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Vita e scritti. Nacque a Piasco (prov. Di Cuneo) il 4 febbraio
2918. Si laureò in filosofia a Torino nel 1939 sotto la guida di Augusto
Guzzo. Ottenne la libera docenza nel 1943. Insegnò nelle università di
Pavia e quindi di Torino, dove tenne la cattedra prima di estetica e poi
di filosofia teoretica. Ha avuto tra i suoi allievi, tra gli altri,
Umberto Eco e Gianni Vattimo. Si interessò in particolare
dell’esistenzialismo, di estetica, dell’idealismo tedesco. Morì a
Rapallo nel 1991. Tra le sue opere ricordiamo: La filosofia
dell’esistenza e Carlo Jaspers (1939), Studi sull’esistenzialismo
(1943), Esistenza e persona (1950), Fichte (1950), L’estetica
dell’idealismo tedesco (1950), Estetica. Teoria della formatività
(1954), Verità e interpretazione (1971). Schelling (1975), Etica ed
estetica in Schiller (1983). Postume: Dostoevskij (1993), Ontologia
della libertà (1995), Essere libertà ambiguità (1998) ecc.
Il pensiero
Pareyson ritiene che l'esistenzialismo sia la corrente filosofica che
meglio interpreta ed esprime la crisi attuale dell'uomo. Ma
l’esistenzialismo da solo o non basta o, meglio, deve trasformarsi un
una filosofia che tenga anche conto dell’uomo in sé, della sua essenza
più profonda, quindi del suo rapporto anche con Dio. La filosofia deve
inoltre prendere coscienza della propria “umanità”, ossia del fatto che
il punto di vista in cui essa si colloca è sempre un punto di vista
finito o umano. Egli propone quindi una sorta di personalismo
ontologico, che si distingua da un esistenzialismo laico con tendenza a
scivolare nel materialismo ma anche da uno spiritualismo troppo astratto
che non tiene adeguatamente conto della presenza del male e del negativo
nella realtà umana e cosmica. L’opera in cui meglio sintetizza la sua
posizione in quel periodo è Esistenza e persona, 1^ ed. 1950). Il
personalismo ontologico sostenuto in questo libro si riconduceva a
quello che a Pareyson sembrava il centro ispiratore
dell’esistenzialismo, e cioè il principio della coincidenza di relazione
con sé e relazione con altro. In altre parole, per un verso l’essere è
irrelativo, cioè inoggettivabile, né riducibile o risolvibile nel
rapporto e per l’altro verso l’uomo è in rapporto con l’essere in quanto
egli è costitutivamente questo rapporto stesso: l’uomo non ha ma è
rapporto con l’essere. Il rapporto dell’uomo con l’essere dev’essere
interpretato come un’intenzionalità ontologica che non soltanto
qualifica l’uomo nelle sue proprietà, ma lo determina nella sua natura e
ne esaurisce completamente l’essenza.
A questo punto, quali sono i caratteri di una persona? Pareyson dice che
essa “può essere esaurientemente definita quando la si consideri come
esistenza, come compito, come opera e come io” (Esistenza e persona,
nuova ediz. Il melangolo, Genova 1985, p.197). In sintesi, “la persona
dunque è al tempo stesso esistenza, e cioè storia concreta del
corporificarsi dell'iniziativa; compito, cioè coincidenza di ideale e
dovere in una vocazione ch’è la coerenza cercata nella vita intera;
opera, cioè forma vivente e irripetibile dotata di validità assoluta e
originalità esemplare; io, cioè sostanza storica qualificata da una
responsabilità essenziale, ed esercizio personale della ragione
universale” (ibid. p. 201).
La condizione umana è quella d’un’instabilità e problematicità che non
cessa un istante d’esser tragica, per la continua compresenza dei due
termini in tensione dialettica. Nessuno è stato consultato sulla sua
propria esistenza: questa condizione, che potrebbe essere un’apertura
alla sorpresa, una disponibilità al dono, un’occasione di gratitudine,
si riduce invece a deprecabile segno d’una possibilità inesorabilmente
perduta, ove al rimpianto per l’inesistenza mancanza si aggiunge
l’angoscia per l’esistenza imposta. Nasce il sentimento dell’esistenza
come condanna e prigione.
