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Vita di Buddha
Il termine Buddha in lingua pali significa “chi conosce o raggiunge
l'illuminazione”. Il fondatore del Buddhismo si chiamava in realtà Siddharta, ed
aveva come patronimico quello di Gautama o Gotama. Nacque in una famiglia
principesca, del clan dei Sakya, che viveva a Kapilavastu, in una regione che
oggi fa parte del Nepal, a 170 chilometri circa dall'odierna Benares. Nacque
verso la metà del 6° secolo a.C. Suo padre si chiamava Suddhodana e la madre
Mahamaya. Il giovane principe venne allevato in mezzo al lusso, avendo a
disposizione tutte le comodità ed i piaceri. A 19 anni sposò una donna
bellissima, Yasodhara. Per molti anni condusse una vita fatta di lusso e
felicità domestica. Ma un giorno il giovane incontrò un vecchio, un malato, un
morto ed un monaco. Quelle quattro realtà lo colpirono profondamente. Dopo
essersi reso conto che la vecchiaia, la malattia e la morte sono la sorte
dell'umanità e che vi sono delle persone che aspirano ad una vita diversa,
decise di dedicarsi anche lui alla ricerca della verità. Aveva 29 anni quando
decise di lasciare tutto e di ritirarsi in luoghi solitari per meditare. Si
addentrò nella foresta, si rase il capo, indossò l'abito giallo di un eremita e
per sei lunghi anni cercò una soluzione. Interrogò famosi sapienti, si diede
all'ascetismo più rigido ma non riuscì a trovare la Risposta. Una notte, infine,
si sedette sotto un albero e promise che non si sarebbe mosso da lì finché non
avesse trovato la Risposta. Sotto quell'albero combatté l'ultima battaglia,
quella contro le inclinazioni e i desideri del cuore umano, la battaglia contro
l'amore per il mondo, l'illusione, l'aspirazione ad esistere e a gioire, contro
il desiderio dell'onore, della felicità, della vita familiare, del benessere,
del potere ecc. Fu assalito dal demone Mara, ma Siddharta superò le tentazioni.
Dopo quarantanove giorni di meditazione, in una notte di luna piena del mese di
maggio, in un luogo noto come Buddhagaya, egli raggiunse l'illuminazione. Da
allora fu noto come “il Buddha”. Aveva circa trentacinque anni. Da quel giorno
percorse per altri quarantacinque anni il nord dell'India insegnando e
predicando il suo messaggio di speranza e di felicità. Buddha morì all'età di 80
anni a Kusinara, in una notte di luna piena nel mese di karttika
(ottobre-novembre).
Alla sua comunità, Buddha aveva lasciato solo la dottrina (Dhamma o Dharma), che
è conosciuta come le Quattro Nobili Verità. Esse sono: 1)c'è il dolore; 2)il
dolore ha una causa; 3)il dolore può essere superato; 4)il modo per eliminare il
dolore è pratica l'Ottuplice Sentiero. Vediamo in breve i vari punti.
1) Il dolore o la sofferenza (dukkha) è un fatto universale. “E questa, o
monaci, è la santa verità circa il dolore: la nascita è dolore, la vecchiaia è
dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; l'unione con quel che dispiace
è dolore; la separazione da ciò che piace è dolore; non ottenere ciò che si
desidera è dolore; in una parola, dolore sono i cinque elementi dell'esistenza
individuale”.
2) La causa del dolore è il desiderio ovvero brama ovvero sete (tauha). “Questa,
o monaci, è la santa verità circa l'origine del dolore: essa è quella sete che è
causa di rinascita, che è congiunta con la gioia e col desiderio, che trova
godimento ora qui ora là; sete di piacere, sete di esistenza, sete di
estinzione”.
3) Come può cessare il dolore? “Questa, o monaci, è la santa verità circa la
soppressione del dolore: è la soppressione di questa sete, annientando
completamente il desiderio, è il bandirla, il reprimerla, il liberarsi da essa,
il distaccarsi”. Esiste dunque uno stato in cui c'è libertà completa dalla
sofferenza e da ogni schiavitù, uno stato in cui si gode della pace assoluta,
che è il Nirvana (o Nibbana).
