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CHE COS'E' LA MAFIA?
a cura di
Marco Manfrinati, 5^ E 2001
LE ORIGINI DELLA MAFIA
La mafia è
una forma di criminalità organizzata che non solo è attiva in
molteplici campi illegali, ma tende anche ad esercitare funzioni
di sovranità, normalmente riservate alle istituzioni statali, su
un determinato territorio, imponendo ad esempio una sorta di
tassazione sulle attività economiche legali e dotandosi di un
sistema normativo che prevede sanzioni violente per coloro che da
esso sono considerati devianti. Si tratta quindi di una sorta di
criminalità che presuppone alcune condizioni: l’esistenza di uno
Stato di tipo moderno, che rivendichi a sé il monopolio legittimo
della violenza, un’economia libera da vincoli feudali, fondata
cioè sulla proprietà privata e sul mercato, l’esistenza di
violenti in grado di poter operare in proprio, imponendo anche
alle classi dirigenti la propria mediazione violenta. Naturalmente
la debolezza dello Stato, ed in particolare la sua incapacità di
garantire l’ordine e la sicurezza attraverso un apparato di
polizia e di strutture giudiziarie efficienti, è condizione
indispensabile per l’affermarsi di un potere alternativo e
violento.
E’ più
probabile, inoltre, che questo si affermi quando la società è in
rapida trasformazione, quando i tradizionali equilibri sociali
sono entrati in crisi, il livello di conflittualità fra i gruppi e
ceti sociali è alto, le classi dirigenti hanno difficoltà a
guidare una rapida transizione dal sistema feudale ad un regime
caratterizzato dallo Stato moderno e dalla proprietà privata dei
mezzi di produzione, e non si affermano nuove élites in grado di
subentrare rapidamente alle vecchie.
Sono tutte condizioni che riscontriamo in Sicilia nella prima metà
del XIX secolo. Dopo che il parlamento siciliano del 1812 ebbe
proclamato solennemente la fine della feudalità, la progressiva
privatizzazione di demani comunali e di terre appartenenti agli
enti ecclesiastici e l’eversione degli usi civici procedettero fra
molti ostacoli e opposizioni, provenienti anche da coloro che
venivano spogliati di piccoli privilegi, previsti dal sistema
feudale, indispensabili alla sopravvivenza. I nuovi diritti di
proprietà faticarono ad imporsi e ad essere considerati legittimi,
suscitando conflitti ed estraneità fra le masse contadine ed il
nuovo ordine statale che cercava di imporli. I contrasti tra
classi e ceti non furono regolamentati dallo Stato, né da
un’egemonia proprietaria anch’essa messa in discussione dalla
rapidità dei cambiamenti: anzi la struttura statale, sebbene
formalmente di tipo moderno, era ancora molto debole, con un
ricorso diffuso a organizzazioni poliziesche di tipo semiprivato,
come quella delle Compagnie d’armi, e la rinuncia ad una reale
presenza sul territorio dell’apparato periferico. E’ in questa
contingenza che emergono i primi aggregati di stampo mafioso,
anche se non hanno ancora sviluppato tutte le caratteristiche del
fenomeno. Si tratta di individui delle classi popolari, che prima
erano al servizio degli aristocratici. E successivamente
proseguono e raggiungono un’autonomia rispetto ad essi proprio sul
terreno, loro congeniale, dell’organizzazione di un potere
violento, sia imponendosi ai ceti più poveri, sia vendendo i
propri servizi ai proprietari.
Non tutti possono organizzarsi intorno alla capacità di utilizzare
violenza: occorrono doti individuali particolari (coraggio,
spregiudicatezza, crudeltà), contatti e protezioni appropriate,
una certa capacità imprenditoriale. Ma sono discriminanti che
comunque non coincidono con i confini delle classi sociali: sia i
violenti che le loro vittime appartengono spesso agli stessi
gruppi sociali, vi sono contadini che subiscono soprusi da mafiosi
provenienti dal loro stesso ambiente, così come proprietari che
possono comprare la protezione mafiosa ed altri che invece sono
soggetti al taglieggiamento, alle estorsioni da parte della mafia.
