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L’ITALIA FASCISTA |
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Vi erano due strutture e due gerarchie parallele: lo Stato, che aveva conservato la struttura esterna della monarchia, e il Partito. Al di sopra c'era Mussolini, capo del governo e duce del fascismo. Ma nel fascismo italiano l'apparato statale ebbe, per scelta di Mussolini, preponderanza sulla macchina del partito (per dire la sua, usava i prefetti, più che il PNF). A controllare l'ordine pubblico era la polizia di stato; la Milizia era ausiliaria e "decorativa". Dalla fine degli anni ‘20 l'iscrizione al PNF diventò una pratica di massa. Vi erano le Organizzazioni giovanili: Fasci giovanili, i GUF (gruppi universitari fascisti), l'Opera nazionale Balilla (ONB). L'ONB, nata nel '26, inquadrava i giovani da 12 a 18 anni ("balilla" e Avanguardisti"); sotto i 12 anni erano invece i "figli della lupa". L’OSTACOLO MAGGIORE PER LA FASCISTIZZAZIONE della società fu però la Chiesa. L’Italia è un paese in cui il 99% della popolazione era cattolica, e dunque non era facile governare contro la Chiesa. Consapevole di ciò, Mussolini tentò una intesa col Vaticano. PATTI LATERANENSI: le trattative iniziarono nel '26 e si conclusero l'11 febbraio 1929 con la stipula dei Patti Lateranensi tra Mussolini e il cardinale Gasparri (che rappresentava Papa Pio XI). I Patti sono divisi in tre parti: 1) Trattato internazionale con cui era conclusa la "questione Romana". La S. Sede riconosceva lo Stato italiano e Roma e vedeva riconosciuta la sovranità dello Stato della Città del Vaticano (sulle targhe c’è scritto: SCV). 2) Convenzione finanziaria: L'Italia pagava al papa una indennità come risarcimento per la perdita dello Stato pontificio (2 miliardi). 3) Concordato: i sacerdoti erano esonorati dal servizio militare; il matrimonio religioso aveva effetti anche civili; l'insegnante della religione cattolica nella scuola pubblica; l'Azione Cattolica poteva svolgere le sue attività sotto il controllo delle parrocchie ecclesiastiche e al di fuori di ogni partito (da ciò si formò una classe dirigenti capace di prendere il posto di quella fascista nel dopo guerra). ELEZIONI PLEBISCITARIE (1^ volta con lista unica e indette, non a caso, poche settimane dopo il successo dei Patti) del Marzo 1929, ebbero il 98% di voti favorevoli . LA MONARCHIA? Nonostante il re fosse esautorato dal potere di Mussolini, rimase comunque la più alta autorità dello Stato. In caso di crisi le decisioni sarebbero tornate in mano al re, punto di riferimento per i militari e la borghesia conservatrice. DUNQUE : DUE MOTIVI DI DEBOLEZZA E DI DIFFERENZA RISPETTO AL NAZISMO: LA CHIESA E LA MONARCHIA. Anche durante il fascismo, l'Italia continuò a svilupparsi secondo le linee di tendenza dei paesi europei benché con un ritmo più lento. La popolazione aumentò (38 milioni nel ‘31, 44 milioni nel ‘39); si accentuò l'urbanizzazione (dal 13% al 18%), gli occupati nell'industria (dal23% al 26,5%) e nel terziario (dal 18% al 22%); mentre calò l'agricoltura (dal 58% al 51%). Nonostante questo l'Italia rimaneva un paese ancora arretrato rispetto la media europea: 1 auto ogni 10 abitanti (mentre era 1 su 20 in Inghilterra e Francia), una radio ogni 40 (1 a 6 in Inghilterra, 1 a 8 in Francia). IL FASCISMO SOSTENNE IL RITORNO ALLA CAMPAGNA (ruralizzazione), difese il ruolo della famiglia e lo sviluppo demografico (tassa sui celibi, premi per coppie più prolifiche). Ma anche ostacolò il lavoro femminile e l'emancipazione della donna. Volle la donna "angelo del focolare". Le donne erano inquadrate nei Fasci femminili (con Piccole italiane e Giovani italiane), dipendenti dall'Opera Nazionale Balilla. IL FASCISMO voleva trasformare il popolo in un tutto unico pronto a combattere per la grandezza dell'Italia. Ma non era facile, visto il ritardo economico e culturale del paese: non era facile far arrivare il messaggio fascista nei paesi sperduti dove non c'era radio, scuole, strade, e fu soprattutto la scarsezza delle risorse a disposizione della collettività. LA CARTA DEL LAVORO