4) La via che conduce alla soppressione del dolore è l'Ottuplice Sentiero:
“Questa, o monaci, è la santa verità circa il sentiero che conduce alla
soppressione del dolore: è l'augusto ottuplice sentiero, e cioè: retta fede,
retta decisione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto
ricordo, retta concentrazione”. Questo Ottuplice Sentiero porta a prendere
coscienza di sé, del proprio intimo, porta alla sapienza e fuga l'ignoranza; il
suo frutto consiste nella serenità, nella conoscenza e nella illuminazione, che
è il Nirvana, lo stato di pace perfetta e di perfetta felicità.
Per chiarire meglio in che cosa consiste il Nirvana, dobbiamo ricordare che il
Buddhismo ha ereditato dall'Induismo il concetto del karma. Il karma è la nostra
azione o, meglio, in senso morale, è il frutto della nostra azione, il nostro
merito o demerito. Fintanto che vi sarà karma, un essere nascerà e rinascerà.
Questa però non vuole essere una dottrina deterministica poiché si è sempre
liberi di agire per il meglio o per il peggio. È la volontà e non tanto la sola
azione che riveste importanza nel produrre nuovo karma. Questa situazione è
forse destinata a continuare per sempre? No, per il Buddhismo non sarà sempre
così. C'è infatti la possibilità di arrivare al Nirvana per porre fine alle
sofferenze, per essere liberati dalla ruota delle nascite e delle rinascite. Si
tratta di uno stato di beatitudine suprema, di pace e di tranquillità interiore,
accompagnato dalla certezza di aver ottenuto la liberazione; è uno stato non
descrivibile a parole; solo chi lo ha sperimentato può sapere che cos'è. Infatti
può essere raggiunto in questa vita e non in uno stato futuro. Né è una
condizione che solo pochi possono fare propria. Tutti sono in grado di
raggiungerlo, anche se sono molto pochi coloro che vi giungono in maniera
perfetta durante questa vita. La beatitudine dei perfetti (Arahat) dopo la morte
è chiamata Parinirvana, e costituisce ovviamente l'ultimo stadio del nirvana.Tale
è il traguardo a cui l'Ottuplice Sentiero può condurre il fedele.
La teoria della anatta.
Il Buddhismo respinge la nozione di anima intesa come la sostanza
individuale, personale, autonoma e immortale nei confronti del corpo.
Esso sostiene al contrario che non c'è nessuna anima, dunque c'è una
non-anima, che chiama anatta. In altre parole, l'anima o l'io o il sé
non esistono. Quel che è detto “io” è una combinazione continuamente
mutevole di forze ed energie mentali e fisiche, che sono di per sé
vuote, irreali. Noi siamo abituati a dire che il corpo o le abitudini o
i pensieri di una persona appartengono ad un sé, ed in questo modo
suggeriamo che, oltre a ciò che è posseduto, vi sia anche un possessore
- l'io - di tali processi. In realtà, secondo il Buddhismo, questo è
soltanto un modo di dire: la dottrina della anatta nega insomma che il
cosiddetto sé sia una sostanza indipendente dai processi che formano una
persona. Si tenga inoltre presente che per il Buddhismo la credenza in
un sé sostanziale è proprio alla base della sofferenza, perché tale
credenza rende possibile l'attaccamento dei vari processi appunto ad un
sé che soffrirebbe: io soffro, io gioisco, io agisco… Questo errore
fondamentale, questo ignorare quale sia la verità (per il Buddhismo)
permette l'attaccamento e rende perciò reale la sofferenza ed
impossibile a superarsi.
Il Sangha.
Un altro concetto molto importante nel Buddhismo è la “comunità” o
sangha. Il sangha è l'ordine dei monaci buddhisti (bhikku). Oggi il
Buddhismo è diviso, grosso modo, nella scuola meridionale o Theravada (
diffuso in Birmania, Sri Lanka, Thailandia, Cambogia), chiamata anche
Piccolo Veicolo, e nella scuola settentrionale, forse più conosciuta ai
profani, del Mahayana (diffuso in Tibet, Mongolia meridionale, Cina,
Giappone, Corea, Vietnam), chiamata Grande Veicolo. Queste due scuole
sono due aspetti complementari di un tutto. Il Buddhismo, pur sorto in
India, ha saputo adattarsi ai popoli e alle culture in cui si è diffuso.
