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G.W.F. HEGEL |
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Dal kantismo all'idealismo Sebbene l'idealismo nasca con Fichte e culmini con Hegel, è preparato da tutti quei pensatori che criticano i dualismi lasciati dal criticismo kantiano ed in particolare la distinzione tra fenomeno e noumeno. Il problema era: come può essere ammessa l'esistenza di una cosa in sé, ossia di una realtà non pensata e non pensabile, non rappresentata e non rappresentabile? La risposta l’avremo con Fichte. In Kant l'io era qualcosa di finito in quanto non crea la realtà ma si limita ad ordinarla secondo proprie forme a priori. Per questo sullo sfondo dell'attività dell'io, si staglia il concetto di cosa in sé, ossia di una x ignota che Kant aveva ammesso per spiegare la recettività del conoscere e la presenza di un dato di fronte all'io. I seguaci di Kant avevano messo in discussione la cosa in sé. L'idealismo sorge quando Fichte abolisce la cosa in sé, ossia la nozione di qualunque realtà estranea all'io, che in tale modo diventa una entità creatrice (=fonte di tutto ciò che esiste) ed infinita (priva di limiti esterni). Da ciò la tesi tipica dell'idealismo che tutto è spirito. Ma che cosa si intende per spirito? Fichte intende per spirito la realtà umana, considerata come attività conoscitive pratica e come libertà creatrice. Inoltre, non essendoci mai nella realtà il positivo senza il negativo, lo spirito, per essere tale, ha bisogno della natura, poiché un soggetto senza oggetto sarebbe una entità vuota e impossibile. Fichte ritiene che lo spirito è causa della natura giacché essa esiste solo per l'io e in funzione dell'io, essendo il materiale o la scena della sua attività, ossia il polo dialettico negativo del suo essere. Di conseguenza per Fichte, lo spirito crea la realtà nel senso che l'uomo rappresenta la ragion d'essere dell'universo; la natura esiste come momento dialettico necessario della vita dell'io. In altri termini, la chiave di spiegazione di ciò che esiste si trova nell'uomo stesso, ossia nello spirito. Ma se l'uomo è la ragione d'essere è lo scopo dell'universo, che sono gli attributi della divinità, vuol dire che egli coincide con l'assoluto e l'infinito, cioè con Dio stesso. L'idealismo tedesco conclude che l'uomo stesso è Dio. C'è comunque da osservare che già Kant, nella seconda edizione della Critica della ragion pura, identifica il fenomeno con l'oggetto della rappresentazione (e non con la rappresentazione stessa) e parla del noumeno come di un semplice concetto-limite, facendo intendere che il fenomeno è un oggetto reale, anche se appreso tramite il corredo mentale delle forme a priori, in virtù delle quali esso risulta appunto " fenomeno ". Il noumeno ci ricorda che l'oggetto ci è dato - e non creato - attraverso una rete di forme a priori. La cosa in sé è un " puro pensiero senza realtà ".
Caratteristiche del sistema hegeliano Il carattere peculiare della filosofia hegeliana fu quello di affermare la razionalità della storia. Mentre l’eredità del pensiero greco fu quella di cogliere la ragione nella natura, Hegel ha cercato di riconoscere la stessa razionalità anche nel campo della storia. La sua tesi fu che anche nella storia dell’uomo, anche nell’apparente guazzabuglio delle vicende umane, si manifesta una razionalità analoga a quella presente nella natura. La razionalità dell’essere non è quindi solo un tratto costitutivo dell’autocoscienza umana (l’uomo era definito dagli antichi “animale razionale”) ma è una caratteristica dell’essere stesso : perciò la ragione dell’uomo deve essere pensata come una parte di quella razionalità piuttosto che come una autocoscienza opposta al Tutto. La realtà è per Hegel movimento, divenire, processo, sviluppo. Non è staticità o astrazione ma un soggetto vivo, concreto, attuale, che si manifesta nel mondo sia naturale che storico. La realtà è lo SPIRITO INFINITO, detto anche ASSOLUTO ovvero IDEA ovvero RAGIONE. Per questo Hegel definisce la sua filosofia una forma di Idealismo in un duplice senso : da un lato perché la vera realtà è appunto l’Idea, cioè il Pensiero, lo Spirito, l’Assoluto, la Ragione; dall’altro perché afferma la idealità cioè la non realtà di ciò che noi chiamiamo “finito”: per Hegel infatti il finito non esiste di per sé (se no sarebbe l’Assoluto) ma solo in un contesto di relazioni o rapporti; in altre parole, se la realtà è un tutto