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LA MAGIA E LA STREGONERIA

Sommario: definizione; il mago; credenza e consenso; il mondo magico; riti e leggi; demonologia;
forza magica, mana; funzione sociale della magia; la stregoneria; magia e scienza;
la caccia alle streghe; alcune figure dell'occultismo (Faust, Flamel, Nostradamus)

 
 





Definizione

Il termine "magia" è di origine greca (mageia) e significa incanto. La magia è l’insieme di credenze e pratiche basate sulla concezione di poteri nascosti immanenti alla natura, che si distinguono dai poteri trascendenti e sacri a cui la religione dedica un culto organizzato.
In primo luogo, la magia si basa sull’intenzionalità; per designare ciò che è legato alle pratiche magiche, la maggior parte delle lingue utilizza parole la cui etimologia rimanda all’idea di fare (India: karman; Germania: Zauber). Questo è un punto fondamentale: mentre la religione impone l’accettazione di un dato consacrato, la magia presenta una volontà di modificazione, non intesa come trasformazione, ma come rifiuto dell’incapacità
(anche se talvolta essa vi sostituisce un’altra impotenza). La magia è una potenza allucinata; non è sottomissione, ma sogno di dominare la natura, manipolazione generalmente collettiva dei segni di una appropriazione degli esseri.
Questo sogno vissuto è un sogno armato; in altre parole, esso possiede i mezzi per raggiungere il suo fine, inseriti in un rapporto conflittuale con il soprannaturale.
La magia, quindi, non sollecita umilmente i favori dell’ "altro mondo" ( al contrario della religione), ma lo costringe a soddisfarla e tratta su un piano di uguaglianza con gli esseri che lo popolano, obbligandoli talvolta a sottostare ai suoi ordini.
Il mago non cerca di compiacere un essere trascendente, bensì di utilizzare i suoi poteri, al punto che, in molti casi, egli giunge a identificarsi con la potenza incarnata con cui è in rapporto.
L’inferiorità della "creatura" che invoca e attende la salvezza nell’ombra del suo "creatore" non esiste qui; al silenzio della divinità supplicata, la magia oppone l’esigenza di una risposta, instaurando con il soprannaturale una comunicazione sotto forma di dialogo dotato di un’efficacia immediata.

Analogamente, l’esercizio della magia non è presieduto da una trascendenza istituita, ma da uno sforzo costante teso ad affermare un’imminenza, quella del soprannaturale, di cui si cerca di rendere concrete le forze. Talvolta si costringono gli esseri soprannaturali a manifestare la propria presenza efficace, altre volte, se tale presenza è già manifesta, la magia assume il compito di condensarne o catalizzarne l’intervento.
Lungi dal disprezzare ciò che il pensiero religioso ha da sempre considerato ignobile ( la sensibilità assimilata all’ "impuro"), la magia vi si alimenta, a partire da materialità simbolicamente valorizzate.

Nell’ebraismo antico era netta la distinzione tra i segni eccezionali della potenza di Dio e i falsi segni offerti dai sacerdoti dei culti sacrileghi, dai maghi, dagli astrologi e dai divinatori.

Un grande sviluppo ebbero nella civiltà assiro-babilonese le pratiche magiche e gli esorcismi, rivolti a contrastare gli influssi maligni, spesso provocati dalla cattiva condotta, sulla salute spirituale e fisica.



Il mago

In primo luogo, la figura del mago è caratterizzata da una posizione sociale originale. L’esercizio di un mestiere particolare, per esempio, può predisporre l’individuo verso la magia: il medico, la cui arte sembra far parte del mistero; i pastori, uomini solitari a contatto con esseri e cose che intervengono nell’esercizio della magia ( animali, piante, astri); i fabbri, che usano le virtù del ferro e del fuoco; i capi, detentori del potere politico, a cui, inversamente, accedono spesso i maghi in quanto tali ( per esempio in Nuova Guinea, in Australia, nella Melanesia e in Nuova Caledonia); i sacerdoti, posti ambiguamente in contatto con l’aldilà, e spinti talvolta a passare dalla parte del "male". Anche i bambini e le donne, individui dominati e un po’ misteriosi, possono praticare la magia.

La figura del mago può talvolta essere contraddistinta da caratteri individuali originali, psichici o fisici, o, in modo generale, da tutto ciò che è al di fuori della norma: la vivacità dello sguardo o l’arrossamento degli occhi; le infermità; un’abilità particolare; i disturbi nervosi (stati isterici, gesti bruschi, nervosismo, eloquio irregolare); l’omosessualità (presso alcuni gruppi africani, l’iniziazione implica pratiche omosessuali, mentre per gli indiani Yuma gli omosessuali sono dotati di poteri speciali); la condizione di straniero (le disgrazie sono attribuite ai malefici del villaggio vicino); un’età eccezionalmente elevata; il fatto di essere gemelli; alcuni avvenimenti particolari della storia personale; una notevole abbondanza di fortuna o di sfortuna.

Ma tutte queste qualità possono soltanto predisporre una persona alla condizione di mago; questa non può essere raggiunta senza l’iniziazione, che completa la separazione dell’individuo dalla normalità sociale; in altre parole, il mago abbandona le regole osservate dal resto del gruppo (trasgressioni di tabù, ricerca della sofferenza).

Tutto ciò segna l’inizio di una fase di dipendenza nei confronti del soprannaturale: non ancora consacrato, il futuro taumaturgo è ancora in posizione di inferiorità nei confronti delle forze che più tardi avrà in suo potere. Presso gli Araucani, per esempio, la malattia dà luogo a una rivelazione i cui agenti sono uno o più spiriti; per guarire è necessario che il paziente subisca il rituale iniziatico. Quest’ultimo, salvo qualche variante, presenta caratteri universali; l’agente dell’iniziazione è sempre uno spirito o un demone che incarna e infonde la potenza magica, a volte con l’assistenza di un mago che può anche assumere il ruolo dello spirito. L’operazione produce nel neofita un cambiamento di personalità, rappresentato da una uccisione simbolica che conduce a una resurrezione.

