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INTERPRETAZIONI STORIOGRAFICHE DEL RINASCIMENTO
Pare che il termine Rinascimento sia del Vasari (1511-1574), per
contrapporre all’antica e “rozza maniera” dell’arte bizantina e gotica,
il nuovo stile degli artisti fiorentini (ad es. Giotto). E, sempre a
proposito di precisazioni terminologiche, il termine “storiografia”
pare sia stato inventato da Tommaso Campanella nel 1638.
Vi sono tre interpretazioni fondamentali riguardanti l’Umanesimo e il
Rinascimento. La prima è della frattura e distinzione; la seconda della
continuità; la terza della originalità nella continuità.
La prima teoria, quella detta della frattura, è stata sostenuta
da VOIGT (1827-1891) e da BURCKHARDT (1818-1897, autore del celebre
libro, La civiltà del Rinascimento in Italia,1860, trad. it. Newton
Compton) e sostiene che vi è distinzione fra Umanesimo e Rinascimento,
per cui l’Umanesimo sarebbe il momento filologico-letterario e il
Rinascimento il momento filosofico-scientifico. Vi è poi una netta
frattura fra Medio Evo e Rinascimento in quanto netta opposizione fra
religiosità del primo e irreligiosità del secondo, astrattezza del primo
e realismo del secondo, spiritualismo del primo e sensualismo del
secondo, dogmatismo del primo e scetticismo del secondo. Dello stesso
parere furono già gli Illuministi, i Romantici, lo studioso Dilthey e
Cassirer.
La seconda teoria, detta della continuità, è stata sostenuta da
uno studioso di nome BURDACH (1859-1936, nel suo libro Dal Medioevo alla
Riforma, 1912-13), il quale ritorna ad avvicinare i due termini di
Umanesimo e Rinascimento, considerando l’Umanesimo come la prima parte
del Rinascimento, e quindi uno degli effetti dello spirito
rinascimentale, del suo programma innovatore. in questo senso, il
termine Rinascimento denota l’intera civiltà del ‘400 e del ‘500.
inoltre il Burdach insiste sui nessi fra le due civiltà – quella
medioevale e quella rinascimentale – ed ha ritenuto di individuare la
genesi del Rinascimento nell’esigenza di rinnovamento religioso.
La terza teoria, quella della originalità nella continuità, è
stata sostenuta da uno studioso italiano, Eugenio GARIN ( fu docente
all’università di Firenze e a Pisa), il quale, pur d’accordo sul fatto
che il Rinascimento non nasce tutto d’un tratto, senza legami con l’età
precedente, esso ha una sua originalità, per cui non è illusoria la
sensazione dei rinascimentali di vivere in una età nuova, con un
mutamento di fondo nei confronti del mondo e della vita.
THOMAS MORE

(1478-1535)
Tommaso Moro nacque a Londra nel 1478 e morì nel 1535, decapitato per
ordine di Enrico VIII, per essersi opposto all’annullamento del suo
matrimonio con Caterina (da qui lo scisma che darà origine alla Chiesa
anglicana). Fu canonizzato come martire dalla Chiesa cattolica nel 1935.
La sua opera più nota è Utopia.
UTOPIA. La parola deriva dal greco e significa “in nessun luogo”.
E’ dedicata all’amico Peter Gilles, dotto umanista olandese dell’epoca,
ed è divisa in due parti : nella prima, critica le regole ancora vigenti
del sistema feudale, come evidente premessa di quello che esporrà nella
seconda , cioè questa comunità ideale perfetta (quasi come la Repubblica
platonica). Il libro consiste in pratica nella descrizione di un’isola
perfetta fatta da un testimone, il viaggiatore Raffaele Itlodeo. L’isola
di Utopia è un’isola a forma di mezzaluna, con una confortevole baia
dalle acque sicure ma dall’approdo difficile a causa degli scogli
affioranti che insidiano l’accesso. Sull’isola vi sono 54 città, tutte
uguali. Nessuna famiglia è proprietaria della casa in cui vive, poiché
non vige la proprietà privata. E per evitare anche ogni affetto alle
mura che li ospitano, devono cambiare domicilio ogni dieci anni.
L’assegnazione delle nuove case avviene per sorteggio. L’attività comune
a tutti è l’agricoltura; i pasti frugali vengono consumati in mense
pubbliche; tutti sono vestiti allo stesso modo; si pratica il libero
scambio delle merci, per cui si ignora l’uso della moneta e si disprezza
l’oro, che viene usato per forgiare le catene per gli schiavi. Lavorano
tutti sei ore al giorno, tranne una ristretta cerchia di intellettuali
che sono autorizzati dallo Stato a dedicasi completamente agli studi.
