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I PENSIERI DI PASCAL

 
  Ecco un altro dei capolavori della letteratura filosofica. Poiché non credo che starete collegati ad Internet per leggerli, riporto qui solo alcuni pensieri e il resto potete leggervelo con tutta calma scaricando il testo in francese, zippato, cliccando qui




PENSIERI DI BLAISE PASCAL



Due eccessi: escludere la ragione, ammettere soltanto la ragione. (253)

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose. Io sostengo che il cuore ama naturalmente l'essere universale, e naturalmente se medesimo, secondo che si volge verso di lui o verso di sé; e che s'indurisce contro l'uno o contro l'altro per propria scelta. (277)

Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo. Se le cose naturali la trascendono, che dire di quelle soprannaturali? (267)

Distrazione. A volte mi sono messo a considerare le diverse forme di distrazione degli uomini, e i pericoli e le fatiche a cui si espongono, a corte come in guerra, e donde nascano tante contese, passioni, imprese audaci e spesso dissennate: ho scoperto che l'infelicità degli uomini deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza. Un uomo che ha mezzi sufficienti per vivere, se sapesse stare a casa sua traendone piacere, non uscirebbe per mettersi in mare o all'assedio di una postazione.
Ma quando ci ho maggiormente riflettuto e, dopo aver trovato la causa di tutti i nostri mali, ne ho voluto scoprire la ragione, mi sono reso conto che ce n'è una molto concreta, che consiste nell'infelicità intrinseca della nostra condizione debole e mortale, e così miserabile che niente ce ne può consolare, quando ci soffermiamo a pensarci. [...]
Da ciò si desume perché il gioco e la ricerca della compagnia femminile, la guerra, le alte cariche siano mete tanto ambite. Non che vi si trovi effettivamente della felicità, né che ci si immagini che la vera beatitudine consista nel denaro che si può vincere al gioco, o in una lepre che corre: non si accetterebbero come doni, se ci fossero offerti. Non è questo possesso, molle e placido, e che ci lascia pensare alla infelicità della nostra condizione, che si ricerca, né i pericoli della guerra, né gli affanni delle cariche, ma è il frastuono che ci toglie dai pensieri e ci distrae.
Ragion per cui si ama di più la caccia che la preda.
Ciò spiega che la ragione principale della condizione dei re è che tutti si sforzano incessantemente di distrarli e di procurar loro ogni sorta di piaceri. Il re è circondato da persone che non pensano ad altro che a divertire il re e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché è infelice, anche se è un re, se ci pensa.
Ecco tutto quello che gli uomini hanno potuto pensare per rendersi felici. E quelli che sull’argomento fanno della filosofia, e che giudicano assai poco ragionevole che la gente passi l’intera giornata a correr dietro a una lepre che non si vorrebbe aver comperato, non capiscono nulla della nostra natura. Quella lepre non ci impedirebbe la vista della morte e delle altre miserie, ma la caccia, che ce ne distrae, può farlo. (139)

Chi non vede la vanità del mondo è ben vano anche lui. Ma chi non la vede, tranne i giovani che sono sempre nel chiasso, nel divertimento e nel pensiero dell’avvenire? Eppure, togliete loro la distrazione e li vedrete morire di noia; essi sentono allora il loro niente senza conoscerlo: perché è davvero essere infelici il trovarsi in una tristezza insopportabile non appena si è ridotti a pensare a sé, a non avere alcun motivo di distrazione. (164)

Noia. Niente per l'uomo è insopportabile come l’essere in pieno riposo, senza passioni, senza affari da sbrigare, senza svaghi, senza un'occupazione. Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Subito si leveranno dal fondo della sua anima la noia, la malinconia, la tristezza, l'afflizione, il dispetto, la disperazione. (131)
Miseria. La sola cosa che ci consola delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia è la più grande delle nostre miserie. Perché è ciò che principalmente ci impedisce di pensare a noi stessi, e che ci porta a perderci senza accorgercene. Senza di essa, saremmo nella noia, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più consistente per uscirne. Ma la distrazione ci svaga, e ci fa giungere senza accorgercene alla morte. (171)

L'uomo è chiaramente fatto per pensare; è tutta la sua dignità e tutto il suo merito; e tutto il suo dovere consiste nel pensare come si deve. Ora, l'ordine del pensiero è quello di cominciare da sé, e dal suo autore e dal suo fine.
Ma a che cosa pensa la gente? Mai a questo; ma a ballare, a suonare il liuto, a cantare, a comporre versi, a infilzar l'anello nelle giostre, e cose simili, a battersi, a farsi incoronare re, senza pensare che cosa vuol dire essere re e che cosa vuol dire essere uomo. (146)

L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna che pensa. Non è necessario che l'universo intero si armi per distruggerlo: un vapore, una goccia d'acqua bastano per ucciderlo. Ma, quand'anche l'universo lo distruggesse, l'uomo sarebbe sempre più nobile di ciò che l'uccide, perché sa di morire e del vantaggio che l'universo ha su di lui; l'universo non sa nulla.
Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È questa la via per innalzarci, e non attraverso lo spazio o la durata, che non saremmo in grado di riempire. Impegniamoci dunque a ben pensare: ecco il principio della morale. (374)


 

OMISSIS...

 

 

 

 

 

 

 

 




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