In Groenlandia e nel Labrador, un orso divora il novizio lasciando solo il suo scheletro: prima di ritrovare la sua forma umana, il candidato deve aver contemplato il proprio scheletro. Nel Sudan, nei monti Nuba, si apre la testa dell’iniziato perché gli spiriti vi penetrino. Nel corso della cerimonia, che comprende una preparazione ascetica (digiuni, varie prove) notevolmente penosa, il novizio, grazie alla sua morte fittizia, può effettuare un viaggio nel soprannaturale (sotterraneo, subacqueo o celeste). Tale passaggio a un piano extraumano corrisponde a una perdita, da parte del neofita, di alcune caratteristiche umane. Al suo ritorno, che segna l’ingresso nello stato di mago riconosciuto, egli è diventato un essere ibrido (esteriorità umana e sostanza sovrumana), la cui metà magica acquisita è attestata da vari segni: egli porta sul corpo le stigmate del viaggio (lingua forata, per esempio, in Australia) oppure alcuni oggetti (pietre luccicanti, frammenti di quarzo), che simboleggiano la potenza ricevuta dagli esseri soprannaturali per essere utilizzata a profitto degli umani.

In Australia, presso i Semang della Malaysia e nell’America del Sud, i cristalli di roccia hanno questa stessa funzione. Presso i Toba-Pilaga del Gran Chaco, quando l’iniziazione è compiuta da un mago, egli affonda, senza spargere sangue, un bastone nel petto del candidato, che sviene; al suo risveglio quest’ultimo deve succhiare il bastone - presumibilmente presentatogli come un serpente - fino a trarne sangue. Al momento della sua resurrezione, può accadere che il mago, posseduto dagli spiriti, cambi nome e usi un nuovo linguaggio (lingua arcaica, lingua degli spiriti, degli animali, linguaggio utilizzato dalla corporazione dei maghi o inventato da lui), che utilizzerà nei suoi incantesimi successivi.

Questo essere ibrido può assumere diverse forme. A volte si assiste a una metamorfosi: il corpo del mago diventa quello di un animale (presso i Navajo dell’Arizona, si crede che egli si trasformi in lupo). Può trattarsi anche di uno sdoppiamento: il mago è in grado di far uscire da sé la propria anima per affidarle una missione in un luogo da lui scelto (ubiquità) ed essa eseguirà il suo compito dopo essersi materializzata (presso i Thonga, i "baloyi" si sdoppiano durante il sonno e mentre i loro corpi restano distesi nella capanna essi se ne vanno sotto forma di gufi o di fuochi fatui; in Australia, presso i Kurnai, il "barn" invia la sua anima a spiare i nemici). Altre volte, si crea un’associazione tra il mago e uno spirito o un animale da lui distinto e indipendente dalla sua volontà; tale essere appare per offrirgli aiuto, conferendo ancora al taumaturgo il dono dell’ubiquità; il rapporto stabilito con questo aiutante è generalmente considerato come una parentela oppure un’alleanza dipendente dalle circostanze o permanente (matrimonio). Presso gi Indiani dell’America del Nord (Algonchini, Irochesi, Cherokee), i maghi si associano ai "manitù" (oggetti o spiriti sacri) e in Melanesia hanno squali o serpenti come servitori.

Occorre tener presente che queste tre forme (metamorfosi, sdoppiamento, associazione) sono spesso confuse tra loro.

Per quanto riguarda i riti ascetici (che, tra l’altro, hanno la funzione essenziale di preparare uno stato allucinatorio, propizio all’estasi e alle trance spettacolari), il mago li continuerà a ripetere nel corso della sua pratica non solo per conservare il potere acquisito, ma anche al fine di affermare la sua specificità nei confronti degli altri uomini.



Credenza e consenso

Abbiamo visto che il potere magico, anche se può essere favorito dalle caratteristiche individuali del mago, non è prodotto da lui. Inoltre, l’efficacia della magia - che si manifesta, tra l’altro con decessi o guarnigioni reali - può essere compresa solo alla luce di un consenso collettivo che si traduce in una triplice credenza: la fede (anche parziale, essa è sempre presente) del taumaturgo nella realtà effettiva dei suoi poteri e delle sue tecniche; l’atteggiamento del malato che da queste pratiche si aspetta la guarnigione, o della vittima, che ne teme gli effetti; infine la fiducia esigente del gruppo. In numerosi casi di maleficio, il terrore provato dalla vittima, aggiunto all’emarginazione che il gruppo gli impone (essa è già considerata morta o pericolosa: quando è ancora viva, si compiono per lei le cerimonie funebri), conduce presto o tardi alla morte, volontaria o no, dell’interessato.



Il mondo magico

Tradizionalmente, si ritiene che il mondo magico sia l’esatto contrario di quello profano. Non solo tutti gli avvenimenti seguono un corso diverso rispetto al mondo profano, ma tutto ciò che appartiene alla sfera del magico appare inconciliabile con il profano; il campo della magia è costruito sistematicamente in margine alle regole del gruppo. Oltre al mistero, che conferisce a questo universo la sua specificità, vi sono alcune componenti particolari che possono aiutare a definirlo. Per esempio, la negazione della distanza, nello spazio e nel tempo: ciò che di fatto separa due esseri o due cose, non può costituire un ostacolo a una fusione, a un amalgama, a un contatto, a un’armonia o a una disarmonia, a seconda del desiderio magico. L’immediatezza è un attributo universale di questo mondo, intesa come negazione dei limiti imposti dalla durata; la volontà magica non è mai costretta all’attesa, ma impone la subitanea realizzazione dei suoi desideri e dei suoi fini.

