redatti tra il 200 a.C. e il 200 d.C. Pensatori famosi di questa
corrente furono Kumarila e Prabhakara (entrambi del 7°-8° sec. d.C.) e
Khandanadevamisra( 16°-17° sec.). Il karma domina sovrano, inteso non
solo come atto morale, ma soprattutto in senso rituale, come atto
liturgico: l'universo e l'uomo sono retti dal sacrificio. Da ciascun
momento del rito, quando esso sia compiuto secondo le regola, si
sprigiona un risultato parziale, che sommandosi con gli altri risultati
parziali dell'atto sacrificale, si trasforma in un risultato complessivo
e globale. Il rito conduce al proprio fine in maniera puramente
meccanica. Tale sistema non ammette nell'ordinamento dell'universo
nessun intervento divino, per il fatto stesso che un Dio creatore e
distruttore dell'universo non esiste. La Mimamsa accetta una concezione
realistica dell'universo: le cose che cadono sotto i nostri sensi sono
reali. Al di là della materia, esistono innumerevoli anime, che sono
eterne, le quali trasmigrano di corpo in corpo per scontare i risultati
delle azioni compiute, fino a quando l'atto sacrificale non abbia
eliminato del tutto il residuo karmico. Rinuncia e devozione non servono
a nulla: soltanto il rito cancella il karma e separa l'anima dal corpo,
interrompendo il ciclo samsarico. La liberazione consiste nella
interruzione del processo karmico volto sia al male che al bene, perché
anche il bene fatto con la speranza di ricompense, in questa o
nell'altra vita, mantiene sempre legati all'esistenza e al samsara. La
Mimamsa resta dunque soprattutto una severa ed austera disciplina ed una
teoria sacrificale precisa, minuta e cavillosa. Ma come si può essere
certi che l'atto sacrificale abbia tanta infallibile efficacia? I
mimansaka (seguaci del Mimansa) poggiano la loro certezza sui Veda,
considerati come la massima inconfutabile autorità. I Veda sono eterni.
IL VEDANTA DI SHANKARA
Shankara (788-820) muove dall'assoluto e a quello contrappone lo
stesso mondo dell'esperienza quotidiana come il non-essere illusione (maya),
ignoranza (avidya). Nella rivelazione delle Upanishad, dice in sostanza
Sankara, è contenuta intera la verità. La ragione non serve a scoprire
la verità ma a dimostrare la legittimità di quella rivelazione e la
coerenza logica delle sue osservazioni. Egli vuole così opporsi alle
teorie del giainismo e del buddhismo.
Siccome l'io assoluto (Atman e Brahman) è l'unica realtà rivelata dalle
Upanishad, tutto ciò che non è questo io è un non essere, è irreale. Il
rapporto tra l'assoluto e l'apparenza è illustrato da Shankara con
esempi: di notte vedo luccicare qualcosa e prendo per argento quella che
è invece una semplice conchiglia. Così, in virtù della maya, l'Uno mi
appare molteplice, riflesso in un numero infinito di io particolari; ma
essi scompaiono quando si giunge alla consapevolezza dell'unico Io. La
maya è dunque una libertà magica che è presente nel Brahman come il
potere di bruciare è inerente al fuoco; in virtù della maya, il Brahman
nasconde la propria essenza e si proietta in una molteplicità apparente
che lo fa sembrare come diverso da quello che è, cioè come mondo o come
io singolo.
Commisurate alle possibilità degli uomini, esistono due forme di verità:
una assoluta, riservata a pochi eletti, e l'altra relativa. La maggior
parte degli uomini è ottenebrata dall'ignoranza per cui vive nella
convinzione della realtà del mondo fenomenico, retto da un Dio
personale. Al contrario, per colui che è giunto alla percezione
dell'unica autentica realtà né i riti, né le opere buone, né adorazione
di una divinità particolare hanno più valore; però, questi atti, uniti
all'osservanza dei precetti morali e sociali insegnati nei Veda, sono
efficaci affinché coloro che sono ancora nell'errore possano risalire,
nel corso delle esistenze, ad un grado tale di perfezione tale da
raggiungere la verità assoluta e con essa la definitiva liberazione.
Giustificando in tal modo da un lato le tradizioni antiche e ponendo
dall'altro le basi per un misticismo religioso intellettualmente
elevato, Shankara è stato in grado di soddisfare i bisogni religiosi
tanto dell'uomo colto che dell'ignorante: di qui la straordinaria
fortuna della sua dottrina e l'unanime stima goduta dalla sua persona.
RAMANUJA
Ramanuja (1017-1137, vissuto secondo la tradizione ben 120 anni!), è il
fondatore di un altro famoso indirizzo nella filosofia indiana, la
scuola del Visistadvaita (monismo differenziato). Partendo anch'egli
dalle Upanishad, elabora un sistema teistico: Dio ha creato il mondo lo
crea traendolo da sé. Infatti in Lui c'è tutto, sia spirito che materia.
Il mondo quindi è parte di Lui ed è dunque reale, non è solo
un'apparenza (come diceva Shankara) e costituisce il corpo di Dio, il
quale è immanente in tutto l'universo ma, nello stesso tempo, lo
trascende. Tra Dio da una parte e le anime individuali ed il mondo
dall'altra, c'è lo stesso rapporto che c'è tra l'anima e il corpo umano:
come i difetti del corpo non sono i difetti dell'anima, così le nostre
imperfezioni e quelle del mondo non sono le imperfezioni di Dio. La via
che conduce alla liberazione è il bhakti-yoga, o via della devozione,
che consiste nell'abbandono del fedele al Signore. Conseguendo la
liberazione, l'anima del fedele si unisce a Dio (Vishnu), rimanendo però
da Lui distinta e conservando la propria personalità.