Il processo di emancipazione dal potere baronale dei gruppi
violenti, e la loro trasformazione in cosche, va ancora studiato
in profondità: su questo aspetto della questione non abbiamo
infatti studi storici approfonditi, fondati sulle carte d’archivio
dell’amministrazione borbonica, a parte alcuni lavori
pionieristici di Giovanna Fiume.
Essi testimoniano per questo periodo di una violenza diffusa: i
baroni continuano spesso a mantenere alle proprie dipendenze
uomini armati per la difesa delle grandi tenute, i comuni sono al
centro di lotte tra fazioni, che spesso sfociano nell’eliminazione
fisica dell’avversario, le contese demaniali e le controversie
sugli usi civici sono spesso sorrette dalla capacità delle parti
di ricorrere alla violenza, i periodi di crisi rivoluzionaria
forniscono l’occasione per stragi che solo semplicisticamente
possono essere considerate effetto della lotta politica fra
borbonici e liberali.
VI SONO IN MOLTI PAESI UNIONI O FRATELLANZE
La violenza mafiosa è una violenza organizzata al fine di
controllo di un territorio. E’ probabile che se si andasse a
scavare nelle carte di polizia o negli archivi giudiziari do primo
Ottocento troveremmo molte tracce di questo tipo di violenza, cioè
della presenza della mafia in anni nei quali la parola non era
ancora in uso. Per ora dobbiamo accontentarci di indizi: il più
consistente è il brano di Calà Uloa, magistrato e uomo politico di
spicco della Sicilia borbonica. Il brano viene considerato la
prima descrizione di una cosca mafiosa: i partiti, che si
definiscono fratellanze, gestiscono il traffico dell’abigeato,
reato tipico della delinquenza organizzata siciliana, offrono la
propria mediazione per far recuperare i beni rubati, corrompono
funzionari e assistono i soci che siano sottoposti a procedimenti
giudiziari.
Ci troviamo davanti ad alcuni elementi essenziali per individuare
una cosca mafiosa: la stessa definizione che ne dà Calà Uloa, di
piccoli Governi nel Governo, ricorda quella recentemente adottata
per la mafia, di Stato nello Stato. Manca, tuttavia, un’analisi
approfondita dei componenti di questi partiti, dei quali si
denuncia la dipendenza da capi il cui status sociale non è ben
definibile: il titolo di possidente, nella Sicilia ottocentesca,
individua anche figure di estrazione popolare che si siano
tuttavia arricchite, mentre i preti provenivano spesso dalla
piccola borghesia di paese. In realtà Calà Uloa è interessato
soprattutto a denunciare al suo Governo la corruzione
dell’apparato pubblico, in particolare di quello giudiziario, e
della nobiltà siciliana, protettrice dei malviventi, e solo di
riflesso si interessa all’esistenza di associazioni, a carattere
solo apparentemente politico, che hanno invece come finalità una
molteplice attività criminosa.
IL DISORDINE DEL 1848: VIOLENZA DELINQUENZIALE E DEBOLEZZA
ISTITUZIONALE
E’ nel corso della rivoluzione siciliana del 1848 che l’intreccio
fra crisi rivoluzionaria e violenza criminale dà vita ad una
miscela esplosiva, tanto che alcuni protagonisti sosterranno, a
posteriori, che la crisi della rivoluzione siciliana fu causata
soprattutto dalla assoluta incapacità delle autorità di garantire
l’ordine e la sicurezza di cittadini e proprietà. La liberazione
dei detenuti dalle carceri e l’invio in Sicilia dei condannati
siciliani che scontavano la pena nei bagni penali sul continente
mise in circolazione un gran numero di malviventi: reati
gravissimi venivano consumati in pieno giorno anche nelle città,
in particolare furti, estorsioni e sequestri di persona.
L’incapacità delle autorità rivoluzionarie ad organizzare un corpo
di polizia adeguato aggravava l’inaffidabilità di molti corpi ai
quali si affidavano di volta in volta compiti di ordine pubblico:
in essi spesso si assoldavano i malfattori, con l’illusione di
tenerli sotto controllo, ed il risultato di accentuare
l’impressione di sfacelo istituzionale che si andava facendo
strada nei siciliani, al di là delle loro idee politiche
filoborboniche o filoliberali.