Pasti e sonno vengono scanditi da un preciso orario : si va a dormire
alle otto di sera; si lavora per tre ore alla mattina e per tre ore al
pomeriggio, dopo aver fatto una pausa di due ore. Lo spazio tra sonno e
lavoro lo si riempie distraendosi in modo “utile e intelligente”,
partecipando a lezioni pubbliche che si tengono all’alba, oppure
conversando o facendo musica dopo pranzo, nelle grandi sale dove si è
mangiato. Su Utopia vigilano 200 sifogranti, mentre su tutti governa un
principe eletto con voto segreto, il quale rimane in carica tutta la
vita. Vi è la tolleranza religiosa : è vietata soltanto la dottrina che
nega l’immortalità dell’anima e la provvidenza, ma a chi la professa
viene solamente impedito di diffondere la sua credenza.
MONTAIGNE

(1533-1592)
MICHEL DE MONTAIGNE nacque nel
1533 nel castello di Montaigne, nel Périgord (Francia sud-occidentale).
Educato dal padre con un metodo che escludeva ogni costrizione, imparò
il latino come lingua materna, da un precettore che non conosceva il
francese. Studiò diritto e divenne consigliere nel Parlamento di
Bordeaux. Tradusse in francese un’opera del teologo catalano Raimundo de
Sabunda († 1436), il Liber creaturarum sive Theologia naturalis,
un libro di apologetica che fondava la verità cristiana più sulla
ragione e sul senso comune che sulla dogmatica. Nel 1571 lasciò la vita
pubblica e si dedicò interamente agli studi vivendo nel suo castello di
Montaigne. Pubblicò nel 1580 i primi due libri dei suoi Saggi, che
diventeranno subito famosissimi. Si dedicherà ad essi fino alla morte,
avvenuta nel 1592. E’ sepolto nella chiesa dei Foglianti a Bordeaux.
I SAGGI. Il termine Essais vuol dire assaggi,
sperimentazioni, ricerche, esperienze, perché Montaigne intende
confrontare le esperienze degli antichi con le proprie. Nella prefazione
alla sua opera scrive : “Sono io stesso la materia del mio libro”.
Dunque il meditare, il filosofare è inteso da Montaigne come un continuo
sperimentare se stessi, un continuo riferimento a noi stessi.
L’esistenza è per lui un problema sempre aperto, un’esperienza continua,
che non può mai concludersi definitivamente e deve quindi sempre
chiarirsi a se stessa. Com’è allora questa esistenza? Essa è
costantemente protesa verso il futuro : l’uomo ha una costante
preoccupazione per il futuro. “Noi siamo sempre al di là di noi stessi;
il timore, il desiderio, la speranza ci lanciano verso l’avvenire…”.
Dovremmo invece imparare a non essere troppo presuntuosi e ad accettare
serenamente la nostra condizione : l’uomo non deve cercare di essere più
di uomo. E della condizione umana è elemento costitutivo la morte : “Tu
muori perché sei vivo”. L’uomo deve dunque accettare il suo destino di
essere mortale per poter vivere meglio : il pensiero che si è mortali
suscita un impegno a vivere, ed a vivere meglio, più profondamente e
pienamente. L’uomo deve anche riconoscere che sa ben poco, che la
ragione ha dei limiti, che la scienza può sbagliare. Insomma, in realtà,
Que sais-je?,che cosa so io? Il problema però non è tanto
che cosa si sa o che cosa non si sa quanto piuttosto che cosa si può e
si deve fare. La saggezza consiste nel vivere bene : “Il mio mestiere,
la mia arte, è vivere”. La saggezza di Montaigne non si basa né sulla
rivoluzione né sull’utopia. La sua saggezza consiste nella ricerca di
una felicità terrena e nel modo migliore per conseguirla : da qui
l’abbandono di ogni orgoglio intellettuale, l’accettazione
dell’esistenza nei suoi vari aspetti, cioè la tolleranza verso le nostre
fragili illusioni, le nostre piccinerie, i nostri peccatucci abituali,
persino una certa dose di follia, per accettare appunto i piaceri che la
vita ci può offrire, sopportando i mali e le avversità.
TOMMASO CAMPANELLA

(1568-1639)
Tommaso Campanella nacque a
Stilo (in Calabria) nel 1568. Entrò nel 1582 nell’Ordine dei Domenicani
ma le sue idee gli procurarono ben presto persecuzioni e condanne. Nel
1591 venne imprigionato per le opinioni contenute nella Philosophia
sensibus demonstrata. Fu liberato l’anno successivo e ritornò a
Stilo. Qui ordì la congiura che avrebbe dovuto realizzare il suo sogno :
una repubblica teocratica di cui egli sarebbe stato il capo! Ma la
congiura fu scoperta nel 1599. Per sfuggire alla condanna capitale si
finse pazzo e riuscì a resistere in carcere per 27 anni ! Fu poi
liberato dal governo spagnolo e trasferito a Roma. Riuscì a fuggire e si
rifugiò in Francia alla corte del re Luigi XIII. Trascorse così
serenamente gli ultimi tempi e morì nel 1639.