V’è dunque una ambivalenza dell’uomo di fronte alla realtà. La realtà
può suscitare orrore non meno che stupore: nell’uomo la meraviglia
coesiste con l’angoscia. Nell’uomo, insomma, non c’è stupore,
meraviglia, gratitudine, se non con la possibilità dell’orrore,
dell’angoscia, della disperazione, e viceversa; e in ciò consiste
l’ambivalenza dell’uomo di fronte al reale, e la sa stessa intima e
costitutiva ambiguità. Ma l’ambivalenza dell’uomo ha una ragione
oggettiva nell’ambiguità della realtà. Se la reazione umana è
ambivalente, è perché la realtà stessa è ambigua; essa è per natura sua
bifronte, ancipite, ambigua. Ma la realtà è ambigua in virtù della
libertà a cui essa è appesa perché contenendo la vastità del possibile,
congiunge indissolubilmente un aspetto luminoso e positivo e un aspetto
negativo e tenebroso. Essere e nulla, bene e male, gioia e dolore, si
trovano non soltanto nell’esistenza umana e nella realtà storica ma nel
cuore stesso del reale, al più alto livello della libertà. E la realtà è
libertà perché essa è … perché è, cioè ch’essa è senza fondamento,
ch’essa è di per sé stessa gratuita, il che significa dire che la realtà
è appesa alla libertà, che la realtà non suppone se non la libertà.
Accentuare nel reale la gratuità significa considerare la libertà come
liberalità, si stabilisce una corrispondenza fra la realtà considerata
come dono ed elargizione e la libertà intesa come generosità e
munificenza. Se invece nella realtà si sottolinea l’infondatezza
piuttosto che la gratuità, lo sgomento si distacca allora dalla
meraviglia e apre la via allo spavento e all’angoscia. Per questa natura
ambigua della libertà, la realtà non può presentarsi se non come il
regno della lotta sempre incerta fra il male e il bene, e persino come
la sede del trionfo del male, col greve carico di sofferenze e di
menzogne che ne consegue. Il male, dice Pareyson, non è una semplice
privazione o assenza, ma è presenza effettiva, realtà positiva,
inestirpabile nella nostra condizione, e anche la libertà originaria è
sempre insieme positiva e negativa, il che implica che anche nella
libertà originaria la realizzazione del bene non avvenga senza la
possibilità del male.
Nulla di più ambiguo della libertà; e quanto più alto è il suo livello,
tanto più tenebroso e oscuro è l’aspetto negativo e tanto più fulgido e
luminoso è quello positivo, che in essa vanno inseparabilmente
congiunti. E qual è il più alto livello di libertà se non quello di Dio?
Dio è libertà, anzi è la libertà stessa: la libertà illimitata e
profonda che costituisce l’essenza del reale, e ne spiega l’essenziale
ambiguità per cui la realtà è oppressa dalla possibilità del male e del
dolore, immersa nel conflitto fra bene e male e fra gioia e sofferenza,
consunta dalla speranza nella vittoria del bene e nella sconfitta del
dolore. Anzi, possiamo dire che in Dio c’è anche il negativo e il male.
Ma in che senso? È la sua stessa positività che ha un aspetto di
negatività, giacché essa non si afferma se non come prevalenza sulla
negazione; ed è proprio in questa presenza della negazione nella
positività di Dio che massimamente consiste l’ambiguità divina. Certo,
la negazione è presente in Dio come possibilità vinta e soggiogata, e
quindi res inoperosa, ma tale presenza, anche se soltanto sopita e
latente, è pur sempre un qualcosa di oscuro ed opaco, d’irrisolto e
incomprensibile, il che non cessa di conferire all’ambiguità divina un
aspetto inquietante e persino angoscioso. La negatività, in altri
termini, è presente in Dio stesso, ab aeterno, come possibilità
ch’è stata sconfitta e sottomessa una volta per tutte, ma che come tale
è inseparabile da lui, in quanto inerente alla sua stessa essenza e
costitutiva della sua stessa positività.