A questa situazione il Parlamento siciliano reagì in maniera
inadeguata: da un lato con grandi dibattiti sulle leggi di
pubblica sicurezza, in cui si dissertava sui grandi principi della
libertà e del decentramento sui quali si voleva improntare la
costituzione, senza approdare a nessuna misura incisiva, dall’atro
con periodiche richieste di leggi eccezionali, alcune delle quali
furono anche approvate, rimanendo tuttavia inefficaci per la
mancanza di chi le facesse effettivamente applicare.
LE SQUADRE
Un elemento importante per comprendere attraverso quali vie si sia
attuato il processo di progressiva autonomia dei violenti di
origine popolare dalle classi dirigenti è la partecipazione agli
eventi rivoluzionari di squadre armate, composte da contadini ed
artigiani, agli ordini di un capo popolo, disponibili a vendere i
propri servizi alle autorità rivoluzionarie, di solito carenti sul
terreno militare. Nel 1848 i capipopolo più famosi, come Miceli e
Scordato, avevano raggiunto una notorietà ed un potere
impensabile, e le squadre erano spesso ingovernabili, esercitando
funzioni di polizia e di difesa della proprietà, con conseguenze
disastrose per la sicurezza pubblica.
Dalla presenza di squadra, che già si era verificata nella
rivoluzione del 1820-1821, e che si ripeterà nel corso
dell’impresa garibaldina, possiamo individuare un’abitudine
all’organizzazione armata dei ceti subalterni siciliani nella
parte centro occidentale dell’isola.
La crisi rivoluzionaria inoltre dà spazio, anche nelle realtà
locali, a uomini di origini popolari, i quali si impongono con la
loro capacità di usare la violenza, non solo organizzando furti e
abigeati, ma anche mediando fra i proprietari e i delinquenti. Ad
essi si aprono inaspettate opportunità all’interno delle
istituzioni.
IL 1860 E LA DELUSIONE DELLE SQUADRE
Nel 1860 la mobilitazione delle squadre si ripete, ma il controllo
politico da parte dei rivoluzionari sui cosiddetti picciotti si fa
molto più stretto: Crispi, la vera mente politica delle operazioni
garibaldine in Sicilia, memore della triste esperienza
quattrocentesca, operò in modo di sciogliere le squadre e
rimandare a casa i picciotti subito dopo la conquista di Palermo.
L’impossibilità di vedere legittimata la propria funzione di
portatori di violenza, con un riconoscimento politico del proprio
ruolo, spinse i facinorosi a passare sul terreno dell’illegalità
organizzata. Ovviamente un tale processo si compie in un certo
numero di anni (diciamo nel primo quindicennio post-unitario), e
non ha niente a che vedere con ricostruzioni mitiche dell’impresa
garibaldina, che sarebbe stata resa possibile solo dalla
protezione della mafia.
La testimonianza di Colonna di Cesarò, esponente del liberalismo
siciliano, ricostruisce lucidamente il processo di formazione di
una forza armata indipendente dalle strutture statali, e la sua
utilizzazione da parte dell’aristocrazia siciliana nel corso delle
vicende rivoluzionarie ottocentesche. Di Cesarò è esplicito
nell’indicare in questa forza l’origine della mafia (ed in effetti
i nominativi che indica sono quelli di noti mafiosi), e nel
sottolineare il suo carattere eversivo nei confronti dell’autorità
pubblica. Individua anche chiaramente il processo di progressiva
autonomia di questi violenti nei confronti delle classi dirigenti
siciliane, una volta raggiunta l’unità d’Italia, e la loro
successiva disillusione. E tuttavia quello che Colonna di Cesarò
nasconde è che l’utilizzazione da parte delle classi dirigenti dei
facinorosi continuava, ma ad un livello più sotterraneo e del
tutto individuale: non più squadre da buttare nella mischia, ma
protettori ai quali ricorrere per difendere i propri interessi.
