| |
Quando sentiamo parlare di
"omicidio" e di "suicidio" la nostra prima reazione è forse di netto
rifiuto: lungi da noi anche solo l'idea di poter commettere simili
abomini! Eppure, se riflettiamo un poco, potremmo subito constatare che,
in determinate circostanze, non ci apparirebbero affatto delle azioni
così aberranti.
In primo luogo perché ... noi stessi non siamo affatto immuni da
siffatte eventualità. Fino all'ultimo istante di vita, purtroppo,
ciascuno di noi rischia di commettere qualche "brutta" azione e dunque è
prudente non escludere mai, dalle nostre potenzialità, anche e
soprattutto le "cattive" azioni. Chi di noi infatti non ha mai pensato
di poter "far fuori" qualcuno che ci dava fastidio? Certo, si dirà che
una cosa è l'idea di voler ammazzare qualcuno per liberarsene, ed una
cosa ben diversa è il farlo realmente, in maniera premeditata; come pure
è ben diverso il caso di pensare al suicidio dal farlo, poi,
effettivamente. Però ciò dimostra come tali idee siano per lo meno
pensate per la nostra testolina, e come potremmo quindi giudicarle
"immorali" riferite ad altri?
In secondo luogo perché la stessa legge morale e giuridica ha stabilito
dei casi ben precisi in cui l'omicidio potrebbe essere giustificabile
mentre, nel caso del suicidio, la questione è e rimane controversa.
Pur rimanendo valido il divieto di uccidere - nel senso che una persona
non deve mai decidere di togliere la vita ad un'altra - vi sono però le
eccezioni della legittima difesa, della guerra e, ultimo ma non meno
importante, della stessa giustizia che, in alcuni Stati ammette la
punibilità dell'omicidio e di altri crimini efferati con la pena di
morte.
La legittima difesa è dunque un caso particolare in cui l'omicidio di
un'altra persona sarebbe giustificato moralmente e non vi sarebbe pena
giuridica. Se ad esempio si viene aggrediti e noi ci difendiamo dalla
violenza che stiamo subendo opponendo resistenza e, involontariamente,
provochiamo la morte dell'aggressore, non siamo imputabili di omicidio
appunto perché è stato un atto, da parte nostra, non intenzionale.
Insomma, si tratta della volontarietà o meno dell'atto che stabilisce la
sua punibilità: solo "se uno nel difendere la propria vita usa maggior
violenza del necessario, il suo atto è illecito" (diceva già San
Tommaso, cfr. Summa
theologiae, II, 64, 79). Sarà indubbiamente un'esperienza terribile,
ma non è moralmente condannabile.
Come si vede, perciò, anche una parola così tremenda quale "omicidio"
può veder stemperato il suo significato per antonomasia negativo. Del
resto, pur valendo il divieto in generale di uccidere per tutte le
epoche e per tutte le civiltà, la stessa Bibbia si riferisce
specificamente alla proibizione dell'uccisione "dell'innocente e del
giusto" (cfr. Esodo, 23, 7). E' soprattutto nei loro confronti,
infatti, che l'omicidio può dare scandalo mentre, nel caso dei
malfattori, la loro uccisione è un fatto di giustizia; anzi
nell'antichità era ammessa in genere la pena di morte (eseguita da parte
dell'autorità costituita e non certo dal singolo), mentre sarà con
l'avvento del Cristianesimo e, storicamente, forse dall'Illuminismo in
poi (si ricordi il celebre libello di Cesare Beccaria, Dei delitti e
delle pene, del 1764) che comincerà a portare in discussione la
legittimità della pena di morte e delle torture fino a considerarla del
tutto inaccettabile, come lo è oggi in quasi la metà dei Paesi del
mondo. In molti Stati invece è la società stessa che si ritiene in
diritto di poter privare della vita un uomo se questi ha compiuto delle
azioni così tremende che non vi è altro rimedio che toglierlo
definitivamente di mezzo per la salvaguardia della società.
I pareri sulla liceità o meno della pena di morte sono discordanti ed io
non posso fare altro che esprimere la mia opinione: per dirla subito
come la penso, io sono contrario alla pena di morte. Credo che essa sia
inutile perché non serve come deterrente, cioè non fa diminuire la
delinquenza, e ciò si può vedere negli Stati Uniti dove, pur avendo
molti Stati la pena capitale, la percentuale di criminalità rimane
altissima. Inoltre vi è sempre il caso limite: e se uccidessimo un
innocente? Insomma, io opterei comunque per l'ergastolo e i lavori
forzati ( e terrei in carcere solo i colpevoli dei crimini più gravi,
mentre cercherei delle pene alternative per gli altri).
Vi è poi il caso della guerra. E' ovvio che essa sia moralmente
inaccettabile, però la posizione più concreta, secondo me, è escludere
la necessità e la naturalità della guerra (come pensavano ad esempio
Hobbes,
Hegel, Proudhon) ma anche
ecludere il pacifismo ad oltranza. Secondo me bisogna prender atto che
le guerre ci sono state, ci sono e molto probabilmente ci saranno ancora
in futuro. E allora come la mettiamo? Ma il riconoscere che vi saranno
molto probabilmente delle guerre nel prossimo futuro non implica
ammettere che l'uomo sia una sorta di bestia feroce per natura (homo
homini lupus diceva Hobbes e ancor prima Plauto, Asinaria,
475).