Il primo Buddhismo era contrario ai riti e alle cerimonie, alle
preghiere e alle osservanze. Buddha stesso non designò alcun successore
né diede direttive riguardo una forma particolare di organizzazione. Col
passare del tempo fu però necessario ricorrere a qualche forma di
organizzazione per tenere insieme la comunità (sangha). Essa è stata
così costretta a stabilire vari gradi all'interno della comunità. Vi è
dunque il novizio; quindi il monaco vero e proprio; poi l'anziano e in
ultimo il grande anziano. Tra i monaci non esistono comunque segni di
distinzione. La disciplina è regolata da un codice, Patimokkha, che
contiene 227 precetti. È cosa relativamente semplice farsi buddhista:
buddhista è chi venera il Buddha come la guida o il maestro spirituale
più alto, e che si sforza di vivere in conformità ai suoi insegnamenti.
Chiunque vuole diventare seguace di Buddha dichiara la propria
intenzione usando la formula seguente, detta Tirasana (i tre rifugi),
recitata abitualmente in lingua pali, che si può tradurre così: “Al
Buddha come rifugio io vado; al Dharma come rifugio io vado; al Sangha
come rifugio io vado”.
Le feste buddhiste
Il giorno di riposo è il sabato. Le tre feste più importanti sono il
Capodanno, il Giorno del Buddha e la Quaresima. Il Capodanno cade in
genere nel mese di aprile. La celebrazione dei primi due giorni del
nuovo anno comprende la Festa dell'acqua. La gente offre recipienti di
acqua fresca ai suoi anziani e regala loro dei doni utili in segno di
rispetto e per chiedere la loro benedizione; a loro volta gli anziani
rispondono elargendo quattro grazie, e cioè lunga vita, bell'aspetto,
tranquillità ed energia. Inoltre si getta per divertimento dell'acqua
addosso ai passanti. Le due pratiche sono interpretate come un lavaggio
dalla “sporcizia” accumulata nel corso dell'anno. L'acqua viene gettata
addosso agli altri anche allo scopo di ottenere pioggia più abbondante
nella imminente stagione della semina del riso. Infine la festa serve
anche a farsi dei meriti andando a visitare i propri defunti. La gente,
dopo aver offerto del cibo ai monaci nei monasteri, affolla le pagode
dove sono sepolte le ceneri e le ossa cremate degli antenati.
Nel Giorno del Buddha si commemorano la nascita, l'illuminazione e la
morte di Buddha. Infatti in un giorno di luna piena del mese di maggio
venne alla luce Siddharta Gautama; in un giorno di luna piena di maggio
egli ebbe l'illuminazione, e in un giorno di maggio morì o, per meglio
dire, entrò nel Parinirvana.
La Quaresima buddhista dura tre mesi, dalla luna piena di luglio alla
luna piena di ottobre. In questo periodo, i monaci non possono viaggiare
e non possono passare la notte fuori dal monastero se non in caso di
gravi necessità. In tale epoca non si possono celebrare matrimoni, non
si possono svolgere giochi e altre forme di divertimento pubblico, ed i
devoti cercano di osservare il sabato più spesso che possono.
L'etica buddhistica
Fin dagli inizi il buddhismo distinse certi valori umani assoluti,
universali, validi per tutti, e dei precetti più rigidi la cui
osservanza è propria dei monaci. Le cinque regole raccomandate ai laici
sono (Panca sila): rispetto della vita, astenersi dal furto, castità,
non mentire, non bere bevande alcoliche. Le cinque regole obbligatorie
per i monaci, oltre alle cinque precedenti, sono: disciplina nell'ora
dei pasti (cioè mangiare nel momento prescritto), non ricercare i
piaceri mondani, evitare unguenti ed ornamenti; non usare letti ampi e
comodi, non ricevere denaro. In queste prescrizioni il buddhismo non fu
originale: un catalogo simile si ritrova ad es. nello Yoga.
L'originalità del buddhismo è altrove. I precetti morali non hanno di
mira l'individuo singolo, isolato, che ha di mira la propria salvezza;
piuttosto considerano l'uomo come vivente in mezzo agli altri: non basta
non fare del male, non basta non uccidere o non offendere, bisogna
altresì partecipare amorosi alla vita altrui, avere simpatia per i
propri simili, rallegrarsi delle loro gioie e commiserare e alleviare i
loro dolori. In altre parole, simpatia e pietà introducono un elemento
positivo nella morale; la quale non è più l'eliminazione o cessazione
del male ma diventa un comandamento positivo: qualche cosa che bisogna
fare, e a fare non per sé ma per gli altri.