unitario, quello che esiste ne è una parte o manifestazione : il finito esiste così solo nell’infinito e in virtù dell’infinito. La sua filosofia è stata definita come una sorta di monismo panteistico nel senso che Hegel vede nel mondo (il finito) la manifestazione dell’Assoluto (l’Infinito). E l’Assoluto è, si ricordi, un Soggetto spirituale in divenire, di cui tutto ciò che esiste è una tappa o momento di realizzazione. Se la realtà consiste in un processo di sviluppo infinito, allora solo alla fine, cioè con lo Spirito, giunge a conoscere e a rivelarsi per quello che è. “Il vero è l’intero” afferma Hegel nella Prefazione della Fenomenologia dello Spirito, proprio per indicare come l’Assoluto si conosca per ciò che veramente è solo al termine del processo di sviluppo. Soltanto quando tale processo è compiuto, infatti, si può comprendere appieno la razionalità che in esso si è dispiegata. Si badi: la verità – e la realtà – hanno un andamento circolare, poiché si parte da un soggetto per ritornare ad esso, dopo aver capito che l’oggetto, che sembrava essere contro o indipendente da esso, non è altro che una “espressione” del soggetto stesso (ecco l’idealismo, perché l’oggetto deriva dal soggetto, la materia deriva dallo spirito).
La dialettica Questo processo di sviluppo continuo è un processo dialettico. La dialettica ha per Hegel due significati per altro strettamente collegati : in un primo senso essa è il processo mediante il quale l’Assoluto si riconosce nella realtà che, in un primo momento, gli era apparsa come estranea od opposta, togliendo o conciliando appunto quella opposizione; in un secondo senso è il processo mediante il quale la realtà, superando le divisioni, si pacifica – come dice Hegel – nell’unità del Tutto. Si noti : le divisioni, i conflitti ecc. sono reali, ma sono aspetti della alienazione (=estraniazione, allontanamento, separazione) in cui la ragione viene a trovarsi di fronte a se stessa; ed appunto sono reali come “strumenti di passaggio”, forme di mediazione del processo attraverso il quale la Ragione si costituisce come unità, come – dice Hegel – Autocoscienza Assoluta. La dialettica si svolge in tre momenti chiamati tesi, antitesi, sintesi. La tesi è il primo momento, quello della semplice affermazione, più o meno astratta o intellettuale : si afferma qualcosa ma non si coglie ancora la ricchezza e la concretezza della cosa. L’antitesi è il secondo momento, quando, visto che ogni affermazione implica una negazione, si procede oltre il semplice principio di identità della tesi e si mettono in rapporto le varie determinazioni con le determinazioni opposte (ad es. l’uno richiama i molti, l’essere il nulla ecc.). Questo secondo momento è per Hegel importantissimo perché ci ricorda che ogni finito, cioè ogni parte della realtà, non può esistere da solo (altrimenti, come abbiamo già detto, sarebbe l’Assoluto) ma soltanto in un contesto di rapporti. Inoltre nessun rapporto può nascere e svilupparsi se non passando prima attraverso il dissidio, la contraddizione e la finale riconciliazione. Si badi : l’antitesi, che è il momento della negazione dialettica, non è affatto per Hegel puramente negativa. essa vuole soltanto negare il carattere in apparenza specifico ed esclusivo (Hegel dice la determinatezza) dell’oggetto, la sua fissità, la sua astrazione, la sua posizione intellettualistica che lo isola e fa dimenticare che ogni cosa è in relazione col resto. Però la negazione non basta : ecco perché c’è ancora il terzo momento, quello della sintesi. La sintesi è il momento conclusivo, speculativo e razionale, in cui si coglie finalmente l’unità e la concretezza delle determinazioni opposte ed il positivo che emerge dalla loro sintesi. La sintesi è così per Hegel Aufhebung, cioè superamento che toglie l’opposizione tra tesi e antitesi ma anche conservazione, nello stesso tempo, della verità di entrambe e della loro precedente opposizione. In altre parole, gli opposti non vengono eliminati ma considerati ad un livello superiore, nell’unità che risolve il loro carattere di opposizione. Ed è solo la Ragione(o Idea o Assoluto ecc.), nel momento che Hegel chiama speculativo o dialettico, che riesce a cogliere la concretezza del reale, l’interazione reciproca dei vari aspetti della realtà nella dinamicità del loro sviluppo, mentre l’intelletto, essendo la facoltà dell’analisi e della distinzione, riesce solo a pensare staticamente, astrattamente.