Io ritengo al contrario che la guerra non sia lo stato naturale
dell'uomo, bensì che ogni uomo persegua la pace e la tranquillità del
vivere. Pensate infatti agli stessi killer, criminali e compagnia bella:
non mi direte mica che vorrebbero continuare ad ammazzare 24 ore su 24
per 80 anni di seguito? Anche coloro che hanno manie di grandezza, dopo
aver conquistato l'universo, che faranno? Se ne staranno tranquilli al
caldo dei Tropici, per esempio, e dunque, dopo aver esaurito la furia
omicida o la smania di potere giungeranno alla stessa situazione in cui
si trovava il saggio Diogene, che se ne stava tranquillo a prendere il
sole e giunse Alessandro Magno. Il sovrano gli disse: "Chiedimi quello
che vuoi". E Diogene: "Lasciami il mio sole" (cfr. Diogene Laerzio,
Vite dei filosofi, VI, 38).
Tornando alla guerra, come nel caso della singola persona valeva il
principio della legittima difesa, così è per gli Stati: se una nazione è
attaccata ingiustamente, ha il diritto di difendersi: in altri termini,
una guerra può essere moralmente giustificabile quando è per una causa
giusta e per difesa e non di offesa. Sia però ben chiaro che, anche se
una guerra dovesse malauguratamente scoppiare (e dovrebbe essere
l'eccezione e non la regola), non diventa automaticamente tutto lecito o
permesso perché "tanto, si è in guerra".
Ciò che è moralmente lecito o illecito continua ad essere tale anche
nelle situazioni estreme: mi riferisco, ad esempio, al dovere di
obbedire nell'eseguire gli ordini; ebbene, l'obbedienza non deve mai
essere una obbedienza cieca. Anzi è vero il contrario: si è moralmente
in obbligo di rifiutare l'obbedienza in certi casi se ripugnano alla
coscienza morale, e non c'è codice militare o legge che tenga, perché la
legge morale è ad essi superiore ( è il caso successo di recente del
processo a Priebke per l'eccidio delle Fosse Ardeatine).
Passiamo ora al suicidio. Anche in questo caso, i pareri sulla liceità o
meno del suicidio sono diversi, fin dalla più remota antichità. E'
interessante notare però che, da un lato, la stragrande maggioranza dei
pensatori sono contrari mentre, dall'altro, anche coloro che non vedono
obiezioni a commettere suicidio (Seneca,
Hume, Montesquieu,
Nietzsche,
Sartre), hanno comunque
concluso la loro vita di morte naturale con l'unica eccezione di Seneca,
il quale, a ben vedere, fu indotto a uccidersi per ordine di Nerone e
dunque non dipese da lui la decisione di por fine alla propria vita;
forse, più avanti negli anni l'avrebbe fatto, ma chissà ? ... Inoltre il
suicidio di Seneca fu un gesto "filosofico" che egli compì come ultimo
insegnamento da dare ai posteri, e non certo un gesto superficiale come
quello di certi giovani d'oggi che sprecano stupidamente la loro vita
... (cfr. per la vita di Seneca, Tacito, Annali, XV, 62-64, in
Tacito, Opere complete, Newton Compton).
Forse proprio qui (e anche nel caso dei giovani) possiamo scorgere uno
dei motivi che possono spingere una persona al suicidio: vuole essere un
atto di affermazione della propria vita, un ultimo atto che le dia
importanza, che le dia un senso. Beninteso, è solo uno dei tanti
possibili motivi: altre persone si uccidono per ... smettere di
soffrire, oppure per disperazione o ancora per una delusione ecc. ecc.
Comunque sia, mi chiedo se - soprattutto nei casi dei giovani che
sembrano averlo fatto con noncuranza - tutti costoro abbiano tenuto
conto delle conseguenze del loro gesto. Hanno riflettuto sul fatto che i
loro parenti e conoscenti ne avrebbero sofferto? E poi - questione per
nulla secondaria - hanno riflettuto che, dopo la morte, potrebbe esserci
ancora qualcosa ... ed in questo caso si sarebbero amaramente resi conto
dello sbaglio compiuto? Non credo che ci sia molto da sorridere a
riguardo, visto che non siamo affatto certi che non vi sia nulla dopo la
vita terrena.
Da parte mia provo molta compassione per i suicidi ma non lo considero
un gesto "opportuno": so soltanto che ... domani è un altro giorno, che
ammazzarmi vorrebbe dire privarmi della possibilità di vedere quello che
succederà in futuro, che potrei far soffrire coloro che mi vogliono
bene. In certi casi, come ad es. nelle malattie, si può certo desiderare
di morire, ma ritengo che si invochi la morte come liberazione dalla
sofferenza e non per odio nei confronti della propria vita (en
passant, è la questione dell'eutanasia, a cui comunque io sono
contrario), per cui non c'è il desiderio di uccidersi ma, appunto quello
di non soffrire troppo.
In conclusione, ritengo e spero che la vita sia sempre più forte della
morte. Pensate anche al caso di chi ... dà la vita per salvare un altro.
Anche in questo caso è pur sempre la vita che vuole dimostrare di essere
più forte della morte.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
a parte le opere e gli autori citati, si veda anche:
PLATONE, Fedone, Laterza o Mondadori
HUME, Saggio sul suicidio in Opere, Laterza o UTET
copyright by Ernesto Riva
|
|