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Introduzione
La figura di Locke, con la sua difesa dell’empirismo, rappresenta
l’altra grande alternativa dei pensiero seicentesco : da una parte il
razionalismo di Descartes (che intendeva la ragione come una tecnica che
procede in modo autonomo e geometricamente, cioè utilizzando solo le
idee chiare e distinte in un ordine rigoroso), e dall’altra, appunto, la
filosofia di Locke e dei pensatori a lui successivi quali Hume e
Berkeley. Eppure l’empirismo non voleva negare l’importanza della
ragione. Esso sostiene invece che la ragione ha dei poteri, i quali sono
però limitati dall’esperienza, intesa, quest’ultima, come la fonte e
l’origine del processo conoscitivo, ed anche come il criterio di verità
o lo strumento di certificazione delle tesi proposte dall’intelletto,
che risultano valide solo se suscettibili di un controllo empirico.
La teoria della conoscenza
Il capolavoro di Locke, il Saggio sull’intelletto umano
(1690), è un esame approfondito delle possibilità conoscitive dell’uomo,
ribadendo che la gnoseologia (=teoria della conoscenza) è la parte più
importante della filosofia, come è ormai chiaro da Descartes in poi.
L’opera si apre con una critica dell’innatismo, cioè contro la
concezione che esistano nella nostra mente principi o idee presenti in
noi fin dalla nascita. La polemica di locke era diretta, in particolare,
contro il pensiero di alcuni filosofi inglesi (i “neoplatonici di
Cambridge”), i quali sostenevano che l’innatismo, ad es. dell’idea di
Dio, fosse in grado di fondare una concezione religiosa comune a tutti
gli uomini e con ciò lontana tanto dalle sottigliezze teologiche quanto
dalle intolleranze settarie. Anche Locke condivideva quegli obiettivi di
fondo, tuttavia lo stesso fine veniva da lui perseguito con una
strategia opposta, per la quale cioè solo una concezione empiristica
della conoscenza era in grado di porre un limite alle ingiustificate
pretese intellettuali del dogmatismo settario.
L’argomentazione di Locke contro l’innatismo si articola in due momenti.
Il primo consiste nel mostrare che non vi sono principi speculativi
innati, cioè che non ci sono conoscenze possedute di necessità da tutti
gli uomini : infatti i bambini e gli idioti non le hanno. Le cosiddette
massime universali non nascono, per Locke, con l’uomo e nemmeno con la
ragione ma sono al termine e non al principio della conoscenza. Nemmeno
proposizioni innegabili come quelle della matematica e della geometria
sono innate perché altrimenti, dice Locke, saremmo costretti ad
ammettere un’infinità di principi innati, come ad es. tutte le
proposizioni del tipo “il bianco non è nero”, oppure “l’amaro non è il
dolce” ecc., il che è assurdo. Il secondo momento consiste nel mostrare
che non vi sono neppure principi pratici innati, cioè che non esistono
norme capaci di determinare il nostro comportamento che siano impresse
naturalmente nell’animo umano e quindi da questo necessariamente
possedute (duecento anni prima di Freud). Se possono esistere tendenze e
inclinazioni, non si può certi dure che esistano però dei principi
pratici innati.
Per Locke dunque nessuna conoscenza è innata perché la nostra mente è
come una tabula rasa e le idee derivano tutte dall’esperienza, che
comprende sia le sensazioni che la riflessione. Il fondamento della
nostra conoscenza è dato dalle idee semplici, quali ad es. l’impressione
visiva di un colore o la sensazione tattile che proviamo toccando un
corpo. Già qui si mostra un limite della nostra conoscenza : essa è
condizionata dalla costituzione dei nostri organi di senso e dal modo in
cui essi entrano in relazione col mondo. Su questa base è naturale che
si presenti anche in Locke la distinzione, caratteristica del pensiero
moderno (si pensi a Galilei e a Descartes) tra le qualità secondarie
(odori, sapori, colori ecc.) e le qualità primarie (estensione, figura,
moto).
Quando lo spirito si limita a percepire le idee semplici è passivo, ma
quando le ripete, le confronta ecc. allora è attivo e capace di produrre
nuove idee, le idee complesse, che sono divise da Locke nei tre tipi di
modi, sostanze e relazioni.
Le idee di spazio, tempio e infinità sono esempi di modi e sono
ricondotte da Locke ad una base empirica : ad es. l’idea di tempo
deriverebbe dalla riflessione sull’avvicendarsi delle idee nel nostro
spirito.
Per quanto riguarda invece la sostanza, Locke non intende negarne
l’esistenza ma solo sostenere che noi non la possiamo conoscere.