CHI PARLA SI RITIENE PER INFAME
Due distinti
magistrati sostengono che in Sicilia alla diffusione del crimine
corrisponde una sua accettazione da parte della popolazione: non
si collabora con le autorità e chi parla è ritenuto un infame. I
due rapporti sono fra le prime denunce, da parte della
magistratura, della situazione di isolamento in cui vengono a
trovarsi le forze dell’ordine, e dell’omertà che copre i
malviventi. Ma il loro interesse non si ferma a questo. Il
procuratore di Agrigento punta il dito contro la corruzione dei
corpi di polizia, in particolare dei militi a cavallo, eredi delle
compagnie d’ermi borboniche, e delle guardie municipali. In simile
situazione, possiamo ritenere che l’inesistenza di una forza di
polizia efficiente, quanto meno incrementi da parte dei cittadini
il ricorso ad atteggiamenti di non collaborazione con le autorità.
E tuttavia
questa mancata collaborazione è anche frutto di una convenienza
personale, almeno da parte di alcuni settori della popolazione. E’
il rapporto del procuratore generale di Palermo che sottolinea
questo dato: i ricchi assoldano i noti malfattori alle proprie
dipendenze. Un’osservazione che sottolinea le funzioni della mafia
come industria della protezione, ed evidenza come, in una
situazione di insicurezza generalizzata, le conseguenze non siano
identiche per tutti i cittadini. Chi infatti ha la possibilità di
accedere ai servizi offerti dai malfattori ne ricava un vantaggio,
tanto più forte quanto più è differenziale, quanto più, cioè, è
selettivo, non disponibile per tutti, il servizio di protezione
offerto dai mafiosi. E’ tale constatazione che ci spinge a
ritenere che anche oggi imprenditori che comprino la protezione
dai mafiosi, se esponenti di grandi gruppi aziendali, siano
piuttosto complici che vittime della criminalità organizzata.
GLI ANNI DELLA CRESCITA
La
riorganizzazione di Cosa Nostra procede nella prima metà degli
anni settanta: a Palermo fu ripristinata la Commissione
provinciale, formata dai capimandamento (un mandamento riuniva tre
famiglie), ma crescenti erano le manifestazioni di contrasti fra
le famiglie più importanti. Gaetano Badalamenti aveva intrapreso
in grande stile il traffico di stupefacenti senza informare le
altre famiglie, e si era autoproclamato alla fine del 1973
rappresentante della provincia, nominando Leggio consigliere e
Stefano Bontade vice: Leggio aveva reagito proclamando di non
riconoscere la commissione. L’autorità di Stefano Boutade, figli
del vecchio boss Francesco Paolo e figura di prestigio di Palermo
centro, veniva minacciata dai sequestri di persona operati dai
corleonesi, che andavano a rompere quegli equilibri fra mafia,
classe imprenditoriale e classe politica che egli aveva il compito
di garantire.
E così i
contrasti fra le famiglie palermitane crescevano: nel luglio del
1975 fu sequestrato dai corleonesi Luigi Corleo, suocero di Nino
Salvo, uno dei potentissimi e ricchissimi gestore delle esattorie
delle imposte in Sicilia, uomo d’onore della famiglia dei Salemi e
vicino al gruppo Badalamenti-Bontade : il primo non riuscì neppure
a far riavere a Salvo il corpo del suocero. Ha recentemente
commentato Buscetta che il sequestro Corleo fu un segnale grande
come una casa inviato a tutti gli uomini d’onore di Riina e dai
suoi. Alla fine del 1975 Michele Greco veniva eletto segretario
della commissione provinciale di Palermo al posto di Gaetano
Badalamenti.
In quegli
anni la mafia poté usufruire di un periodo di assoluta impunità:
ai clamori del 1971 segue una lunga quiete che, per buona parte
degli anni ’70, avvolge la mafia rendendola quasi impercettibile
all’esterno. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un
implicito patto bilaterale di non aggressione che Cosa Nostra
romperà solo nell’agosto del 1977 con l’omicidio del colonnello
dei carabinieri Giuseppe Russo, senza incontrare, peraltro,
nessuna apprezzabile reazione dalla controparte. Questo patto è
frutto della combinazione tra l’intelligenza strategica della
mafia e il dramma del terrorismo verso cui sono rivolti il cuore e
la mente dell’intero Paese: una favorevole congiuntura che aiuterà
la mafia a crescere come non mai nella più generale disattenzione.