DEL 1927 non fu sufficiente a ripagare i lavoratori dalla perdita di ogni autonomia organizzativa e capacità contrattuale. I miglioramenti in campo previdenziale e in quello del tempo libero e delle attività ricreative (Opera Nazionale Dopolavoro) non bastarono a compensare il calo dei salari. Insomma il regime influenzò i comportamenti pubblici ma non riuscì a trasformare nel profondo la mentalità e le strutture sociali. SCUOLA: riforma Gentile del 1923: severità degli studi e sanciva il primato delle discipline umanistiche (élites dirigenti) su quelle tecniche; sorveglianza sugli insegnanti; controllo libri di testo e imposizione dal 1930 di "test unici" per le elementari; insegnamento della religione dalle scuole elementari, esame di Stato al termine di ogni ciclo di studi. La fascistizzazione degli insegnanti fu comunque superficiale e continuarono a svolgere il loro lavoro come sempre, senza concedere al fascismo nulla più che un'adesione generica. INVECE sui giornali e mass media il controllo del fascismo fu capillare. La stampa politica era soggetto a censura direttamente da Mussolini con il Ministero della Cultura Popolare (MIN.CUL.POP.) creato nel '37 a imitazione di quello nazista per la propaganda. Controllo sulla radio: l'ente di stato era EIAR (da cui la RAI) dal 1927. Anche il cinema con i suoi cinegiornali di attualità, prodotti dall'ISTITUTO LUCE e proiettati prima di ogni spettacolo ECONOMIA La terza via tentata dal fascismo (no capitalismo, no comunismo) fu il tentativo del CORPORATIVISMO. L’idea era quella della gestione diretta dell'economia da parte delle categorie produttive, organizzate in corporazioni distinte per settori di attività e comprendenti sia imprenditori che dipendenti. MA nel ‘34, quando furono create, il tutto si risolse in NUOVA BUROCRAZIA. Nei primi anni del fascismo (1922-25) si adottò una linea LIBERISTA E PRODUTTIVISTA però l’aumento dell'inflazione, il deficit con l’estero e il deterioramento del valore della lira (fino a 145 lire per 1 sterlina) fecero cambiare linea economica. Dal 1925 fu inaugurata la linea di PROTEZIONISMO, DEFLAZIONE, STABILIZZAZIONE MONETARIA, INTERVENTO STATALE SULL'ECONOMIA (ad es. aumento del dazio sui cereali, volto a favorire il settore cerealicolo, propaganda con BATTAGLIA DEL GRANO del 1925) per cercare di arrivare ad una autosufficienza nel settore, sia con l'aumento dello superficie coltivata, sia con l'impiego di tecniche avanzate. Negli anni '30 la produzione aumentò del 50% ma il prezzo da pagare fu il sacrificio di altri settori, come l'allevamento (riduzione pascoli) e delle colture specializzate (esportazione). Rivalutazione della lira: Mussolini fissò l'obiettivo a Quota Novanta (cioè 90 lire per una sterlina) nel 1926. L’obiettivo fu raggiunto limitando i crediti; minor costo importazioni; i prezzi interni diminuirono per la politica deflazionistica. Ma chi pagò? I dipendenti pubblici con taglio di stipendi; le industrie che lavoravano per l'esportazione, mentre favorì le grandi imprese e la concentrazione aziendale. La crisi del '29 colpì l'Italia anche se meno forte di altri paesi. Sviluppo lavori pubblici: bonifica Agro Pontino (a sud di Roma), creazione delle nuove città di SABAUDIA e di LITTORIA (che diventerà poi Latina). Intervento dello Stato nelle banche: creò nel '31 un istituto di credito pubblico (IMI, Istituto mobiliare italiano) col compito di sostituire le banche nel sostegno alle industrie in crisi; e nel 1933 l'IRI (Istituto ricostruzione industriale) che diventò azionista di maggioranza delle banche in crisi e ne rilevò le partecipazioni industriali, acquistando il controllo di alcune imprese come l'Ansaldo, l'Ilva e la Terni). Lo Stato diventò Stato imprenditore e i maggiori gruppi privati furono aiutati a rafforzarsi e a impadronirsi e accolsero con favore l'intervento statale. Se verso gli anni '30 l'Italia era uscita dalla fase più acuta della crisi, mancò però al regime la capacità di profittare dalla ripresa per mettere in moto un processo di sviluppo che si riflettesse sulla popolazione. Anzi dal 1935 Mussolini si