Un’altra qualità fondamentale, infine, consiste nella spiritualizzazione degli esseri e delle cose; ogni realtà, compresa la più triviale, è costantemente in grado di trasformarsi in spirito e di entrare in rapporto consustanziale con il soprannaturale; in altri termini, c’è sempre e dovunque una virtualità di partecipazione al "numinoso" (la volontà degli dei).



Riti e leggi

Le condizioni necessarie per lo svolgimento dei riti tendono innanzitutto a sottolineare la differenziazione tra mondo magico e mondo profano. Moltiplicate all’infinito, esse impongono precisi limiti spazio-temporali. Le epoche, i giorni e le ore sono accuratamente determinati: la notte, il crepuscolo, il Venerdì (giorno del sabba nella stregoneria), le fasi della luna (in India, i quindici giorni di luminosità erano dedicati ai riti di buon auspicio e i quindici giorni di oscurità a quelli di malaugurio), i solstizi, gli equinozi, le posizioni degli astri (ciò spiega il ruolo fondamentale dell’astrologia, per esempio in Grecia e in India) stabiliscono il momento favorevole al rito. Per quanto riguarda i luoghi, essi devono presentare una correlazione simbolica con l’oggetto del rito o dell’azione: cimiteri quando si tratta della morte, sputi sulla casa di un nemico, ecc... In mancanza di luoghi specifici stabiliti, il mago traccia un cerchio o un quadrato, intorno a sé, creando un confine magico.

L’esercizio della magia richiede ancora innumerevoli condizioni nella scelta e nell’utilizzazione dei suoi mezzi materiali e strumenti per i quali, parallelamente alle prescrizioni spazio-temporali, ci si deve sottomettere a una rigorosa preparazione. La cucina magica, per esempio, che accorda agli strumenti e alla materia la loro efficacia, utilizza tutto ciò che non viene mai impiegato per alcuno scopo: sporcizia, escrementi, pezzi di cadavere (nel sud-est dell’Australia, si punta nella direzione di un nemico che si vuole uccidere un osso umano, a cui sono attaccati capelli di cadavere), il sangue - preferibilmente mestruale - che entra nella composizione dei filtri (per gli Ainu del Giappone, tale sangue è un vero e proprio talismano).

La volontà di rendere specifico al massimo il mondo magico si esprime quindi attraverso una ricerca della complessità rituale, che si propone di giungere a una separazione e un’impermeabilità ottimale tra la sfera magica e quella profana. I riti di ingresso e di uscita costituiscono una pratica quasi universale: le azioni o le cerimonie magiche devono essere precedute da una pre-cerimonia (riti d’ingresso) e il loro compimento deve essere sottolineato in modo analogo (riti di uscita), affinché non possa avvenire alcuna confusione tra profano e magico.

L’universo magico si basa sullo sfruttamento e quindi sull’intima conoscenza degli esseri e delle cose; per questo viene loro attribuito un complesso di proprietà particolari, oltre a quelle che vengono colte dalla percezione. Sono stati elaborati interi cataloghi di tali qualità, proprie delle piante, dei minerali, dei corpi fisici e umani; essi comprendono una codificazione metodica che si traduce in un simbolismo dei numeri, delle figure geometriche, della morte e della vita, della fortuna, ecc... Generalmente si distinguono diverse leggi, a seconda del modo in cui esse regolano il meccanismo di tali proprietà; in funzione delle leggi si stabiliscono le categorie di riti.

Le leggi, che si riferiscono alla simpatia, o "simbiosi"delle proprietà, possono essere analizzate come segue.

Legge di contiguità. Si verifica un contagio immediato delle qualità di una cosa o di un essere, vale a dire una proiezione di essere in un altro, in seguito a un contatto reale o simbolico. Si notano due principi: la parte vale per il tutto (la persona, per esempio, è interamente rappresentata da un capello, un frammento d’unghia, ecc...), e ogni oggetto riassume in sé le qualità essenziali della sua specie (un osso di morto contiene la morte). Tale contagio è potenzialmente illimitato; per essere utilizzabile (per evitare, per esempio, che il mago sia vittima di forze malefiche), la simpatia verrà limitata ad alcuni effetti. Greci e Romani tentavano di guarire la cecità trasmettendo al malato la vista di una lucertola per mezzo dell’accecamento dell’animale; con questa operazione la sola facoltà visiva, delimitata e isolata, poteva essere captata.

Leggi di similarità. Condiziona i riti imitativi (a volte detti "omeopatici"). Si esprime nella formula "il simile chiama il simile" e può assumere due forme. Da una parte c’è l’evocazione o attrazione, verso una cosa, di tutto ciò che può assomigliare a tale cosa; la similitudine è puramente convenzionale. Per esempio, la statuina che nelle cerimonie di maleficio simboleggia la presenza della futura vittima non deve obbligatoriamente riprodurre la sua fisionomia; nel corso di un’unica cerimonia, l’oggetto può cambiare o rappresentare cose diverse. Per accecare qualcuno, si forano gli occhi di un rospo con un ago che è stato usato per cucire tre lenzuoli, dopo aver infilato nella cruna un capello del nemico; il capello e il rospo rappresentano alternativamente la persona da colpire . In un rito malefico brahamanico, una lucertola simboleggia simultaneamente il maleficio, il suo autore e la sua vittima.
D’altra parte, l’analogia è efficace; il simile agisce (a distanza e per assorbimento della proprietà in questione) sul simile; questo enunciato si trova alla base di ogni forma di medicina magica.