Infatti, all’interno della sua posizione empiristica, è chiaro che ci è
preclusa la conoscenza di qualsiasi realtà che stia dietro o sotto il
mondo dei dati sensibili. Per Locke è la limitatezza umana ad impedirci
di cogliere la vera natura della realtà, e dobbiamo accontentarci di una
conoscenza sempre parziale. Tutto ciò che possiamo conoscere con
certezza è invece l’essenza nominale della sostanza, ossia quegli
aspetti ai quali l’unità viene conferita per mezzo di un’operazione
anche linguistica (per es. quella consistente nell’applicare uno stesso
nome ad un insieme di elementi), dunque in maniera soggettiva e
accidentale, nel senso che ciò accade sulla base di abitudini,
convenzioni, decisioni e sistemi di riferimento culturali.
L’atteggiamento corretto è dunque quello di chi si sforza per lo meno di
evitare gli abusi del linguaggio.
La conoscenza nella quale l’uomo può raggiungere un certo grado di
certezza è di tre tipi : la conoscenza intuitiva, dimostrativa e
sensibile. Solo il primo tipo di conoscenza , l’intuizione, è completa e
perfetta, in quanto si limita alla percezione di idee che sono nello
spirito (ad es. “il bianco non è nero”). La seconda forma di conoscenza,
ottenuta mediante il ragionamento, è certa, pur non possedendo una
chiarezza assoluta come quella intuitiva. La conoscenza sensibile,
infine, riguarda soltanto gli oggetti del mondo esterno attualmente
presenti ai nostri sensi.
Io conosco per intuizione il mio io. Infatti io penso, ragiono, dubito,
e con ciò intuisco la mia esistenza e non ne posso dubitare.
Io conosco per dimostrazione l’esistenza di Dio. Locke prova l’esistenza
di Dio con la prova causale : il nulla non può produrre il nulla; se
qualcosa esiste è perché è stata prodotta da qualche altra cosa e, non
potendo risalire all’infinito, si deve ammettere un essere eterno che ha
prodotto ogni cosa.
Io conosco per sensazione l’esistenza delle cose esterne. Il fatto che
in questo momento riceviamo dall’esterno l’idea di qualcosa fuori di
noi, vuol dire che in questo momento esiste qualcosa fuori di noi che
produce in noi l’idea corrispondente. Non è ammissibile, dice Locke, che
le nostre facoltà ci ingannino a tal punto : la certezza che la
sensazione attuale ci dà dell’esistenza delle cose esterne, pur non
essendo assoluta, è sufficiente per tutti gli scopi umani.
L’ambito della conoscenza, come abbiamo visto, è assai limitato e
sovente anche insufficiente per le esigenze pratiche della vita. Per
questo, dice Locke, Dio ha dotato l’uomo di un’altra facoltà, il
giudizio, grazie al quale la nostra mente è in grado di accogliere la
verità o la falsità di una proposizione anche quando non ne possiede
un’evidenza piena. Con questo però si passa dal campo delle conoscenze a
quello delle probabilità, ed è qui che intervengono la credenza,
l’assenso, l’opinione, la fede, la verosimiglianza, la testimonianza.
Il problema religioso
In tale contesto, trova esplicita formulazione quello che è uno degli
obiettivi di fondo dell’opera di Locke : tracciare i confini fra i due
distinti ambiti della fede religiosa e della ragione naturale, evitando
sia il fanatismo e sia di sconfessare la Rivelazione. Locke ritiene che
non si sia né conflitto né incompatibilità tra ragione e fede. La
Rivelazione può intervenire legittimamente solo su quegli argomenti
circa i quali la ragione è in dubbio ma spetta ancor sempre alla ragione
il compito di giudicare se si tratta veramente di una Rivelazione ed
anche del significato delle parole mediante le quali essa è comunicata.
Nella Ragionevolezza del Cristianesimo (1695), Locke
afferma che il nucleo essenziale del Cristianesimo è il riconoscimento
di Cristo come Messia e della vera natura di Dio. Ciò costituisce la
base per una religione semplice, adatta a tutti, libera dai sofismi
teologici. Naturalmente la fede in Cristo implica anche l’obbedienza ai
suoi precetti, per quanto nessuno sia obbligato a conoscere tutti quei
precetti, che ciascuno deve invece cercare di apprendere edi comprendere
da sé nelle Scritture. La ragione è in qualche modo intrinseca al
Cristianesimo stesso, che è nato come sforzo di liberare l’uomo dalle
vecchie tradizioni; in altre parole, il Cristianesimo è stata una nuova
e più efficace promulgazione della legge morale e delle verità
fondamentali che reggono la vita umana.