Cosa Nostra è ormai un potere, in grado di trattare ufficialmente
con i poteri legali: non è in questo dato che trova spiegazione la
catena di omicidi di uomini politici e funzionari dello Stato che
caratterizzerà la fine degli anni settanta.
LE VIE DEL TABACCO
Ricorda
Calderone che negli anni settanta si sono fatti molti sequestri di
persona, molte estorsioni e soprattutto contrabbando, tanto
contrabbando. In questi anni è cominciato il benessere dei
mafiosi. Il contrabbando delle sigarette era la cosa più grossa
degli anni settanta. Lo stesso Leggio, nuovamente latitante dal
novembre del 1969, quando si era allontanato indisturbato da una
clinica romana senza che nessuno se ne preoccupasse, si era
trasferito a Milano dove si era specializzato nei sequestri di
persona. Leggo fu arrestato, quasi per caso, dai carabinieri il 16
maggio 1974; non uscirà più di carcere, dovendo scontare un
ergastolo inflittogli dalla corte d’appello di Bari nel 1970, ma
continuerà a giocare, tramite Bernardo Provengano, un ruolo di
grande rilievo in Cosa Nostra.
Carlo Alberto
Dalla Chiesa colse allora con grande lucidità i processi in corso
in quegli anni nel mondo di Cosa Nostra: fra essi l’estensione
dell’organizzazione alla Sicilia orientale ed il contrabbando di
sigarette. Quest’ultimo ha dimensioni internazionali: i siciliani
viaggiano, stringono rapporti e relazioni, entrano in relazione
con altri soggetti criminali, appartenenti alla camorra e alla
‘ndrangheta.
Oggi
sappiamo, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia, che in quegli anni si realizzò un vero e proprio
tentativo di controllo di Cosa Nostra sul traffico di sigarette di
contrabbando, anche attraverso l’affiliazione nella famiglia di
Porta Nuova dei due principali contrabbandieri palermitani, Nunzio
La Mattina e Tommaso Spadaio. Secondo Calderone, esisteva inoltre
a Napoli, da antica data, una famiglia affiliata a Cosa Nostra,
che in quegli anni dipendeva da Michele Greco, e al cui interni i
fratelli Nuvoletta costituivano una decina a sé. Cosa Nostra cercò
di regolamentare il traffico, con una suddivisione dei carichi che
venivano sbarcati (uno per La Mattina e soci, uno per Spadaio, uno
per i napoletani e uno per la Commissione), ma gli imbrogli e i
contrasti erano tali che dovette rinunciare: le conoscenze e le
reti utilizzate per il contrabbando furono riconvertite, intorno
al 1977-78, al traffico di stupefacenti.
LE VIE DELLA DROGA
Giovanni
Falcone, confermando anni dopo le analisi di Dalla Chiesa
sull’importanza del contrabbando, sia per la costituzione di reti
riutilizzate nel successivo traffico di stupefacenti, sia per gli
ingenti proventi, ricavati dal primo, che le famiglie di Cosa
Nostra reinvestiranno nel secondo, svilupperà l’analisi, mostrando
come questi traffici portino a delle novità nella struttura
dell’organizzazione, con la fine della rigida compartimentazione
in famiglie. Una delle conseguenze sarà la maggior difficoltà di
governo dell’organizzazione, non solo per la rottura del monopolio
territoriale delle singole cosche, ma per il minor controllo
esercitato da ogni capo sui suoi uomini. Spesso i corleonesi
riusciranno a portare dalla loro parte membri delle famiglie
avversarie proprio associandoli a qualche lucroso affare nel
settore.
LA STRUTTURA DI COSA NOSTRA
Cosa Nostra
ha una struttura diffusa sul territorio, con una ripartizione
rigida delle competenze territoriali delle famiglie, ed una serie
di norme ben precise che ne regolamentano il funzionamento. Si
tenga presente che Cosa Nostra non esaurisce l’universo mafioso,
esistendo famiglie mafiose che non ne fanno parte: ad esempio,
nell’agrigentino abbiamo una mafia esterna alla struttura
centralizzata di Cosa Nostra, anche se ad essa collegata da
relazioni personali fra i vari capifamiglia; ed alcuni gruppi
mafiosi catanesi non fanno parte di Cosa Nostra.