Legge di contrarietà. E’ il principio simmetricamente opposto a quello della legge precedente ed è basato sull’antipatia e la repulsuìione; in questo caso, il rapporto che si instaura tra le proprietà è conflittuale. Nell’India vedica, si attaccava una rana ai piedi del letto di un malato febbricitante; la presenza dell’animale doveva calmare la febbre.

A queste diverse leggi corrispondono i riti di trasmissione, che consistono in un trasferimento delle proprietà da una realtà a un’altra; essi hanno il fine di costringere le potenze occulte a passare da una cosa a un’altra. Si tratta quindi di spostare le proprietà intrinseche, contenute in questi oggetti. Ciò non significa che tali proprietà siano realmente esistenti, ma il loro studio e la loro classificazione hanno spesso condotto i maghi a vere e proprie scoperte; essi diventarono così i primi avvelenatori e i primi medici.

Si citano ancora i riti di generazione, distinti dai precedenti poiché si basano su un tipo di incantesimo che conferisce agli oggetti le proprietà desiderate; il mago non deve più trovare e trasferire le qualità, ma crearle e introdurle personalmente. Mentre i riti di simpatia sono manuali e orali, i riti di generazione sono quasi sempre orali, basati sulla potenza della parola; in realtà, il confine tra questi due tipi di riti è mobile ed essi sono spesso confusi tra di loro.

Gli incantesimi, che rinforzano e amplificano il gesto, sono sottoposti alle stesse condizioni dei riti e ad alcune regole relative all’intonazione, alla loro ripetizione e all’orientamento del corpo del locutore. Si possono distinguere vari tipi di incantesimi.

Alcuni sono propri dei riti di simpatia e in essi si nominano le cose o le potenze per provocarne l’azione; il fatto di descrivere o menzionare un’azione basta a generare il suo effetto.

Le preghiere e gli inni, rivolti agli dei o agli spiriti, derivano dal rituale religioso; per esempio, in India, durante un rituale magico destinato a guarire l’idropisia, si utilizza una preghiera vedica rivolta a Veruna, dio delle acque.

Gli incantesimi mitici, infine, si presentano sotto forma di racconti epici che riguardano personaggi eroici o divini, descrivendo anche qui qualcosa di simile a ciò che si cerca di produrre; il fatto narrato ha la funzione di un modello a cui è assimilato il caso presente al fine di far agire il dio chiamato in causa. Analogamente, nei riti di origine, il mago intenta una specie di processo a un demone di cui enuncia l’identità e le qualità per poi obbligarlo a sottomettersi al suo volere.

Il carattere di filastrocca incomprensibile, spesso vicina all’onomatopea, delle formule magiche, risulta in parte dal fatto che nel corso dei secoli gli incantesimi si sono condensati, sono stati ridotti a significanti minimi; per esempio, i sortilegi si sono trasformati in semplici enunciazioni di un nome proprio o comune, e i nomi, in semplici lettere. Gli enigmi o le false formule algebriche in alchimia derivano da queste riduzioni.

Gli amuleti e i talismani, la cui fabbricazione costituisce una delle pratiche più importanti della magia, avrebbero il compito di allontanare le disgrazie e di procurare la felicità; in realtà, la distinzione sembra piuttosto capziosa.

L’importante è sapere che, se la loro forma e la loro natura derivano dalla fede nelle regole della simpatia-omeopatia (presso i Sotho, per esempio, si porta addosso una zampa di nibbio per acquistare la rapidità dell’uccello), la reale potenza di questi oggetti deriva dalla persona del mago che li ha fabbricati o ha trasmesso loro il potere. I talismani e gli amuleti che non sono passati dalle mani di un mago, devono per la loro virtù ad alcune qualità intrinseche: aspetto o materia insoliti, pietre preziose, metalli rari, ferro (carico di valore simbolico), oggetti associati a un avvenimento felice, fusione di ingredienti sani o semplicemente rari; anche alcuni individui, famosi per la loro fortuna, assumono talvolta la funzione di talismano.



Demonologia

Lo spirito costituisce la materializzazione della potenza, sia delle proprietà sia dei riti.
Esistono tre categorie di spiriti: ci sono le anime dei morti, specialmente quelle delle vittime di morte violenta, dei defunti che non hanno ricevuto sepoltura, delle donne morte di parto, dei bambini nati morti e dei criminali, quando si tratta di cerimonie malefiche. In altri rituali (per esempio, nella Melanesia occidentale), gli spiriti sono le anime dei maghi o dei morti che si sono manifestati con un avvenimento straordinario.

I demoni, talvolta confusi con i diavoli, sono in realtà dei geni; presso gli Arunta delle isole Salomone, in Florida e in India, sono considerati esseri indipendenti. Infine, alcuni spiriti sono derivati dalle regioni; si tratta infatti di divinità trasformate secondo le esigenze dell’universo magico, attraverso un cambiamento nel corso del quale esse perdono la loro individualità per diventare semplici nomi. L’influsso delle regioni ha dimensioni notevoli: nell’Europa cristiana (santi); in India , dove gli dei sono utilizzati per alcuni malefici; nella Malaysia e nel Campa, anticamente indianizzati, dove il pantheon brahmanico è stato interamente trasferito nella magia; nella Grecia antica (dei egiziani, angeli e profeti dell’ebraismo).

Gli spiriti hanno in comune fra loro il fatto di non possedere una vera e propria individualità. Raggruppati in serie, i loro eventuali nomi rimandano solo alle loro virtù specifiche (come i demoni Febbre e Fatica). Si può dire che la magia accordi un nome proprio solo alle proprietà, alle qualità impersonali – al punto che le formule magiche stesse diventano spesso dei demoni.



