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   ORIGINE DELLA COSCIENZA SINDACALE ITALIANA


a cura di Valentina Sovrani, 4^E

  



La rivoluzione industriale insieme alla rivoluzione francese fu uno degli avvenimenti fondamentali che contribuirono a plasmare la società contemporanea. Come la rivoluzione francese anche la rivoluzione industriale ebbe un valore universale, rappresentando una svolta importantissima nella storia non solamente europea ma mondiale: con essa si identifica il trionfante sorgente del capitalismo e solo con essa si può definire l’atto di nascita del movimento operaio.
Distrusse definitivamente le forme di produzione artigianali e portò a compimento quella separazione, iniziata secoli addietro in Italia , tra chi presta forza-lavoro e chi è proprietario degli strumenti di produzione, condizione indispensabile per definire l’esistenza di una classe operaia in senso proprio. Nella grande fabbrica la produzione assunse il carattere di un processo collettivo diretto non più dall’uomo con le sue capacità e conoscenze, ma dalla macchina che dava il suo ritmo al lavoro dell’uomo.

Sconvolse l’intera società: "in tutti i settori della società siamo chiamati a lavorare troppo in fretta e costretti a lavorare troppo e troppo a lungo” si commentava su un giornale inglese dell’epoca. Infatti le condizioni in cui gli operai di fabbrica vennero costretti a vivere e a lavorare durante la rivoluzione industriale fu senza dubbio una delle più grandi vergogne della storia umana. Orari di lavoro di 12-16 ore giornaliere, un’altissima nocività degli ambienti, un continuo pericolo d’incidenti. Tra i lavoratori, per i quali non vi erano ne svaghi, ne possibilità di elevarsi socialmente e culturalmente, era inevitabile allignassero l’alcolismo, la prostituzione, la criminalità. Prostrati dal massacrante lavoro in fabbrica, gli operai dovevano assistere passivamente allo scardinamento delle loro stesse unità familiari. Le testimonianze e le denunce dell’epoca sottolineavano infatti come per i bambini delle famiglie operaie, costretti fin dall’età di 5-6 anni per turni lunghissimi a lavori sfibranti in ambienti malsani, fosse gravemente compromessa la possibilità di un sano sviluppo fisico e morale.

Le condizioni inumane della classe operaia dell’epoca non poterono non essere ben presto all’origine di due tipi di processi, inizialmente sviluppatosi separatamente: da un lato le prime riflessioni dei lavoratori su se stessi e le loro prime ribellioni, dall’altro le prime indagini di intellettuali, di progressisti su quella che allora venne definita la questione sociale.

Radicalmente differenti da quelle inglesi o anche francesi erano le condizioni dell’economia italiana: per essa solo dagli ultimi decenni del XIX sec. ed i primi anni del Novecento si può datare l’inizio della rivoluzione industriale. Solo in quegli anni pertanto si poté formare un moderno proletariato di fabbrica e solo da allora si potrà discutere di un movimento operaio nel senso corretto del termine. Pur tuttavia già precedentemente si erano venuti costituendo alcuni nuclei operai, nel settore tessile anzitutto e in seguito, negli anni ’60-’70, nell’edilizia, nelle costruzioni ferroviarie e negli altri servizi pubblici, mentre da tempo esistevano, nella fascia più progredita dell’agricoltura padana, i germi di quel proletariato agricolo che sarà protagonista a fine secolo di epoche battaglie.
I lavoratori intanto avvertivano sempre più presente nelle loro coscienze il bisogno di lottare contro questa situazione di totale subordinazione.

Alla vigilia del’48, la composizione delle classi lavoratrici italiane, esclusa la presenza di un moderno proletariato di fabbrica, asse di ogni movimento sindacale, si articolava, in alcuni in alcuni nuclei, presenti nelle regioni settentrionali, in nuclei di proletariato agricolo nella Bassa Padana, in gruppi più numerosi di lavoratori urbani , in una stragrande maggioranza di contadini dalla fisionomia distinta a seconda della zona.

La dispersione e il frazionamento, propri non solo delle condizioni delle masse contadine, ma di tutti i lavoratori, erano in diretto ed evidente rapporto con il frazionamento politico ed economico della penisola. L’inesistenza di un tessuto economico unitario e di un mercato nazionale fu a lungo d’ostacolo allo sviluppo della coscienza di classe dei lavoratori e causa del permanere di forti tradizioni provincialistiche.
La rivoluzione del ’48, rivoluzione nazionale e borghese nello stesso tempo, fu il momento per un’intensa maturazione collettiva di questi strati popolari. Mentre il ’48 fu per l’Europa l’anno delle rivoluzioni sociali, per l’Italia fu l’anno dell’avventura unitaria che finì purtroppo tragicamente. Le insurrezioni di Milano, le dieci giornate di Brescia, la Repubblica Romana e tanti altri gloriosi episodi ebbero a protagonisti molti patrioti, tra cui Garibaldi e Mazzini, ma ancora prima uomini che si battevano, anche nel contrasto delle idee, per una nuova società nella quale il proletariato avesse di diritto un suo posto e un suo ruolo.