Qui s’apre la via, continua Pareyson, a una folla di inquietanti
problemi. La libertà è per sua natura illimitata: essa è illimitata o
non è. Non rispetta nulla se non ciò che ha volontariamente accolto,
ignora ogni limite, legge o norma se non quelli che ha liberamente
accettato; del resto essa sola è in grado negarsi, e lo fa ancora con un
atto di libertà. Dunque per la sua illimitatezza la libertà è già di per
sé un abisso: è un unico abisso vertiginoso, sull’orlo del quale la
mente umana vacilla,. Un’altra conseguenza di tale concezione della
libertà è che, secondo Pareyson, ove si parla di libertà diventa del
tutto impossibile ogni discorso sul fondamento. Si entra nell’incerto
regno del non-fondamento o dell’infondatezza (Ungrund), nel quale al
posto della causa o del principio di ragione, di ciò che dovrebbe
spiegare non solo la realtà ma anche la realtà piuttosto che il nulla,
s’apre la voragine incolmabile d’un baratro senza fondo (Abgrund). La
possibilità stessa d’una fondazione vien meno, perché il processo
ascensivo ch’essa richiede non trova alcun supporto a cui ancorarsi.
L’evanescenza del fondamento apre la via alla vertigine dell’abisso.
Negli anni successivi, Pareyson si dedicò ad approfondire l’ambito
dell’estetica e della sua storia (L’estetica dell’idealismo
tedesco,1950, Estetica: teoria della formatività, 1954, L’estetica di
Kant, 1968, Etica ed estetica in Schiller, 1983) e quello
dell’idealismo tedesco (si vedano gli studi su Fichte, Schelling,ecc.),
mentre nell’ambito strettamente teoretico, che è quello che qui ci
interessa, la riflessione di Pareyson lo porterà ad approfondire il
concetto di verità e di interpretazione e successivamente agli studi
verso una ontologia della libertà.
L’opera teoretica più importante di quel periodo fu Verità e
interpretazione(1971). Pareyson comincia dicendo che la filosofia
sembra oggi in crisi: la scienza soprattutto sembra imporsi all'uomo
d'oggi, il quale tende a ravvisarvi la forma esemplare - se non
addirittura l'unica forma valida - del sapere. D'altra parte la
religione rivendica oggi, nella mente di molti una presenza così
perentoria e intensa da rendere superflua quella della filosofia. Cosa
rimane allora della filosofia? Secondo Pareyson, la filosofia ritrova
una sua insostituibile funzione nel restituire le diverse attività al
loro compito, sottraendole alla tentazione odierna d’una loro
assolutizzazione, e con ciò preservandole dal pericolo di perdersi e
snaturarsi. Ma non basta. Riguardo alla verità, essa, secondo Pareyson,
non è oggetto, ma origine del discorso filosofico, e il discorso
filosofico non è enunciazione, ma sede della verità. In altri termini,
la verità si lascia certamente possedere dalla filosofia ma non in una
enunciazione assoluta e definitiva, valida per tutti e per sempre come
unica vera: ciò che invece spetta alla filosofia è darne
un'interpretazione personale e osarne una formulazione a proprio rischio
e pericolo, con la consapevolezza che non è l'interpretazione a esaurire
e monopolizzare la verità, ma la verità a concedersi
all'interpretazione. Non diciamo dunque – conclude Pareyson - che la
filosofia è morta: la sua possibilità di parlare della verità è soltanto
il segno che la verità è qualcosa di molto più originario che l'oggetto
di un discorso. D’altronde, la cosiddetta verità scientifica è
impersonale e dimostrabile: sarebbe quindi assurdo voler morire per
essa, invece la verità filosofica è personale e decisiva: affermarlo
significa essere pronti a morire per essa.