Forza magica, mana

La rappresentazione di una forza si colloca al centro dell’universo magico e ne costituisce il substrato. Le nozioni di potere magico, di efficacia del rito, di ruolo delle proprietà suppongono in realtà l’esistenza prima di una forza , di cui il rito può soltanto richiedere la manifestazione e l’intervento . Le leggi di simpatia, quindi, non costituiscono tale forza; il rito si limita a provocare un movimento, uno spostamento della forza, ma è quest’ultima che dà efficacia al rituale. Allo stesso modo, il potere del mago e l’azione del rito o dello spirito sono solo le diverse espressioni, concretizzanti o attualizzazioni della forza originale, la cui idea si ritrova ovunque.
Il mana, comune a tutte le lingue melanesiane e alla maggior parte delle lingue polinesiane, è considerato il prototipo di questa nozione da Hubert e M. Mauss. Il termine è impiegato sia come sostantivo, aggettivo qualificativo o verbo, e rimanda all’idea di potenza, qualità, stato o azione, a un aggettivo o a un essere magici; può anche designare, per un essere o una cosa, il fatto di aver subito un incantesimo. Gli esseri non sono il mana, ma lo contengono in vista di una particolare azione.
Il mana, che resta sempre impersonale, deve essere distinto dagli spiriti. In realtà, esso conserva la sua autonomia nei confronti dell’essere o della cosa che ne è investito. Il mana è in uno stato di circolazione permanente e, anche se momentaneamente fisso, può sembrare perduto; la sua conservazione suppone, da parte di colui che lo detiene, uno sforzo continuo. Per non perderlo, è necessario evitare particolari azioni o contatti (i capi rischiano di perdere una parte del loro mana in seguito al contatto con i loro sottoposti). Bisogna soprattutto mettere in luce la "polivalenza" di questa azione: il mana è concepito sia in quanto potenza, sia in quanto causa e origine dell’efficacia nelle sue applicazioni particolari. Il suo carattere specifico consiste nell’essere conseguente al suo antecedente, essendo presente sia nella causa sia nell’effetto. Non basta dire che esso alimenta la credenza della magia; in realtà, esso forma la sostanza stessa della magia, che si organizza sulla sua base, alimentando a sua volta la forza del mana. Il ruolo del mana si divide tra due poli: dinamismo e ordine.

Condizionando l’insieme delle nozioni, leggi o rappresentazioni magiche, il mana anima questi elementi, dà loro un movimento. Inoltre esso governa, infatti assegna a ogni essere il posto stabilito all’interno di una scala di valori, in cui ciò che esiste si inserisce in funzione del suo grado di prossimità alla sfera in questione. Maggiore è la prossimità, più forte è il potenziale magico. Il mana giustifica la preminenza del mago, e proprio perché ne è impregnato egli può, per mezzo dei suoi riti, comandare gli spiriti dotati di mana.



I maghi e la funzione sociale della magia

Esistono vari tipi di maghi, diversi non per la natura dei loro poteri, che sono sempre identici, ma per l’uso che ne fanno e per il loro ruolo nel gruppo sociale. Appartengono alla categoria dei maghi benefici i medicine-men ( uomini-medicina), i witch-doctors (cacciatori di streghe), gli angekok (presso gli Eschimesi) e gli sciamani. Questi ultimi sono particolarmente numerosi tra i pastori di renne e i pescatori dell’Asia nordoccidentale (Jacuti, Tungusi; sciamano è una parola tungusa) e tra gli abitanti delle rive occidentali del mare di Bering (Coriachi o Ghiliachi, Ciukci e Kamciatdali), ma si trovano figure analoghe in altre società (tribù indiane d’America e in Africa).

Nella Siberia orientale e tra gli Eschimesi, lo sciamano è il capo religioso del villaggio. Lo sciamanesimo si distingue per l’elaborazione della sua dottrina, che menziona tre regni in successione gerarchica, da quello della luce e degli spiriti benefici fino al regno delle tenebre e del male, passando dal dominio intermedio degli uomini. Lo sciamano, che pratica la divinazione, la medicina magica e l’esorcismo degli spiriti malvagi, ha la funzione di governare le anime dei morti, di conoscere le disposizioni degli spiriti e d’influire su di essi grazie al trasferimento psichico o alla dissociazione mentale (bilocazione: la sua anima lascia il corpo e viaggia verso il mondo degli spiriti). Infine, gli sciamani, sia uomini sia donne, praticano l’omosessualità e la manifestano apertamente (tra i Ciukci, alcuni sciamani si vestono da donna).

Questi maghi "benefici" occupano le posizioni sociali più elevate e sono oggetto di un profondo rispetto (si tratta della magia bianca, ufficiale). Considerati i garanti dell’ordine sociale, talvolta detengono il potere e agiscono per proprio profitto, altrimenti sono al servizio di altri capi. La potenza e la volontà di appropriarsi della natura che si trovano alle origini della magia favoriscono il materiale utilizzato dai maghi; il desiderio è la forza che essi impiegano per il mantenimento del proprio dominio. Il mago è essenzialmente l’istigatore di un contratto elementare: grazie alla protezione che egli offre al gruppo, quest’ultimo gli riconosce una posizione superiore. Caratteristica tipica del mito, la legittimazione del potere così ottenuto è la consustanzialità del detentore con un aldilà. Il mago è il garante della sicurezza del gruppo e della sua "felicità" contro le forze malefiche del soprannaturale, ed egli si sacrifica abbandonando una parte d’umanità per il bene del gruppo.