La morale buddhistica immette cioè nella morale indiana il senso del
collettivo. L'uomo è sì artefice del proprio destino, deve evitare il
male e superare le passioni e l'egoismo, ma questa purificazione non è
un rigido ed austero estraniarsi dal mondo; essa trova il proprio
esercizio e il terreno fecondo nella vita consociata. La morale del
laico si differenzia per questo dalla morale dell'asceta: il quale
necessariamente deve sottostare ad altri obblighi e limitazioni. Il
contrasto tra le due morali non è stato forse per nessuna scuola così
palese come nel Buddhismo: accanto a quei comandamenti universalmente
validi, abbiamo la tecnica sottile, ingiunta ai monaci, per detergere
tutte le macchie, distrazioni ed egoismi dal più profondo della mente, e
rendere questa cristallina e pura, onde le passioni e il karma
conseguente non abbiano più presa sull'uomo. Su questa prassi si innesta
il processo della meditazione, dell'ottenimento della perfetta quieta,
della soppressione intera della passione, della restituzione della mente
alla sua assoluta, immobile serenità. Ma sulla morale laica, riscaldata
dai principi della simpatia e della pietà, fiorì lo spirito di rinuncia
e di sacrificio che rappresenta il centro del Grande Veicolo.
Nel Mahayana infatti l'amore trionfa nella figura del Bodhisattva, che è
tutto abnegazione e sacrificio. Le sei o dieci perfezioni che deve
praticare il Bodhsattva per tramutarsi in Buddha muovono dalla
perfezione della Legge, dalla pazienza, dalla rinuncia di se medesimi,
dalla costanza: virtù che l'agiografia tradizionale celebra di continuo
ad edificazione dei fedeli, ripetendo le gesta del Buddha. Tale spirito
di sacrificio è assoluto, nel senso che non basta sacrificare i propri
beni o la propria vita. Il Bodhsattva rinuncia al risultato karmico del
bene che compie, e fa voto di assumere su di sé i peccati altrui e
trasferire la propria gioia e i propri meriti agli altri. Questo supremo
sacrificio si chiama parinamana, trasferimento del karma altrui sul
Bodhisattva; esso diventa uno dei fattori necessari della elevazione
spirituale e sta a significare l'assoluta abnegazione che deve animare
il Bodhisattva.
Nagarjuna
Visse verso la fine del 2° secolo d.C. Secondo una biografia mitica
cinese, era nato nell'India meridionale. Di casta brahmanica, studiò i
Veda e apprese tutte le scienze, compresa la magia, grazie alla quale
sapeva rendersi invisibile. Approfittando di quest'arte, penetrò
nell'harem del re; scoperto, riuscì a fuggire e si fece monaco buddhista,
e diffuso il buddhismo nell'India meridionale. È considerato il
fondatore di una importante scuola del buddhismo, quella dei Sunya-vadin,ed
è l'autore di un celebre testo, i Madhyamikakarika, oltre a numerose
altre opere.
Nagarjuna dimostra che le cose, essendo reciprocamente condizionate, non
hanno realtà in sé. Non c'è un soggetto e un oggetto. Nessuna cosa è
esistente in sé: esiste in quanto in relazione con le altre. La sua
individualità e singolarità è una supposizione erronea. Del mondo
dell'esperienza non si può, in verità, predicare nulla: esso è
contraddittorio e nessun concetto è valido per spiegarlo.
Nagarjuna cerca di ridurre all'assurdo ogni possibile teoria. È un
criticismo estremo che afferma la relatività di ogni pensiero e di ogni
essere: come ogni cosa non ha un'esistenza reale e il suo essere è
puramente apparente, così nessun concetto è indipendente. Pensare è
supporre sempre una relazione; quando il processo dialettico ha
dimostrato l'insostenibilità logica di tutto il pensato, quella
cessazione o arresto è il vuoto,la vacuità, l'inesprimibile, al di là di
ogni designazione. Nagarjuna fa l'esempio di un malato agli occhi che
immagina di vedere macchie o punti. Chi non sappia di essere malato
prende quelle macchie per vere e reali; chi sa di essere malato, pur non
potendo eliminare quel difetto, sa che la persona sana ne è priva e per
lei quelle macchie non esistono. Così la vera vista è quella che scopre
l'identità estrema oltre tutti gli opposti e tutti i concetti, identità
nella quale appunto samsara e buddhità si equivalgono: il reale
trascende ogni dualità.
