| |
Impressioni ed idee
L’opera forse più nota di Hume è il Trattato sulla natura umana (Londra
1739), ma che inizialmente non ebbe alcun successo. Esso rappresenta in
filosofia una vera e propria svolta : Kant dirà che è stato Hume a
risvegliarlo dal suo “sonno dogmatico”. Il sottotitolo del Trattato
illustra bene le intenzioni di Hume : è “un tentativo di introdurre il
metodo sperimentale di ragionamento negli argomenti morali”. In altri
termini, Hume vuole fondare una scienza dell’uomo su basi sperimentali.
Tutti i contenuti della mente umana non sono altro se non percezioni e
si dividono in due classi, che Hume chiama impressioni ed idee. Le
impressioni sono tutte le sensazioni, passioni, emozioni nell’atto in
cui vediamo, sentiamo, amiamo, desideriamo ecc. Le immagini illanguidite
e sbiadite di quelle impressioni sono invece le idee o pensieri. Ogni
idea deriva per Hume dalle precedenti impressioni e non vi possono
essere idee di cui non si sia avuta in precedenza l’impressione. Hume
risolve così totalmente la realtà nel molteplice delle idee attuali e
non ammette nulla al di là di esse. Egli tronca quindi di colpo il
problema delle idee astratte e delle idee innate : noi non abbiamo idee
se non dopo aver avuto delle impressioni; sono solo queste ultime ad
essere originarie. Lo scetticismo sarà inevitabile, viste le premesse.
Critica alle idee astratte e il principio di associazione
In quanto alle idee astratte, Hume ritiene che esistano solo le idee
particolari, assunte come segni di altre idee particolari, ad esse
simili. Quando noi abbiamo scoperto una certa somiglianza tra idee che
per altri aspetti sono diverse (ad esempio tra le idee di diversi uomini
e di diversi triangoli), adoperiamo un unico nome (“uomo” o “triangolo”)
per indicarle. Si forma così in noi l’abitudine di considerare in
qualche modo unite tra loro le idee indicate da un unico nome; sicché il
nome stesso risveglierà in noi non una di quelle idee né tutte, bensì
l’abitudine che abbiamo di considerarle insieme e quindi l’una o l’altra
di essa a seconda dell’occasione. Ad es. la parola “uomo” risveglierà
l’abitudine di considerare insieme tutti gli uomini in quanto sono
simili tra loro, e ci metterà in grado di richiamare l’idea di questo o
di quell’uomo. C’è tra le idee una forza, espressa dal principio della
associazione, che le unisce : “Questo principio di unione … dobbiamo
considerarlo semplicemente come una dolce forza che comunemente si
impone; le proprietà che danno origine a questa associazione e fanno sì
che la mente venga trasportata da un’idea all’altra sono tre :
somiglianza, contiguità nel tempo e nello spazio, causa ed effetto”. Noi
passiamo facilmente da un’idea ad un’altra che le assomiglia (per es.
una foto ci fa venire in mente il personaggio che rappresenta); oppure
da un’idea ad un’altra, che abitualmente si è presentata a noi come
connessa alla prima, nello spazio e/o nel tempo (per es. l’idea della
levata dell’ancora mi suscita quella della partenza della nave); l’idea
di causa mi richiama quella di effetto e viceversa (ad es. quando penso
al fuoco sono portato a pensare al calore oppure al fumo).
La critica alla causalità
L’analisi della causalità è forse il maggiore contributo che Hume ha
dato alla filosofia, con la sua critica radicale di tale concetto.
Vediamo meglio.
Secondo Hume, la causa e l’effetto sono idee tra loro ben distinte, nel
senso che nessuna analisi dell’idea di causa, per quanto accurata, può
farci scoprire a priori l’effetto che ne deriva. In linea puramente
logica, dal fatto di aver visto oggi sorgere il Sole, non deriva
necessariamente che il Sole sorgerà ancora domani. E così pure se
osserviamo una palla che urta un’altra su un bigliardo, quest’ultima
comincerà a muoversi. Ora, che cosa ci fa pensare che, di necessità,
senza che possa accadere il contrario, la seconda palla si muoverà ? Non
può essere il puro ragionamento perché, ad un livello teorico, possiamo
sempre pensare una cosa ed il suo contrario. La nostra previsione ha per
Hume un presupposto : la credenza che il corso della natura si mantenga
costantemente uniforme e che il futuro sia sempre conforme al passato.