Il mana ha quindi la funzione di legittimare la gerarchia sociale. In Polinesia, posto al vertice della gerarchia cosmica, esso diffonde grazie alla meditazione dei capi e questi lo infondono nella loro funzione; inversamente, la posizione sociale di un individuo determina il suo potenziale soprannaturale. L’uomo del popolo è tabù per il capo e viceversa: il contatto tra i due spezzerebbe l’equilibrio del mana – soprattutto a spese del capo, che potrebbe morire. Presso alcuni gruppi Eschimesi, inoltre, ogni trasgressione di un tabù deve essere confessata all’angekok, altrimenti il colpevole rischierebbe di provocare enormi catastrofi sul suo gruppo. Gli oggetti appartenenti al capo sono impregnati del suo mana e nessuno li può toccare senza rischiare di perdere la vita; il capo può rendere tabù un raccolto dandogli il suo nome o fissando un lembo della sua veste nel campo. Inoltre, ciò che è proibito all’uomo del volgo è permesso al capo (per esempio, l’incesto).


La stregoneria

Al polo opposto si trova la magia nera, la stregoneria, combattuta ovunque dall’autorità costituita, e spesso attaccata dalla sua rivale "bianca". La magia nera si nasconde, poiché minaccia l’edificio mitico ufficiale (magico o religioso); questo vale in modo particolare per la storia occidentale, dato che persecuzioni hanno sempre suscitato il diffondersi della stregoneria (per esempio, in seguito alle misure repressive decise dal concilio di Parigi nell’829).

L’ambiente naturale della stregoneria è il disordine, il caos; il suo modo d’essere è l’eccesso nella festa. Al desiderio canalizzato, sublimato e sospeso del mito bianco, si sostituisce qui il desiderio accettato e portato a compimento dal godimento collettivo delle orge più complete. Se la magia è il prodotto di un sapere elitario i cui segni sono fatti coincidere dai suoi detentori, la stregoneria rimanda a una complicità collettiva basata su una conoscenza condivisa; ai riti comunemente accettati ed esoterici, essa costituisce riti proibiti, in cui ognuno è protagonista. Si pensa che nel XVII secolo vasti gruppi di persone partecipassero ai sabba, che si svolgevano di notte nei pressi di antiche rovine; tutte le fantasie sessuali vi trovavano posto, in un girotondo infernale favorito dal consumo della droga (belladonna, aconito): il diavolo, che presiedeva, ricompensava i peggiori e puniva i meno malvagi. La stregoneria è anche derisione; imitando le abitudini e i comportamenti comuni, essa mette in ridicolo il potere religioso: si battezzano rospi, si baciano, tenendo in mano un cero, le natiche di un caprone che rappresenta il diavolo, si calpesta la croce, si celebra la messa al rovescio, i contadini mimano la caccia dei signori, tenendo in pugno un rospo a mo’ di falcone.

La trasgressione è sempre presente e, poiché il potere è di natura mitica, lo si affronta armati del sacrilegio. Si può comprendere il carattere sovversivo della stregoneria sapendo che il diavolo è anche chiamato dai suoi fedeli il "Proscritto" o, meglio ancora, il "Grande Servo ribelle". In realtà, a partire dal Medioevo, in Occidente il mago diventa cittadino, mentre lo stregone è un abitante del villaggio, spesso pastore, maniscalco, cordaio, venditore ambulante, cacciatore di talpe, taglialegna; a partire dalla fine del XVI secolo, un patto lega il mago al diavolo, obbligandolo a rinunciare alla sua religione. La stregoneria è sempre una rivolta e come tale viene duramente repressa.



La magia e la scienza

Da molto tempo, ormai, la scienza si è sostituita alla magia, nella misura in cui si attende da essa la soluzione dei conflitti presenti e futuri, grazie a scoperte continue che devono sempre avere come conseguenza la felicità dell’uomo e la soddisfazione dei suoi desideri.

La confusione del linguaggio scientifico con quello magico-religioso o profetico, è un fatto facilmente osservabile nei miti moderni e nelle credenze collettive contemporanee.

L’aspetto sperimentale della magia non è meno importante di quello della scienza se si ammette che l’esperienza interiore dell’essere umano ha la stessa portata della sua esperienza del mondo esterno. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, le tradizioni magiche la cui origine si perde nell’antichità esistono soltanto sotto forma di vestigia e dei resti, più o meno ricoperti da numerosi strati ulteriori, religiosi e filosofici. Tuttavia, i considerevoli progressi della psicologia, dell’antropologia, della linguistica e della biologia nel corso degli ultimi cinquant’anni tendono a collocare in primo piano l’esplorazione del mondo interiore e la scoperta delle sue leggi, quasi totalmente ignorate. L’avvenire non è definitivamente chiuso all’autentica magia né alle sue trasformazioni sotto altri nomi più facilmente accettabili dalle nostre convinzioni storiche e dai nostri pregiudizi intellettuali.

Negli ultimi decenni, la propaganda politica e la pubblicità commerciale hanno utilizzato in modo evidente le tecniche magiche, molto spesso simili, di suggestione collettiva senza presentarle come tali.

L’insegnamento e la storia della magia e delle sue pratiche, generalmente escluso dalle università, potrebbe almeno servire a mettere in guardia il pubblico contro gli abusi, che vanno dall’ipnosi quotidiana degli spettatori attuata da alcuni programmi televisivi allo sfruttamento della merce magica nelle società dei consumi.



La caccia alle streghe

I vecchi riti campestri ereditati nell’Europa mediterranea dalle divinità greche e romane e nell’Europa settentrionale dagli dèi celti e germanici continuavano a vivere, nascosti, ancora nell’ XI, XII e XIII secolo. La chiesa li condannava come superstiziosi, ma nella sostanza non perseguitava chi li praticava.