La tolleranza
Il principio della tolleranza delle varie opinioni e in particolare
delle diverse fedi religiose ha trovato un’ampia trattazione nella
Lettera sulla tolleranza (1689). A fondamento del discorso vi
è la netta separazione tra lo Stato e la Chiesa, cioè la distinzione tra
le competenze dell’autorità civile e di quella religiosa, distinzione
che fu di enorme portata storica. Pertanto lo Stato può intervenire per
imporre leggi e sanzioni, ma non per imporre articoli di fede o dogmi o
forme di culto. Anche il rapporto tra le varie Chiese deve ispirarsi al
dovere della tolleranza. Nessuna di esse può infatti vantare alcun
diritto sulle altre, giacché “ogni chiesa è ortodossa per se stessa, ed
erronea o eretica per le altre”. Un conflitto potrebbe sorgere solo se
non si rispettano i limiti delle proprie competenze da una parte o
dall’altra. Questo è purtroppo quanto accade, secondo Locke, nel caso
dei cattolici, i quali, proprio per questo, vanno esclusi dal campo di
chi può beneficiare della tolleranza del sovrano. Infatti la
sottomissione dei cattolici al Papa è un vero e proprio passaggio ad un
sovrano straniero e questo non può essere tollerato, nella misura in
cui, del resto, sono essi – i cattolici – che si rifiutano, dice Locke,
di rispettare gli altri. Una seconda eccezione al principio della
tolleranza è costituita dall’ateismo, perché esso compromette i
presupposti di qualsiasi convivenza civile.
Il problema politico
Concludo con la concezione politica di Locke, espressa nei suoi
Due trattati sul governo (1690). Nel primo trattato sono
confutate le tesi di Robert Filmer, il quale, nel saggio Il Patriarca,
aveva difeso l’assolutismo monarchico basandosi sulla Bibbia : secondo
Filmer, come Adamo ebbe autorità sui suoi figli, così la ebbero tutti i
Patriarchi che gli successero e quindi anche i re delle varie nazioni.
Locke obietta : o il potere è di tutti, in quanto tutti siamo figli di
Adamo, oppure è di uno soltanto, in quanto uno solo è l’erede
primogenito; se poi ogni governo è ritenuto legittimo perché è paterno o
patriarcale, allora anche un eventuale usurpatore sarebbe giustificato.
Nel secondo trattato, Locke ritiene che, nello stato di natura, vi sia
la perfetta libertà ed uguaglianza di tutti gli uomini, il che elimina
alla radice ogni possibilità di una forma privilegiata di autorità e di
potere. Però tale stato di natura è precario e tende sovente a
degenerare in uno stato di guerra o di conflitto. pertanto gli uomini
devono accettare una parziale limitazione della propria libertà e devono
rinunciare al potere di farsi esecutori della legge di natura, in
particolare rinunciando al diritto di farsi giustizia da sé. E’ da
questa circostanza che nascono le società e gli Stati. Da un lato lo
Stato ha una natura convenzionale, nel senso che scaturisce da un
accordo o contratto sancito tra gli uomini, ma dall’altro esso si basa
anche su sentimenti sociali di benevolenza e di fiducia.
Dando vita ad uno Stato, gli individui rinunciano al potere di
provvedere alla propria conservazione secondo l’arbitrio soggettivo e al
potere di punire, affidando questi alla maggioranza della comunità. in
altri termini, da questa doppia rinuncia nascono i tre poteri classici
dello Stato, delineati per la prima volta chiaramente da Locke : il
potere legislativo, il potere esecutivo (che è nettamente distinto dal
primo e subordinato ad esso) e il potere federativo, che riguarda i
rapporti con gli altri Stati.
Va ricordato che queste tesi di Locke costituiscono un passo decisivo
per la nascita del liberalismo politico ed inoltre la distinzione dei
tre poteri statali è uno dei principi fondamentali delle istituzioni
politiche moderne.
NOTE BIOGRAFICHE
Locke nacque a Wrington (Bristol) nel 1632. Studiò filosofia e medicina
a Oxford. Dal 1667 divenne segretario personale del conte Ashley Cooper
e da allora la sua vita fu legata in gran parte alle alterne fortune del
suo protettore. Quando lord Ashley fu definitivamente esiliato per aver
cospirato contro il tentativo di restaurazione assolutistico-cattolica
di Carlo II, Locke si rifugiò in Olanda. Qui venne in contatto con
l’ambiente liberale di Guglielmo di Orange e, quando questi divenne re
d’Inghilterra, Locke poté tornare a Londra. Non soddisfatto del nuovo
governo, si ritirò a vita privata nel castello di Oates nell’Essex, dove
morì nel 1704. Altre opere da ricordare, oltre a quelle già citate, i
Pensieri sull’educazione, del 1693.
BIBLIOGRAFIA
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, ed. UTET o Laterza
J. Locke, Pensieri sull'educazione, La Nuova Italia
J. Locke, Scritti sulla tolleranza, UTET
J. Locke, Due trattati sul governo, UTET
M. Sina, Introduzione a Locke, "I filosofi", Laterza
C.A. Viano, John Locke. Dal razionalismo all'illuminismo, Einaudi
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