Questa credenza, tuttavia., in quanto concretamente suffragata solo da
eventi passati, è una pura ipotesi. Essa trae origine solo da una
abitudine o costume o consuetudine che ci porta a proiettare nel futuro
ciò che è stato sperimentato nel passato e a dare per certa la sua
ripetizione. L’idea di causalità perde così per Hume ogni valore
razionale, dimostrativo, oggettivo e ne acquista uno per così dire
emotivo, sentimentale, arazionale; ha solo un valore pratico e
utilitario, in quanto permette all’uomo di organizzare in modo più o
meno coerente, e quindi efficace, i nostri comportamenti.
Critica al concetto di cosa, di io, di libertà
Questa critica distruttiva, demolitrice e originale, non risparmia
neppure le cosiddette “cose”, gli oggetti che noi crediamo esistano
indipendentemente da noi, ed anche lo stesso “io”, che ci sembra così
evidente ed inattaccabile da ogni critica (ricordate Cartesio?).
Le cose, gli oggetti che ci sembrano reali non sono altro, per Hume, che
un fascio di impressioni e di idee. Quel fascio di impressioni che
chiamiamo “mela”, noi lo consideriamo sorretto da un principio di
coesione che garantisce la compattezza delle impressioni medesime e il
loro costante stare insieme. Ma questo principio non è una impressione
bensì un nostro di immaginare le cose, che crediamo esistere fuori di
noi. In altri termini, qualunque impressione è una percezione e, in
quanto tale, soggettiva. Dall’impressione non posso inferire l’esistenza
di un oggetto come causa dell’impressione medesima, perché il principio
di causalità non ha validità teoretica. La nostra “credenza”
nell’esistenza indipendente e continua degli oggetti è un frutto
dell’immaginazione, la quale, una volta in un certo ordine di idee,
prosegue spontaneamente in questo ordine. In particolare, poiché si
riscontra una certa uniformità e coerenza nelle nostre impressioni,
l’immaginazione tende a considerare tale uniformità e coerenza come
totale e completa, supponendo appunto l’esistenza dei corpi che ne
sarebbero la “causa”. Non solo : al lavoro dell’immaginazione si
aggiunge anche quello della memoria, che dà vivacità alle impressioni
spezzate e intermittenti, e questa “vivacità” aumenta la “credenza”
nell’esistenza degli oggetti esterni.
Analoghe critiche Hume rivolge contro la credenza nell’io, inteso come
una realtà sussistente e autocosciente, identica a se stessa e semplice.
Hume aveva sostenuto che ogni idea deriva dalla corrispondente
impressione; ma poiché dell’io non vi è nessuna precisa impressione, “di
conseguenza non esiste tale idea”. “Noi stessi” non siamo altro che
collezioni o fasci di impressioni e di idee : siamo una specie di
teatro, dice Hume, dove le impressioni passano e ripassano. Anche
l’esistenza dell’io, dunque, non è altro che oggetto di una credenza.
In ambito morale, Hume nega il libero arbitrio. La libertà è sempre
condizionata da una rete complessa di fattori empiricamente
determinabili. E anche la semplice spontaneità, vale a dire la non
coazione esterna, è comunque determinata, anche se da motivi interni
anziché esterni. Le motivazioni principali delle azioni umane non sono
di ordine razionale.
Critica alla politica
La “ragione” non guida la nostra volontà, e la presunta “razionalità”
dei nostri comportamenti si può misurare solo in rapporto alla utilità
dei loro effetti, alla loro efficacia rispetto a certi scopi, il
principale dei quali è il piacere.
L’uomo agisce spinto dall’egoismo, dal risentimento per le offese, dalla
passione sessuale. Di fronte ad esse c’è solo la simpatia che ci fa
percepire il piacere o, più astrattamente, il bene altrui come parti
integranti e indissolubili del nostro stesso piacere, del nostro stesso
bene. La simpatia è l’unica forza che ci consenta di uscire dal nostro
egoismo.
Le regole della giustizia debbono la loro origine all’utilità che hanno
per la società. E l’utilità sociale è a fondamento anche della massima
virtù politica, l’obbedienza. L’uomo non può rimanere indifferente al
benessere dei suoi simili, dunque considera bene ciò che promuove la
felicità dei suoi simili e male il contrario. Il benessere e la felicità
individuali, comunque, sono strettamente legati al benessere e alla
felicità collettivi. La morale, dice Hume, deve togliersi “l’abito del
lutto” con cui l’hanno rivestita, mentre il suo fine deve appunto essere
quello di rendere felici gli uomini nella loro vita.