Cresceva lo studio e la pratica della magia colta in molte università europee, insieme ad altre discipline "scientifiche" come l’alchimia. Anzi, si può dire che fu proprio nelle scuole annesse alle cattedrali che si intensificò, dal XII secolo, la riflessione sulle "superstizioni" e dunque anche la loro conoscenza e la loro pratica. Toledo divenne la capitale europea della magia; fama analoga ebbero Napoli, Praga e Palermo, e Federico II era stato guardato come un protettore dei negromanti. Nel corso del Duecento si era cominciato ad accusare di praticare la magia, l’empietà e l’ateismo tutti coloro che si volevano colpire.

L’avversione della chiesa per la magia praticata sia da uomini che da donne crebbe nel corso del Trecento, e soprattutto nel Quattrocento venne più chiaramente orientata verso le donne, dando luogo al fenomeno detto della "caccia alle streghe", un’enorme tragedia che accese roghi in tutta Europa.
In alcune zone dell’Inghilterra la gente si scagliò contro certe donne, accusate di essere streghe e di avere avuto rapporti con Satana. In Germania si raccontò la storia (poi divenuta leggenda), di una ragazza (Pest Jungfrau) che usciva sotto forma di fuoco dalla bocca dei morti e che uccideva se alzava la mano.


Le tre date più importanti dell’avvio della caccia alle streghe sono:

-1348, quando alcune donne che vivevano isolate – spesso erboriste, ostetriche o guaritrici – furono accusate di stregoneria dalla gente e linciate, divenendo un capro espiatorio della peste;

-1484, quando il papa Innocenzio III, allarmato dalla notizia di fatti stregoneschi avvenuti in Germania, intervenne contro certe donne che erano state accusate di abiura della fede, di rapporti sessuali con il diavolo e di danni a persone, animali e ai frutti della terra;

-1487, quando due inquisitori scrissero il Malleus Maleficarum (il martello delle streghe), un trattato che stabiliva che la stregoneria era solo femminile, che le streghe non erano visionarie, come aveva scritto sant’Agostino, ma avevano davvero rapporti con il diavolo, dal quale non avevano mai figli (praticavano dunque la contraccezione e l’aborto). Anche il volo notturno e il sabba, si disse, non erano sogni o allucinazioni, avevano veramente luogo. Nessuno dubitava dell’esistenza delle streghe; inoltre molte donne, sottoposte a interrogatori sempre più stringenti, finirono per confessare pratiche demoniache. Lo fecero per sfuggire alla pressione della tortura fisica o psicologica. In certi altri casi perché la loro semplicità le rendeva inermi di fronte alla cultura e alla forza dell’inquisitore.

Era molta la parte della stregoneria popolare praticata dalle donne. I documenti sono pieni, fin dall’Alto Medioevo, di vetulae (vecchiette) che eseguivano riti magici e manipolavano le erbe. Non deve stupire: si trovavano nelle loro mani, infatti, i segreti della natalità (la fertilità, la contraccezione, l’aborto) e dunque era affidata a loro una parte importante delle pratiche magiche di una società in cui il rapporto nati-morti doveva sempre rimanere in equilibrio perché ci fosse cibo per tutti. Erboriste, ostetriche, pediatre prima di tutto. E poi le streghe. Le nocticulae (donne della notte, perché bon farsi vedere a praticare questi riti era più prudente; ma la notte è buia ed ecco allora che è necessario scegliere i giorni della luna piena) nominate nei testi altomedievali affermavano di poter volare cavalcando demoni trasformati in animali e lo stesso sant’Agostino raccontava che per questo usavano unguenti. C’è chi pensa che questi unguenti fossero composti con sostanze allucinogene e forse non a caso, secoli più tardi, un inquisitore spagnolo avrebbe raccontato che l’unguento faceva cadere le donne in un sonno profondo, una trance che le rendeva insensibili a tutto.

La notte delle streghe, che cade tra il 30 aprile e il 1 maggio, è detta notte di santa Valpurga e anche questo nome ha origini altomedioevali. Valpurga era una monaca benedettina che visse nell’VIII secolo, e fu molto attiva nella conversione dei sassoni al cristianesimo. La sua festa fu fatta coincidere proprio con la notte in cui nei villaggi si festeggiava l’arrivo della primavera e dunque si praticavano anche i riti pagani della fertilità; il cristianesimo (cioè Valpurga) trasformò quella festa pagana che non si riusciva a cancellare in una festa cristiana, ma le contadine continuarono a praticare ogni anno i riti che conoscevano e che si tramandavano di madre in figlia, ritirandosi in un bosco per non farsi vedere. Così la notte della festa di primavera divenne la notte di Valpurga e, insieme, la notte delle streghe.

Tra le varie streghe, ricordiamo Matteuccia da Padova, processata nel 1428, racconta all’inquisitore di aver succhiato sangue ai bambini, essersi "unta", aver preso il volo fino al noce di Benevento, tradizionalmente considerato luogo di appuntamento delle streghe.

In Europa, fra il 1450 ed il 1750, i roghi si accesero ovunque e si stima che perirono circa 9 milioni di persone. A causa dei problemi venuti a crearsi – invasioni, epidemie, carestie – la strega poteva essere una delle possibili cause a cui imputare il ribaltamento in negativo delle sorti collettive. Con la demonizzazione attuata dal Cristianesimo delle reminescenze dei culti antichi, ciò che precedentemente era religioso , rito diffuso e legalizzato, diventava di colpo anomalia, perversione o delitto. Gli Inquisitori avevano in loro possesso molte opere approvate da Roma: l’ "Opera Omnia", che descriveva le azioni del Diavolo e le sue apparizioni umane e bestiali, del chirurgo Amboise Parè, e il "Malleus Maleficarum", una sorta di manuale che dal 1563 divenne strumento di repressione. In esso veniva giustificata qualunque perversione compiuta nei confronti delle accusate, umiliate e torturate principalmente in quanto donne, cioè esseri intellettualmente inferiori a causa della propria sessualità. Il Malleus affermava infatti che "tutta la stregoneria deriva dalla lussuria della carne che nella donna e insaziabile".