Tuttavia
quello di Cosa Nostra è un marchio di qualità: nell’industria
della protezione, appartenere ad una famiglia che fa riferimento a
Cosa Nostra autorizza a presentarsi come concessionari ufficiali
di un’organizzazione sperimentata e conosciuta, il che non toglie
che altre organizzazioni possano occupare spazi in quell’industria.
Ciò spiega l’ammissione, formalizzata da un giuramento, ed un
complesso sistema di norme che possono sembrare arcaiche, ma che
hanno un’importante funzione nel garantire efficacia e compattezza
all’organizzazione. Ricorda Giovanni Falcone che l’interpretazione
dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi costituisce una
delle attività principali dell’uomo d’onore. Tutto è messaggio,
tutto è carico di significato nel mondo di Cosa Nostra, non
esistono particolari trascurabili.
COME SI SCEGLIE UN MAFIOSO
Un mafioso
viene scelto con cura, o per le sue doti personali, o perché è
imparentato con qualche uomo d’onore, ed è perciò in qualche
misura un predestinato. Intorno agli uomini d’onore gira sempre
una corte di persone disposte ad entrare in Cosa Nostra, che sanno
perfettamente cosa viene loro richiesto. Entrare in Cosa Nostra
rappresenta un grosso avanzamento nella scala sociale, almeno agli
occhi di quella parte di società dove la violenza non è
stigmatizzata, ma è considerata un patrimonio da custodire
gelosamente e far fruttare alle condizione più vantaggiose.
Inoltre la mafia è una società democratica, dove si vota, si ha
diritto a conoscere gli affari degli altri (ma non bisogna
comunque mostrare curiosità per cose che non riguardano
direttamente), si possono nominare e deporre i capi (le cariche
non durano una vita), ed anche fare strepitose carriere. O si può
diventare addirittura informatori del SISDE, al quale Leonardo
Messina ha dichiarato di collaborare, fornendo ipotetiche
informazioni su una commissione mondiale di Cosa Nostra e su
terroristi di destra, dei NAR, conosciuti in carcere o al
soggiorno obbligato.
IL GIUDICE FALCONE ERA LA CONTINUITA’
Mutolo spiega
che la strategia di Cosa Nostra era quella do condizionare
l’operato dei giudici e dei poliziotti, trattando con essi da pari
a pari; quando qualcuno non accettava i limiti di ragionevolezza
imposti dall’organizzazione, veniva eliminato. Così egli afferma
che Falcone era il bersaglio più naturale per i mafiosi, per il
ruolo da lui ricoperto fin dalle sue prime inchieste nella lotta
alla mafia.
La testimonianza di Mutolo lascia intravedere scenari allucinanti:
Egli parla come di una cosa normale che i giudici ed i poliziotti
venissero avvicinati, lasciando capire che la mancanza di zelo che
caratterizzava l’attività giudiziaria ed investigativa era in
misura diretta imposta dalla mafia. In altre parole, chi doveva
colpire la mafia evitava di fare il suo dovere, se non altro per
il timore, fondato, per la propria incolumità, lasciando così
isolati e sovraesposti coloro che non accettavano una simile
imposizione. Insomma, nella normalità palermitana la giustizia
veniva esercitata con la tutela, accettata dai più sembra, di Cosa
Nostra. La quale era in grado di operare anche preventivamente per
evitare che persone ritenute pericolose potessero ledere i propri
interessi, come nel caso di La Torre, ucciso per la sua insistenza
nel proporre disposizione di legge per le indagini sui patrimoni
mafiosi, o di Terranova, eliminato prima ancora di occupare la
persona di consigliere istruttore per la quale aveva fatto
domanda. Bruno Contrada, il funzionario di polizia e del SISDE
accusato da Mutolo di essere colluso con i mafiosi, è stato
arrestato il 24 dicembre 1992 ed è attualmente sotto processo a
Palermo con l’accusa di concorso in associazione mafiosa.
a cura di Marco Manfrinati, 5^ E 2001
copyright by
Ernesto Riva
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