Realtà e razionalità Dobbiamo ora cercare di chiarire un’altra celebre espressione di Hegel, che si trova nella Prefazione dei Lineamenti della Filosofia del Diritto (del 1821) : “Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”. Il significato di tale espressione potrebbe essere frainteso se si confonde il reale con il semplicemente esistente. Hegel non vuole dire che tutto ciò che esiste deve necessariamente esistere bensì che tutto ciò che ha in sé una razionalità assoluta non può non esistere. Hegel si riferisce qui a quelle che lui chiama le “determinazioni universali dello Spirito Oggettivo” cioè le istituzioni, i costumi e soprattutto lo Stato. Ora, chi non vede che le istituzioni e gli Stati sono ben lungi dall’essere perfetti e razionali? Ma Hegel non vuole dir questo. E’ banale osservare che “le cose non vanno bene”, “lo Stato è ladro” e simili; ma chi può negare che la famiglia, la società, lo Stato siano istituzioni concrete e, ancor più necessarie, e quindi razionali? Ed è proprio questo che vuole dire Hegel. Egli ha voluto così affermare la necessaria identità fra Ragione e realtà. La Ragione non è pura astrazione, idealità, bensì governa il mondo e lo costituisce; la realtà non è che il dispiegarsi della Ragione che si manifesta in una serie di passaggi, i quali rappresentano, ognuno, il risultato di quelli precedenti e il presupposto di quelli seguenti. Così la realtà intera à da Hegel accettata e giustificata, visto che, dal punto di vista dello Spirito Assoluto, tutto ciò che è, è ,appunto, necessariamente quello che deve essere. Il compito della filosofia, per Hegel, non è quello di modificare o trasformare la realtà indicando un modello ed insegnando “come il mondo debba essere”, come hanno fatto tutte le filosofie precedenti ad Hegel (in particolare quella kantiana, per la quale permane il divario fra l’essere e il dover essere, tra quello che è o si può conoscere e quello che si dovrebbe fare o si può arrivare a conoscere), ma è quello di prendere atto della realtà così com’è, essa deve cioè “mantenersi in pace con la realtà” e deve solo elaborare in concetti il contenuto reale che le offre l’esperienza, dimostrandone l’intrinseca razionalità. La filosofia è paragonata da Hegel, secondo una celebre similitudine, alla nottola (la civetta, simbolo di saggezza) della dea Minerva, la quale inizia a volare al crepuscolo, cioè quando il giorno è finito, ovvero quando la realtà è già fatta, conclusa.
FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO (1807)
Si è già detto che per Hegel la verità si consegue solo con la conoscenza della totalità. Il processo di raggiungimento della verità può essere rappresentato in due modi, a seconda che si parta dal soggetto oppure dall’oggetto o, meglio, dal sistema delle istituzioni. Nel primo caso abbiamo la Fenomenologia dello Spirito, nel secondo la Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio. La Fenomenologia dello Spirito è definita da Hegel come la “storia romanzata della coscienza che attraverso contrasti, scissioni, quindi infelicità e dolore esce dalla sua individualità e raggiunge l’universalità, riconoscendosi come ragione che è realtà e realtà che è ragione”. Essa è vista da Hegel anche come una sorta di introduzione alla filosofia nel senso che introduce il singolo alla filosofia cioè tende a far sì che egli si riconosca e si risolva nello Spirito universale. Nella descrizione del processo che porta il soggetto verso la Verità, Hegel illustra due celebri figure che rappresentano questa “storia romanzata della coscienza” : quella della coscienza infelice e quella del servo e padrone. La coscienza è infelice quando non sa ancora di essere tutta la realtà, quindi si ritrova scissa in conflitti, da cui può uscire solo arrivando alla consapevolezza di essere tutto. La coscienza infelice è tipica della coscienza religiosa, quando assume la forma di una separazione radicale tra Dio e l’uomo. Nell’ebraismo per es. Dio è visto come inaccessibile, e così pure nel cristianesimo permane pur sempre la trascendenza divina, il distacco fra creatore e creatura, nonostante l’incarnazione di Dio in Cristo. Quando però la coscienza, nel suo sforzo di unirsi a Dio, si rende conto di essere, lei stessa, Dio, ovvero il Soggetto Assoluto o l’Universale, allora l’autocoscienza diventa dialetticamente Ragione, la quale assume in sé ogni realtà (“la Ragione – dice Hegel – è la certezza di essere ogni realtà”). In altri termini, il soggetto riconosce se stesso come Assoluto, ovvero l’individuo acquista la totale coscienza di sé come Spirito (per spirito Hegel intende anche l’individuo nei suoi rapporti con la comunità sociale di cui fa parte). Ora, l’uomo è autocoscienza solo se riesce a farsi riconoscere come tale da un’altra autocoscienza. In altre parole, il riconoscimento passa attraverso il conflitto fra le autocoscienze. Tale è il rapporto definito da Hegel come quello fra servo e padrone (o signore). Il signore o padrone, che sembra indipendente dal servo, nella misura in cui si limita a godere passivamente del lavoro altrui, finisce per rendersi dipendente dal servo; il servo, anche se pare all’inizio dipendente dal padrone, nella misura in cui padroneggia e trasforma le cose da cui il signore riceve il proprio sostentamento, finisce di rendersi indipendente dal padrone. Per cui le due figure sono in realtà dipendenti l’una dall’altra ed entrambe possono rendersi indipendenti l’una dall’altra. Così capita nel raggiungimento dell’indipendenza da parte della coscienza. A questo punto le vicende della fenomenologia dello spirito sono concluse.
L’ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE IN COMPENDIO (1817)
La differenza principale fra la Fenomenologia dello Spirito e l’Enciclopedia è (oltre a quanto già accennato sopra) la seguente : la prima riguarda figure ovvero situazioni storiche o spirituali o anche fantasticate che costituiscono una vicenda del processo attraverso il quale l’autocoscienza giunge a riconoscere se stessa; l’Enciclopedia riguarda concetti o categorie, viste come momenti necessari nella realizzazione della autocoscienza, ovvero, detto in altri termini, è una storia dell’autocoscienza nei suoi momenti immutabili, universali e necessari (quali sono ad es. l’essere, lo spirito, la natura, lo Stato, l’arte, la religione, la filosofia ecc.). L’Enciclopedia è divisa in tre parti : la tesi è rappresentata dalla Logica o scienza dell’Idea in sé; l’antitesi dalla Filosofia della Natura o scienza dell’Idea fuori di sé; la sintesi dalla Filosofia dello Spirito o scienza dell’Idea che ritorna a sé o in sé e per sé. Nella Logica l’Idea ovvero l’Assoluto è studiato a prescindere dalle sue realizzazioni concrete nella natura e nello spirito; per raggiungere la consapevolezza di sé, l’Assoluto deve allora negarsi, farsi altro da sé, oggettivarsi, cioè farsi natura(ed ecco la Filosofia della Natura); ma non basta : deve poi giungere allo spirito cioè alla libertà e alla consapevolezza (Filosofia dello Spirito). Noi studieremo solo parte della Filosofia dello Spirito. C’è da osservare, in primo luogo, che per Hegel logica e metafisica si identificano. Il che c’era da aspettarselo, viste tutte le premesse. Infatti per Hegel i concetti o categorie di cui si occupa la logica sono in realtà i “pensieri oggettivi”, quelli che esprimono la realtà nella sua essenza necessaria, nella sua verità assoluta. Il contenuto della logica è in pratica, per Hegel, Dio stesso, che è assoluta realtà. Lo studio del pensiero (com’è in genere la definizione della logica) è dunque per Hegel lo studio della stessa realtà, visto che la Ragione (ovvero Idea ovvero Assoluto) è la realtà !
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