Che rapporto c’è tra la verità e le molteplici sue interpretazioni? Il
principio fondamentale dell'ermeneutica, secondo Pareyson, è che l'unica
conoscenza adeguata della verità è l'interpretazione; il che vuol dire
che la verità è accessibile e attingibile in molti modi, ma nessuno di
questi modi, purché degno del nome di interpretazione, è privilegiato
rispetto agli altri, nel senso che pretenda di possedere la verità in
maniera esclusiva o più compiuta o comunque migliore. Il fatto è che la
pluralità delle interpretazioni, lungi dall'essere un difetto o uno
svantaggio, è il segno più sicuro della ricchezza del pensiero umano,
tant’è vero che nulla è più assurdo che voler concepire
l'interpretazione come unica e definitiva. L’interpretazione è tale
proprio in forza del fatto che essa accede alla verità attraverso la
storicità della situazione e la personalità del pensante. Le
formulazioni della verità sono molteplici, ma la loro molteplicità non
compromette l'unicità della verità, anzi la suppone e ne vive, così come
l'unicità della verità e non annulla la molteplicità delle sue
formulazioni, anzi vi vive e la esige. La verità, non rivelandosi se non
nell'atto di affidarsi a una singola prospettiva, è inseparabile dalle
sue formulazioni storiche, ed inoltre essa non dispone di una
formulazione unica e definitiva, che non potrebbe risultare se non da
una indebita eternizzazione di ciò che storico, o monopolizzazione di
ciò che è comune. Tutto ciò non soltanto non compromette, ma anzi
suppone la verità nella sua unicità e in temporalità. Inoltre, la
rivelazione della verità, implicando il coraggio di dare la propria
formulazione del vero, e quindi assumendo più il carattere d’una
testimonianza che quello d’una scoperta, coincide con la decisione per
l'essere, cioè coincide con l’esercizio di quella libertà radicale e
profonda con cui l'uomo fa dell'essere il termine di un consenso o di un
rifiuto. In sintesi, non si tratta di definire la verità una volta per
tutte, ma di coglierla come verità, e quindi come inesauribile.
Nell’ultimo testo che cito, Ontologia della libertà, opera
pubblicata postuma (Einaudi 1995)
Pareyson tira le fila della sua riflessione pluriennale. Il rapporto
dell’uomo con la verità passa inevitabilmente attraverso la libertà e la
libertà si esercita con un atto che può essere di consenso e
accoglimento, ma anche di rifiuto e negazione: il che basta a dimostrare
che il clima dell'interpretazione è quello della scelta e del rischio, e
quindi dell'angoscia e del dubbio che sono elementi caratteristici del
pensiero tragico. La natura della libertà è abissale e ambigua e porla
al centro dell'essere significa portare nella realtà la duplicità e il
contrasto e quindi riconoscere la tragicità insondabile dell'intero
universo, che riguarda la stessa vita divina. La libertà pensata come
inizio e come scelta nelle sue dimensioni divine o umane costituisce il
quadro di riferimento che permette a Pareyson e svolgere due capisaldi
del pensiero tragico: quello della realtà positiva del male nella sua
negatività e quello del valore redentivo della sofferenza. Tuttavia egli
non vede il mondo abbandonato al male e alla sofferenza, ma vede che
questa presenza è immensa, enorme, sproporzionata, e in ciò vede
l'ambiguità che percorre la realtà. E questo è il pensiero tragico,
perché è tragico e angosciante che l'uomo non possa fare il bene se non
con lo stesso atto con cui può fare il male, e non possa pervenire alla
gioia se non attraverso il dolore, e che spesso la virtù fiorisca sul
vizio, e che la gioia non abbia altra sede che la sofferenza. Il
confronto tra la libertà umana e quella divina si svolge nel modo
seguente: nell'uomo la prima scelta è stata una scelta negativa; in Dio
la prima scelta è stata una scelta positiva; dire cioè che “Dio esiste”
vuol dire che “è stato scelto il bene” e “il male è stato sconfitto”. Il
primo atto in assoluto è quello con cui Dio, con la libertà che è la sua
essenza, istituisce la sua esistenza, di separando la nebbia del non
essere e vincendo la negatività del nulla. Possiamo così dire che anche
Dio ha esperienza del nulla, ma ne ha esperienza nell'atto stesso che lo
della, che lo supera, che lo sconfigge.
Concludo queste dense riflessioni con la risposta, che mi sembra molto
profonda, che Pareyson dà al problema della conciliazione delle scelte
libere dell’uomo con la prescienza e predeterminazione divina. Egli
sostiene che l'effettiva scelta dell'uomo non è pre-veduta ma è veduta.
Non ha nessun senso quel “pre-“: è veduta quando l'uomo la fa, ed è
veduta nella sua intemporalità. Non è pre-scienza, ma è scienza
contemporanea, è scienza intemporale; il sapere divino è contemporaneo
all'agire umano. Dio stesso ignora in anticipo la previsione.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Nelle edizioni Mursia è in corso la stampa delle opere complete (si veda
ad es. la raccolta Essere libertà ambiguità, 1998).
Pareyson, Ontologia della libertà, Einaudi, Torino 1995
Pareyson, Esistenza e persona, Il melangolo, Genova 1985
Pareyson, Estetica teoria della formatività, Tascabili Bompiani,
Milano 2002
copyright by Ernesto Riva
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