La vacuità (sunyata) è il fondamento di tutto. Essa non è il puro nulla
ma la negazione, come già accennato, di ogni categoria mentale, anche la
più generale e astratta, per cui della realtà in sé non si può dire né
che esiste né che non esiste perché trascende il nostro pensiero. Anche
il buddha, il nirvana e le altre categorie buddhistiche sono in sé
inesistenti, hanno soltanto un valore strumentale e servono come ideali
a cui deve tendere la nostra azione. Chi crede nella realtà dei fenomeni
si irretisce nel ciclo delle nascite e rinascite, chi invece si convince
della loro illusorietà e crede nella vacuità, non si attacca al mondo e
ottiene la liberazione.
Il Buddhismo tibetano
Il Buddhismo tibetano pratica la forma del “Veicolo di diamante”(vajrayana).Secondo
la tradizione, la penetrazione del buddhismo nel Tibet è legata
all'opera del re Sron-btsan-sgam-po (620-649 ca.) ma è probabile che una
prima penetrazione di dottrine buddhiste di provenienza cinese e
centro-asiatica si sia verifica ancora prima di quest'epoca. Il periodo
che va dal X al XV secolo vide il consolidamento del Buddhismo in Tibet
e la definitiva sistemazione del Canone, che risultò diviso in due
grandi sezioni, una contiene i sutra, il tantra, le regole di
disciplina; l'altra la letteratura esegetica. La crescente
mondanizzazione della setta Sa skya pa (così chiamata dal monastero di
Sa Skya, fondato nel 1073), finì con l'accentrare il potere temporale
nelle mani dei religiosi e consentì loro di esercitare per esecoli un
forte dominio teocratico su tutto il paese.
Tale potere venne legittimato politicamente dallo stesso Kubilai khan
(capo dei tartari, nipote di Gengis Khan) nel XIII secolo, che concesse
loro la sovranità (ereditaria di fatto, in quanto gli abati di questa
setta, non vincolati al celibato, potevano contrarre matrimonio e quindi
trasmettere il potere ai propri figli) su tutto il Tibet. Si stabilirono
in questo modo quelle relazioni ufficiali tra i due popoli che
porteranno al vassallaggio del Tibet sotto i Mongoli e poi sotto la
Cina.
Il buddhismo tibetano è chiamato lamaismo dal termine lama, cioè
maestro. Il potere teocratico del lamaismo si esercita attraverso una
comunità fortemente gerarchizzata a capo della quale sono due Lama: il
Dalai Lama (=maestro che è oceano di saggezza) e il Pan c'en-Lama. Il
primo risiedeva nel convento Potala a Lhasa e deteneva il potere supremo
sul Tibet; il secondo invece dimorava nel monastero di Ta-shi-lhum-po e
deteneva il potere spirituale. In ordine di dignità ai due grandi Lama,
seguono 180 Hutuktu, considerati incarnazioni di bodhisattva e di dèi.
Ogni volta che un Lama muore, i dignitari religiosi si pongono alla
ricerca di un bambino nel quale si può avere la certezza (in base ad
eventi straordinari) che si è rifugiata l'anima del Lama defunto: ove le
prescritte prove di accertamento confermino la validità delle scelte, il
predestinato viene ad occupare di diritto il posto del Lama deceduto.
Tra i culti più notevoli praticati dai lamaisti vi è quello dei “Buddha
viventi”, ossia dei grandi monaci i quali, durante le funzioni
liturgiche, sono fatti oggetto di venerazione come esseri divini. Il
Lamaismo è oggi presente, oltre che in Tibet, in Mongolia, nella Cina
del Nord e dell'Ovest, in Turkestan, Nepal, Bhutan e Sikkim.
Il Buddhismo Zen
Lo Zen è una forma particolare di Buddhismo. La parola zen è un termine
giapponese derivato dal cinese ch'an o shan, a sua volta trascrizione
del sanscrito dhyāna, ossia meditazione. È infatti una corrente del
buddhismo che ebbe origine in Cina al principio del 6° sec. d. C. Dalla
Cina si diffuse in Giappone con il monaco Eisai verso il 1190. Qui lo
Zen ebbe grande fioritura e diede vita a numerose correnti (Rinzai, Soto
ecc.), molte delle quali ancora attive.
Lo Zen non conosce dèi, non ricerca l'immortalità e non ammette concetti
come peccato o anima. Non è né una religione né una filosofia in senso
occidentale; è semmai un sistema di vita. Che cosa fa una persona che
segue lo Zen? Essa si educa gradualmente a cogliere la realtà senza
mediazioni intellettuali ma vivendola nella pienezza del momento.