In ambito politico, Hume critica la teoria del contrario originario ed
anche quella della obbedienza passiva. La prima teoria è smentita dal
fatto che l’egoismo dell’individuo non viene meno col passaggio dalla
stato selvaggio allo stato civile, in cui i diritti fondamentali siano
pur collettivamente riconosciuti e garantiti : anche in questa
condizione l’uomo tende comunque a prevaricare sugli altri. La seconda
teoria è smentita dalla storia stessa che rivela, insieme al gioco delle
passioni di parte, la forza d’azione delle masse, che pure appare, il
più delle volte, meramente distruttiva. Quasi tutti i governi sono stati
fondati o sulla usurpazione o sulla conquista o entrambe., senza alcuna
pretesa al consenso o alla volontaria soggezione da parte del popolo.
Critica alla religione
In ultimo, anche nella religione, le conclusioni di Hume sono
radicalmente scettiche. Riguardo alle prove dell’esistenza di Dio, per
esempio, Hume sostiene che l’esistenza è sempre “materia di fatto” non
di dimostrazione, e dunque esclude subito la prova ontologica. La prova
cosmologica viene poi criticata dicendo che, se sono date le cause
particolari, è assurdo chiedere la causa totale del loro insieme, poiché
questa è già data quando sono date le cause particolari. La prova
finalistica conclude per Hume solo ad una causa proporzionata al suo
effetto, e giacché il mondo è imperfetto, anche la divinità dovrebbe
essere imperfetta. Il che indica che una giustificazione teoretica della
religione è impossibile. Si può invece fare una storia naturale della
religione : l’uomo è portato ad attribuire a cause segrete e sconosciute
i beni di cui gode e i mali da cui è afflitto. La varietà delle vicende
lo fa pensare a cause diverse del mondo : il politeismo è all’origine di
ogni religione. A concepire poi la divinità come infinita e perfetta,
gli uomini sono condotti dal bisogno di adularla per tenersela buona.
“Il tutto – conclude Hume – è un indovinello, un enigma, un mistero
inesplicabile. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio sembrano i
soli risultati delle nostre più accurate indagini”.
NOTE BIOGRAFICHE
David Hume nacque ad Edimburgo (Scozia) da una famiglia della piccola
nobiltà terriera. Dopo aver trascorso i primi anni dell’adolescenza
nella residenza di campagna, fu mandato a Edimburgo per frequentarvi
prima il college e poi l’università (legge), ma non terminò gli studi.
Fallito il tentativo di inserirsi nel commercio, si trasferì per un po’
in Francia. Qui scrisse il Trattato sulla natura umana. Poiché
però l’opera non ottenne il successo sperato, Hume ne compilò un
Estratto in forma di una lunga recensione anonima. Nel frattempo
anche i suoi tentativi di ottenere una cattedra universitaria andarono
delusi a causa dell’opposizione dell’ambiente accademico scozzese,
avverso agli esiti scettici del suo pensiero. Hume quindi, pur
continuando a studiare e a scrivere, sbarcò il lunario facendo diversi
mestieri, i quali dapprima rimasero nell’ambito della promozione
culturale (fu conservatore della biblioteca di Edimburgo), poi si
incentrarono sempre più sull’attività politico-diplomatica. Ebbe così
modo di viaggiare e fu a Parigi dal 1763 al 1766 in veste di
ambasciatore. Ritornato in patria, rivestì ancora importanti incarichi
politici a Londra, ma dal 1769 si ritirò ad Edimburgo a vita privata e
ad attendere ai suoi amati studi. Quando seppe di avere un tumore
all’intestino, riordinò i suoi scritti, predisponendo la pubblicazione
postuma di alcuni di essi, e attese serenamente la morte, sopraggiunta
nell’agosto del 1776. Altre opere da ricordare : Ricerche
sull’intelletto umano (1748); Ricerche sui principi della morale
(1751); Saggi morali e politici(1741); Storia naturale della
religione (1757); Dialoghi sulla religione naturale (1779);
Storia d’Inghilterra (1754-61).
BIBLIOGRAFIA
A Santucci, Introduzione a Hume, “I filosofi”, laterza
Hume, Opere filosofiche, Laterza o UTET
copyright by Ernesto Riva
|
|