LE SOCIETA’ DI MUTUO SOCCORSO
L’evoluzione della società, il progresso tecnologico come abbiamo visto, non potevano non avere notevole influenza anche sul modo di vivere ed organizzarsi del proletariato, dando luogo ad una molteplicità di opinioni e impostazioni su come e perché la classe lavoratrice doveva organizzarsi e battersi. L’esempio delle classi operaie delle altre nazioni trovava eco tra i ceti subalterni italiani , ormai aperti a una sollecitazione progressista , in un impegno che coinvolgeva sempre maggiori masse di lavoratori, premiando l’opera instancabile degli organizzatori sociali e dei combattenti per la libertà.
Le influenze ideologiche diverse si riflettevano tuttavia sulla situazione italiana e se dapprima esse furono tutte assorbite senza distinzione, tanto grande era la volontà di crescere, di conoscere, successivamente, con la creazione di schieramenti di parte , iniziarono le dispute ideologiche e le divisioni dei lavoratori, estremizzate con le prime scissioni.

E’ in questo frangente che si possono mettere in risalto alcuni errori che hanno avuto un prezzo per i lavoratori: doveva essere abbastanza chiaro che nel momento in cui gli obiettivi del proletariato si settorializzavano e si specializzavano, non potevano certo reggere all’inevitabile scontro di classe che andava delineandosi.
Forse non era così sentita da tutti l’esigenza del riscatto della classe operaia; forse da qualcuno si intendeva strumentalizzare la lotta dei lavoratori solo ed esclusivamente per il raggiungimento di obiettivi politici , per i quali non era, così come poteva apparire, poi indispensabile una crescita e un affrancamento del proletariato. Era ciò, d’altronde, espressione della reale difficoltà che i lavoratori italiani incontravano nel conquistare una loro autonomia, in una situazione in cui la problematica posta dalla “questione sociale” poteva, agli occhi di molti, apparire subordinata alle necessità di unificare il paese e dare al futuro stato Italiano un’impronta democratica o liberale.

Ispirandosi ad esperienze realizzate in altri paesi, sulle ceneri delle vecchie e soppresse corporazioni, nacquero così anche in Italia le Società di Mutuo soccorso.
Le prime si costituirono con lo scopo soprattutto di aiutare l’operaio, il lavoratore, senza offenderne la dignità umana. Tutti gli aderenti dunque concorrevano egualmente, in modo che anche il più povero degli operai vi potesse partecipare e, presentandosi la necessità, beneficiare delle provvidenze previste. Unione, fratellanza, soccorso reciproco, furono alla base delle società dei lavoratori, primi concreti tentativi di creare delle associazioni aventi come fine il miglioramento delle condizioni di lavoro. Intorno al 1840 si costituì, promossa da Mazzini, l’Unione degli Operai italiani, la prima organizzazione politica del proletariato italiano.

Le Società di Mutuo Soccorso vedevano tuttavia al loro vertice in maggioranza uomini provenienti dalla borghesia moderata o liberal-progressista: uomini di legge, liberi professionisti, qualche sacerdote e qualche artigiano; nelle loro riunioni , che contavano da 30 a 100 partecipanti, a seconda dell’importanza della società e del luogo in cui era stata costituita, era difficile cogliere una presenza significativa e impegnata di rappresentanti diretti dei lavoratori manuali. Se per i lavoratori le Società costituivano un momento coraggioso, e contraddistinguevano un forte impegno di sostegno di classe, per coloro che le gestivano, appartenenti ad un altro mondo, anche se impegnati, costituivano il primo riferimento di un’azione politica progressista inquadrata in una visione più ampia, che andava oltre i problemi contingenti dei lavoratori e investiva l’assetto politico del paese.

Questi dirigenti erano ostili alle idee rivoluzionarie o sovversive e rifiutavano atteggiamenti decisivi in favore della lotta di classe .
Mentre in alcune nazioni europee le Società di Mutuo Soccorso erano già riconosciute e regolate, in Italia, dopo diversi e falliti tentativi, solo nel 1850 nacque a Torino, garantendo lo Statuto del regno di Piemonte condizioni di una certa libertà , la Società Generale degli Operai, che costituirà il principale punto di riferimento per le altre che sorgeranno in Piemonte e poi in altri Stati della Penisola nei periodi immediatamente successivi.
I regolamenti di queste società prevedevano la corresponsione di sussidi agli inabili al lavoro per infermità o vecchiaia, alle vedove e agli orfani dei soci, e, eccezionalmente, anche ai soci disoccupati; si proponevano anche “ il miglioramento della situazione morale e materiale della classe operaia “ .
Le Società di Mutuo Soccorso furono dunque le prime organizzazioni operaie italiane e si svilupparono prevalentemente nell’Italia Settentrionale assumendo un sempre più definito carattere mutualistico e di prima assistenza. ...

... OMISSIS....  

 

 

  

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