Oggi sappiamo che le maggior parte delle pratiche magiche altro non erano che di conoscenza di un patrimonio di tradizioni popolari risalenti all’antichità classica e che nel corso del Medioevo si era tramandata oralmente e anche in virtù dei testi magici greci e orientali.





Le grandi figure dell’occultismo



Faust

Personaggio forse reale, probabilmente leggendario, del quale si è voluto fare il prototipo dell’uomo che ha venduto l’anima al diavolo, in virtù di un patto che gli offre giovinezza ed onori. Il futuro dottor Johannes Faust, avrebbe conosciuto Paracelso e Agrippa. Egli praticò la magia a Praga, evocò gli spiriti a Wittemberg, pretese di aver fatto un viaggio all’inferno con Belzebù per cavalcatura, assicurò di potersi rendere invisibile, raccontò all’amico dottor Jonas di Lipsia la sua escursione nel cosmo in 8 giorni, fece ricerche di alchimia all’abbazia di Maulbronn dove possedeva un cane magico, e a Innsbruck fece apparire diversi personaggi per Carlo V.

Nel 1525 fece uscire, con arte magica, un grosso tonno dalla tomba di Auerbach a Lipsia, fece apparire Elena di Sparta a degli studenti e pretese più tardi aver avuto da lei un figlio chiamato Justus Faustus. Venne cacciato da Ingolstadt per pratica di magia nel 1528, ritornò a Praga e ad Erfurt ove evocò gli eroi italiani A Venezia volò in aria. Praticò guarigioni miracolose nei Paesi Bassi, fu imprigionato, maledetto da Lutero, e proclamato "arcimago".

Alla fine del patto conobbe una morte orribile ad opera del diavolo. Il che non gli impedì di apparire diverse volte al fedele servitore Cristophe Wagner o Waiger. La sua storia apparve nel libro popolare, nel 1587. Nel 1590 il drammaturgo inglese Mrlowe lo fece diventare eroe di una sua opera. Ma la sua enorme popolarità è dovuta soprattuttoal dramma omonimo di Goethe e alle opere di Berlioz e di Gounod, che da questo personaggio trassero ispirazione.



Flamel Nicolas (1330-1418)

Nacque a Pontoise. Scrivano pubblico poi libraio di fama, egli si stabilì a Parigi in rue Saint-Jacques. Fu un libro di magia che nel 1357 attirò verso l’occultismo quest’uomo semplice. Dopo aver studiato a Bologna con "Maitre Canches" egli riuscì, il 17 gennaio 1382, a trasformare in argento una mezza libbra di mercurio. Il 25 aprile dello stesso anno, la stessa quantità di mercurio fu trasformata in oro.

Si racconta che trattò con il re Carlo VI per fornire dell’oro allo Stato e che l’impresa non gli fu diffide. Se non aveva trovato la pietra filosofale, soltanto i suoi rapporti con gli usurai ebrei potrebbero spiegare la sua ricchezza. Morì nel 1418.



Nostradamus (1503-1566)

Il suo vero nome è Michel di Nostre-Dame. Nipote del medico di corte del re Renato d’Anjou, figlio di un notaio, era un ebreo provenzale convertitosi al cattolicesimo. Medico, si affermava che avesse allontanato la peste dai paesi del Mezzogiorno. Grande viaggiatore, passò per una spia della Francia, della Lorena e della Savoia. Chiamato da Caterina dei Medici a Corte, in seguito alla pubblicazione del suo libro "Les Centuries" egli le recitò la famosa quartina su Enrico II:

"Il leone giovane, il vecchio supererà
In campo di battaglia in singolar duello
Nella sua gabbia d’oro, gli occhi gli caverà:
Due classi, una, poi la morte, morte crudele."

Quattro anni più tardi, Enrico II, nel corso delle giostre durante la celebrazione del matrimonio della figlia Elisabetta, ebbe l’occhio trafitto da un colpo di lancia che penetrò nel suo elmo d’oro, alla seconda ripresa di un duello contro il conte Montgomery e ne morì.

Minacciata dalle guerre di regione, l’anno successivo, nel 1560, Caterina riconvocò Nostradamus nel suo palazzo di Soisson ove ella si dava a praticare l’occultismo. Egli vi sarebbe giunto in primavera e dopo 45 notti di veglia avrebbe fatto apparire l’angelo Anael che predisse alla regina l’avvenire dei suoi tre figli.
Il mago si ritirò poi a Salon dove prese il titolo di "medico-astrofilo". Pubblicò delle Pronostications o almanacchi. Le sue "profezie" o Centuries hanno conoscito innumerevoli edizioni (la prima data del 1555), commenti e revisioni. Queste 353 quartine, diventate 4780 versi, sono, come la sua "Lettera a Enrico II" volutamente oscuri. Il che ha permesso agli esagerati di trarne tutto quel che volevano! Ad ogni guerra li si riprende in mano, perché predicono l’avvenire fino al 3797.
 

 




BIBLIOGRAFIA MINIMA


Levack, La caccia alle streghe in Europa, Laterza
Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori
Tondriau, Guida all'occultismo, Garzanti
Gatto Trocchi, Viaggio nella magia, Laterza


 

a cura di Francesca Gozzo, Liceo C. Cattaneo, Torino, 2001


 

 



 





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