Pensatori
contemporanei
RADHAKRISHNAN (1888-1975)
Sarvepalli Radhakrishnan, che è stato anche presidente dell'India, è
autore di moltissimi articoli e dozzine di libri di filosofia. IN primo
luogo egli non ritiene contraddittorio che un filosofo partecipi
attivamente agli affari politici e sociali, poiché questi sono apparenze
del Brahman e sono quindi dei mezzi da utilizzarsi nello sforzo di
raggiungere l'esperienza della realtà suprema. La filosofia di
Radhakhrisnan è stata dunque un tentativo di elaborare una esauriente
filosofia della religione. Il compito della filosofia della religione
com'è intesa da lui è quello di sviluppare una teoria sulle natura delle
cose nel mondo che possa rivelare le relazioni tra il mondo, l'anima e
Dio. La teoria deve spiegare i fatti dell'esperienza religiosa e nello
stesso tempo ammettere la ragione: in altre parole, ammessa la coerenza
razionale, la teoria deve avere le sue basi nell'esperienza religiosa
stessa. Per Radhakhrisnan la teologia, il dogma, il rituale, le altre
varie istituzioni sono le eterne trappole della religione, non la sua
essenza. L'essenza della religione è invece il tentativo di scoprire le
possibilità ideali della vita umana. Questa ricerca è personale e
coinvolge necessariamente l'intera persona. La religione include quindi
la sensazione, la ragione, la volontà e va ancora oltre tutto questo
verso il centro più profondo della persona, dov'è la vera sorgente
dell'uomo e, integrando queste facoltà, le guida per trasformare la vita
della persona in qualcosa di completo e di integro. Questo sé interiore
è descritto come Spirito, e la sostanza e l'essenza della religione è
l'esperienza della vita dello Spirito. Così come cambiano le forme della
cultura e della civiltà, debbono mutare anche le forme di religione, in
modo da poter manifestare adeguatamente l'esperienza dell'incontro
spirituale. Se nell'esperienza religiosa viene coinvolta tutta la
persona, essa è radicalmente da qualunque altra esperienza l'uomo possa
fare. In questo senso, le distinzioni che normalmente si fanno tra
soggetto e oggetto e tra una facoltà e l'altra, sono abbandonate per
affermare che nell'esperienza religiosa il soggetto e l'oggetto si
fondono divenendo un'unità. Ma quando è abbandonata la distinzione tra
soggetto e oggetto sono abbandonate anche tutte le altre consuete
distinzioni presupposte dal pensiero. Passato, presente e futuro
diventano pure astrazioni, prive di realtà. C'è soltanto l'adesso, privo
di dimensioni ed il qui, senza collocazione.
L'intento fondamentale della religione consiste nell'aiutare l'individuo
a rendersi conto che può elevarsi oltre i limiti imposti dalla materia,
dalla vita o dalla coscienza, fino a capire che nel suo essere più
profondo egli è identico con lo Spirito Assoluto ed è in verità
completamente libero dalle limitazioni inerenti all'identificazione con
un particolare modo o funzione dello Spirito. Tutto ciò è possibile
soltanto per mezzo di un'attività pratica, un'attività dell'essere
piuttosto che della conoscenza. È la realizzazione spirituale
dell'insegnamento di Uddalaka a suo figlio Shetaketu: “Tu sei quello”.
AUROBINDO (1872-1950)
Per Sri Aurobindo il grande problema del giorno d'oggi è la
trasformazione dell'uomo attuale nel grande essere spirituale che
potenzialmente è. La vita divina è per Aurobindo la vita vissuta nella
piena realizzazione del Brahman, e lo yoga è il mezzo per questa vita.
Lo yoga dev'essere praticato come mezzo per cambiare la condizione
attuale dell'umanità. Il Brahman ha dato origine all'universo senza
alcuna ragione, traendolo semplicemente fuori dalla pura esuberanza del
suo essere. L'universo esiste perciò come gioco di pura esistenza. Ma
non è un gioco capriccioso, poiché è diretto dall'Assoluto. L'evoluzione
dell'universo verso forme sempre più alte di vita e di coscienza è così
un ritorno verso la fonte di ogni cosa, verso il Brahman. La tendenza
dell'esistenza umana è quella di spingersi verso livelli superiori di
esistenza: per fare ciò viene in aiuto lo yoga, che comprende però ogni
cosa e non è riducibile a mera ascesi fisica. Per questo ci vogliono
anche condizioni materiali e sociali che permetteranno all'uomo di
arrivare oltre se stesso, elevando la sua esistenza fino alla vita
divina. Perciò devono essere instaurate e garantite la giustizia e la
libertà della società come condizioni necessarie per la superiore
evoluzione dell'uomo.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Il
Mahabharata, ed. it. TEA
Bhagavad Gita, ed. UTET
Koller, Le filosofie orientali, Ubaldini, Roma 1971
Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza, Roma-Bari 1987
AA.VV., Le grandi religioni del mondo, Paoline, Roma 1976
AA.VV., Enciclopedia filosofica, a cura del Centro di Studi
filosofici di Gallarate,
Le Lettere, Lucarini, Firenze 1982.
Stefano Piano ha curato per le edizioni Paoline una edizione della
Bhagavad Gita (1994)
S. Piano, Enciclopedia dello yoga, Promolibri 1999
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