È la qualità dell'esperienza qui e ora, e non la precisione della
ragione, che assume la massima importanza per il seguace dello Zen. La
pratica fondamentale dello Zen è lo zazen, che viene intrapresa al fine
di ottenere le condizioni ottimali per vedere direttamente in se stessi
e scoprire nella purezza della propria esistenza la vera natura
dell'essere. Lo Zen crede che la persona comune sia presa in un
groviglio di idee, teorie, riflessioni, pregiudizi, sentimenti ed
emozioni tali che non le permettono di cogliere la verità e la realtà ma
solo frammenti di essa. Lo scopo dello zazen è dunque quello di liberare
l'individuo e di consentirgli di entrare in modo pieno e diretto nella
realtà. Vi sono tre mete che lo zazen si propone. La prima consiste
nell'aumentare i poteri di concentrazione eliminando tutti i fattori di
distrazione e tutti i dualismi (soggetto e oggetto, realtà e apparenza,
bene e male ecc.). La seconda mira al conseguimento del satori, ossia di
una sorta di illuminazione (essa presuppone un intenso allenamento: per
ottenere il satori, vengono in aiuto i koan, stratagemmi usati dal
maestro per far ottenere l'illuminazione al discepolo). La terza infine
consiste nel vivere l'illuminazione nella vita di tutti i giorni. In
questo modo qualsiasi azione e qualsiasi momento sono vissuti nella
pienezza e nella profondità della verità.
Storie Zen
Nan-in, un Maestro Giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la
visita di un professore universitario che era andato da lui per
interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il te. Colmò la tazza del suo
ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il te,
poi non riuscì più a contenersi. "E’ ricolma. Non ce n’entra più!".
"Come questa tazza" disse Nan-in "tu sei ricolmo delle tue opinioni e
congetture. Come posso spiegarti lo zen, se prima non vuoti la tua tazza
?".
Gli insegnanti di Zen abituano i loro giovani allievi a esprimersi. Due
templi Zen avevano ciascuno un bambino che era il prediletto tra tutti.
Ogni mattina uno di questi bambini, andando a comprare le verdure,
incontrava l’altro per la strada.
"Dove vai?" Domandò il primo. "Vado dove vanni i miei piedi" rispose
l’altro. Questa risposta lasciò confuso il primo bambino, che andò a
chiedere aiuto al suo maestro. "Quando domattina incontrerai quel
bambino" gli disse l’insegnante "fagli la stessa domanda. Lui ti darà la
stessa risposta, e allora tu domandagli: "Fa’ conto di non avere i
piedi: dove vai, in quel caso?". Questo lo sistemerà. La mattina dopo i
bambini si incontrarono di nuovo. "Dove vai?" domandò il primo bambino.
"Vado dove soffia il vento" rispose l’altro. Anche stavolta il piccolo
rimase sconcertato, e andò a raccontare al
maestro la propria sconfitta. "E tu domandagli dove va se non c’è vento"
gli consigliò il maestro. Il giorno dopo i ragazzi si incontrarono per
la terza volta. "Dove vai ?" domandò il primo bambino. "Vado al mercato
a comprare le verdure" rispose l’altro.
Il grande santo buddhista Nagarjuna andava in giro tutto nudo, con solo
il perizoma e, paradossalmente, una ciotola dorata per raccogliere
l’elemosina, dono del re che era suo discepolo. Una sera stava per
mettersi a dormire, fra le rovine di un antico monastero, quando si
accorse che un ladro lo stava spiando da dietro una colonna. "Tieni,
prendila", disse Nagarjuna, porgendogli la ciotola. "Così non mi verrai
a disturbare quando sarò addormentato". Il ladro arraffò la ciotola e
fuggì via, per ritornare però il mattino seguente con la ciotola e una
richiesta: "Quando ieri sera mi hai regalato questa ciotola con tanta
generosità, mi hai fatto sentire molto povero. Insegnami come fai a
procurarti la ricchezza che ti permette di avere questo sereno distacco
dalle cose".
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Canone buddhista, 2 voll., ediz. UTET
La rivelazione del Buddha, 2 voll. Meridiani Mondadori
Botto, Buddha e il buddhismo, Oscar Mondadori
101 storie zen, Adelphi
Conze, Breve storia del buddhismo, BUR Rizzoli
Humphreys, Dizionario buddhista, Astrolabio Ubaldini
Suzuki, Introduzione al buddhismo Zen, Astrolabio Ubaldini
Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza
copyright by Ernesto Riva
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