lanciò nella politica delle imprese e spese militari che sottrasse le risorse ai consumi e agli investimenti produttivi e senza neppure quegli effetti positivi che il riarmo ebbe in Germania (grazie però alla ben più forte struttura industriale della Germania): ebbe insomma una economia di guerra fino alla scoppio della 2^ guerra mondiale. Nel fascismo fu sempre presente il nazionalismo. Ma a differenza della Germania, l'Italia fascista non aveva da rivendicare territori in modo da mobilitare l'opinione pubblica: era pur sempre stata una delle potenze vincitrici della 1^ guerra Mondiale. Inoltre l'ACCORDO DI STRESA (tra Italia, Francia, Gran Bretagna) del 1935 sembrava irreversibile: esso condannò il riarmo tedesco e volle l’indipendenza dell'Austria. Ma mentre si accordava contro il riarmo tedesco, Mussolini preparava l'aggressione all’ETIOPIA, unico grosso stato indipendente africano. Per quali motivi? Possiamo riassumerli così: sfogo alla vocazione imperialistica del fascismo vendicando la sconfitta di Adua nel 1896; mobilitazione popolare che facesse passare in 2° piano i problemi economico-sociali del paese. i governi francese e inglese erano disposti in parte ad assecondare l'Italia anche se non potevano accettare l'aggressione plateale ad uno stato indipendente, membro della Società delle Nazioni . LA GUERRA DI ETIOPIA Nell’ottobre 1935 l'Italia invade l'Etiopia. Inglesi e Francesi condannano e propongono sanzioni! (divieto di esportare in Italia merci necessarie all'industria di guerra). Le sanzioni però ebbero efficacia molto limitata (il blocco non era esteso alle materie prime; non riguardava USA e Germania), ma consentirono a Mussolini di montare una propaganda che presentava l'Italia vittima della congiura internazionale (impedivano il "posto al sole"): da qui le manifestazioni anti-inglesi, l'oro alla patria delle fedi nuziali ecc. GUERRA: gli etiopici resistettero sette mesi con il Negus HAILE ' SELASSIE' ma non vinsero contro gas asfissianti, aerei, mezzi corazzati italiani. Il 5 Maggio 1936 il maresciallo Badoglio entrò in Addis Abeba. 4 giorni dopo Mussolini offriva al re la corona di "Imperatore d'Etiopia" e dunque l'Italia era diventata un impero! Da un punto di vista economico, la conquista dell'Etiopia povera non fu positivo, ma sul piano politico il successo fu clamoroso. L'Italia si riavvicinò alla Germania con l'ASSE ROMA-BERLINO NELL'OTTOBRE 1936. Mussolini lo considerò un mezzo di pressione sulle potenze occidentali, uno strumento che, aumentando il peso dell'Italia, le consentisse un vantaggio in campo coloniale; il tutto in attesa che il paese fosse preparato ad affrontare una guerra in posizione di forza. Nel maggio 1939 il PATTO DI ACCIAIO tra Italia e Germania rendeva Mussolini schiavo della Germania. Nell'autunno 1938 furono promulgate le leggi razziali contro gli ebrei. In Italia non c'era mai stato un antisemitismo diffuso (a differenza della Germania, Russia, Francia) anche perché gli ebrei erano pochi e ben integrati nella società (a Roma la comunità ebraica è la più antica dell’Occidente). Le leggi suscitarono sdegno e contrasto sia col popolo che con la Chiesa. Solo i più giovani, educati fascisticamente, furono entusiasti, salvo poi a essere disillusi dall'entrata in guerra e dalla sconfitta del regime. E L'ANTIFASCISMO? Dall'estero e in Francia: PIETRO NENNI riunì nel 1930 i due partiti socialisti; con repubblicani e i liberal-democratici nel 1927 si federarono in un organismo unitario, la CONCENTRAZIONE ANTIFASCISTA. Vi fu anche il gruppo di Giustizia e Libertà (GL) fondato nel 1929 da Emilio Lussu e Carlo Rosselli (organismo di lotta cospirativa in Italia). IL PARTITO COMUNISTA aveva una rete clandestina; anche se era legato a Mosca (Palmiro Togliatti era anche un dirigente del COMINTERN; subentrò a Gramsci, arrestato nel 1926). Strinse nel 1934 un patto di unità nazionale con i socialisti. Rese possibile dopo il ‘43 il sorgere della Resistenza anche se svolse tra il '26 e il '43 un ruolo di ben poca influenza diretta sul paese.
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