LA CITTA’ DEL SOLE. La filosofia di Campanella ha lo scopo di
fondare una nuova società umana : egli riteneva possibile che la sua
utopia diventasse realtà ed era certo del suo prossimo avvento.
Nell’opera La città del Sole (1602), è appunto delineata la
struttura di uno Stato immaginario. Essa ha la forma di un dialogo fra
un Ospitalario, cioè un cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri di S.
Giovanni in Gerusalemme, ed un genovese, nocchiero (=responsabile della
direzione di una nave) di Cristoforo Colombo, il quale descrive quello
che ha visto nell’isola lontana di TAPROBANA (l’attuale Sri Lanka o
Ceylon). Questo Stato immaginario è governato da un principe, chiamato
SOLE o METAFISICO, il quale è assistito da tre principi, PON, SIN e MOR,
cioè potestà, sapienza e amore. La Città del Sole si trova nell’isola ed
è protetta da una serie di sette mura. In essa vige la comunanza di beni
e di donne e la religione naturale (nel senso che è una sorta di
cristianesimo senza però rivelazione e sacramenti : Campanella crede
insomma che la verità del Vangelo sia conforme alla natura umana e che
tutti gli uomini debbano tornare all’unica vera religione, che è quella
cristiana). L’istruzione comincia a tre anni : si impara giocando,
sempre con allegria. Si parte dall’osservazione : sulle mura infatti
sono scolpite figure geometriche, i vari paesi della terra, le leggi,
gli alfabeti, gli usi e i costumi, le varie scienze ecc. E’ una sorta di
enciclopedia che deve essere imparata gradualmente. Alle lezioni
teoriche vengono alternati gli esercizi fisici. Gli adulti lavorano
quattro ore al giorno; il resto del tempo lo trascorrono leggendo,
studiando, dedicandosi all’arte e allo sport.
BERNARDINO TELESIO

(1509-1588)
Il suo capolavoro è De rerum natura iuxta propria principia
(1585). La natura deve essere indagata secondo le sue leggi
intrinseche e quindi si deve escludere ogni forza o causa metafisica.
Essa non risponde ai bisogni o ai desideri dell’uomo e quindi è
completamente disantropomorfizzata. Se l’uomo vuole indagare la natura
deve lasciar parlare la natura stessa, cominciando dal riconoscimento
che è egli stesso natura. Questo garantisce la validità della sua
conoscenza della natura. La conoscenza comincia con i sensi anzi ciò che
la natura rivela è ciò che i sensi testimoniano. Il principale dei sensi
è il tatto e proprio per questo, secondo Telesio, i due principali
agenti naturali sono il caldo e il freddo (ad es. il sole è caldo, la
terra è fredda). Il caldo è il principio attivo e il freddo quello
passivo. Essi sono però immateriali ed hanno quindi bisogno di una massa
corporea su cui agire. La massa corporea è appunto il terzo principio
naturale col quale Telesio pretende di spiegare i fenomeni naturali.
Egli critica poi la fisica aristotelica sia nei concetti astratti di
materia e forma, potenza e atto, sia la concezione di Dio come motore
immobile. Egli ritiene che non si possa introdurre l’azione di Dio per
spiegare solo alcuni aspetti dell’universo. La presenza divina deve
essere invece riconosciuta dovunque e in ogni momento. Nulla potrebbe
continuare ad esistere se non ci fosse Dio, e quindi la sua azione è
costante nell’universo e si identifica con le forze della natura.
In quanto alla morale, la propria conservazione è il fine supremo
dell’uomo: ciò che mi permette di conservarmi mi dà piacere, il dolore è
invece il senso della distruzione.
C’è comunque qualcosa che non appartiene alla natura, ed è la forma
superaddita, cioè in pratica l’anima soprannaturale infusa direttamente
in noi da Dio. Essa non riguarda né la mente né le funzioni
intellettuali. È qualcosa di trascendente che rende l’uomo unico nei
confronti di tutte le altre cose create.
BIBLIOGRAFIA
T. Moro, Utopia, ed. varie
E. Reynolds, Il processo di Tommaso Moro, Salerno editrice 1985
M. Montaigne, Saggi, Adelphi o Mondadori
T. Campanella, La città del Sole, Oscar Mondadori o altre ediz.
B. Telesio, De rerum natura, La Nuova Italia
E. Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966
R. Bondi, Introduzione a Telesio, “i filosofi”, Laterza
R. Raggianti, Introduzione a Montaigne, “i filosofi”, Laterza
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by Ernesto Riva
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