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   Gianni Agnelli

a cura di Giorgio Villa, classe V^E, a.s. 2003-2004

  
 


Simbolo dell'industria e del capitalismo italiano, avvocato, presidente, senatore e gentiluomo: Giovanni Agnelli è stato un personaggio di spicco dell'Italia del '900. Malgrado il suo ruolo personale, nazionale ed internazionale, non amava molto parlare di sé, definendosi semplicemente "uomo d'affari": in realtà, lo stile, l'eleganza, la classe e le famose battute hanno affascinato milioni di italiani e lo hanno reso protagonista nel mondo.

Giovanni Agnelli nasce a Torino il 21 marzo 1921 dal padre Edoardo e dalla madre Virginia Bourbon del Monte: secondo di sette figli e primogenito maschio, trascorre la sua fanciullezza tra la casa torinese di corso Matteotti e la residenza di campagna dei nonni a Villar Perosa: cresciuto all'insegna del più rigoroso british style, riceve una rigida educazione dai genitori e dalla governante inglese Miss Parker. Agnelli stesso ricorda come non poteva giocare con i bambini i cui genitori non erano ricevuti in casa ("Don't forget, you are Agnelli" "non dimenticare che sei un Agnelli" gli ripeteva la governante) e i vestiti "alla marinara" (blu d'inverno, bianco e blu durante le mezze stagioni e bianco in estate) che ogni anno era puntualmente costretto ad indossare.
Egli frequenta il liceo classico Massimo d'Azeglio per poi laurearsi in giurisprudenza, senza però sostenere l'esame di abilitazione (è quindi sbagliato il soprannome comune di "Avvocato"): Gianni, come lo si chiamava in famiglia, dimostra di avere sin da ragazzo le doti del capo, inteso come punto di riferimento per le sorelle e i due fratelli più giovani ("è stato sempre naturale chiedere il suo parere per qualsiasi cosa" ricorda Susanna Agnelli).
Egli partecipa alla Guerra combattendo su più fronti, dall'Africa (dove rimane ferito al gomito in seguito ad un incidente causato dal suo attendente) alla Russia, ma sempre fiducioso dopo l'entrata dell'America che rappresentava per lui "la fine del conflitto, ma i miei commilitoni non avevano idea di cosa fossero gli Stati Uniti"; mentre gli alleati risalgono il centro Italia, Gianni decide con la sorella Susanna di raggiungere il sud a bordo di una Topolino e, anche se rimane vittima di un incidente, è in prima linea con la Quinta armata americana durante i giorni della liberazione.
Gianni Agnelli è sempre stato legato al nonno Giovanni da un sincero rapporto d'affetto e di grande rispetto e lo stesso nonno vedeva nel nipote il successore ideale per il suo impero; prima di morire, il vecchio senatore gli consiglia di "girare il mondo, divertirsi un poco, far conoscenze utili" lasciando temporaneamente la guida della società al professor Vittorio Valletta. Il giovane nipote ne segue il consiglio ed entra nel bel mondo, frequentando feste di alta borghesia nella Costa Azzurra e viaggiando anche in America. Bello, ricco, amante dello sport, dell'azzardo, della discesa precipitosa sugli sci, desiderato dalle donne, diventa presto protagonista delle cronache mondane degli anni cinquanta con Errol Flynn, Porfirio Rubirosa, l'Aga Khan e Ranieri di Monaco: egli è simbolo e icona di tutto ciò che si può sognare ("Mettigli un elmo in testa, mettilo a cavallo. Ha la faccia del re", diceva di lui Federico Fellini).

Vicepresidente della FIAT dal 1946, nel novembre del 1953 si sposa con Marella Caracciolo di Castagneto e dal matrimonio nascono i due figli Edoardo e Margherita: l'anno della definitiva consacrazione di Agnelli è il 1966, quando subentra al neo senatore Valletta alla guida della FIAT, diventandone ufficialmente presidente. La sua figura inizia immediatamente a far discutere negli ambienti politici, economici ed industriali: invece che unirsi al coro della retorica nazionale sul "boom economico", sostiene che il paese deve prepararsi ad un vero "salto di qualità", investire nella ricerca (a cui gli Stati Uniti dedicano il 3 % del loro reddito nazionale, l'Italia neanche l'1%)  in automazione, in modernità e optare per la scelta del nucleare. A quarantasei anni, Agnelli sogna un Paese veramente industriale, una crescita economica che determini un'autentica trasformazione del modo di vita italiano, una classe politica ed un sistema bancario che si muovano in questa prospettiva, sperando che la futura classe dirigente sia pronta ad accettare tale sfida.
Dopo lo sviluppo dell'azienda negli anni sessanta (forte immigrazione dal Mezzogiorno e successi delle nuove Lambretta e Seicento), seguono alcuni anni difficili per l'azienda, dovuti principalmente a contestazioni e a lotte operaie, situazioni complicate, che Agnelli affronta in prima persona. Gli industriali, bisognosi di essere rappresentati nel modo più autorevole possibile, decidono di nominarlo Presidente della Confindustria dal 1974 al 1976, in un periodo in cui il quadro politico è molto delicato. Infatti, il compromesso storico tra Democrazia cristiana e Partito Comunista fatica a decollare e il Paese deve affrontare le due emergenze della crisi economica e del terrorismo. Quello tra governo, sindacati e Confindustria è un rapporto difficile e complicato, soprattutto per le scelte economiche che cambieranno il futuro del paese: nel suo discorso del 30 maggio 1974, l'Avvocato spiega come il suo mandato possa portare "impopolarità a 360°" e che richiede "la consapevolezza che l'industrializzazione ha inciso sugli italiani ben al di là di quanti uomini della politica e della cultura ritenessero".
 La crisi petrolifera, l'accentuarsi dello scontro sociale e il brusco cambiamento del quadro politico (elezioni vinte dalla Sinistra) costringono gli imprenditori ad adottare una posizione più moderata con la nuova classe politica e con i sindacati, da cui nascerà l'accordo tra Agnelli e Lama sul punto unico di contingenza. Tale intesa, imposta da uno stato di necessità, contribuirà a creare dopo qualche anno ancora problemi tanto che l'Avvocato non esiterà a riconoscerla come un errore.
Al rientro dalla presidenza di Confindustria pilota l'ingresso nella Società dei libici di Gheddafi e deve affrontare ,assieme ai suoi manager (tra cui Cesare Romiti), il terrorismo ed il grande scontro con il sindacato culminato nell'autunno dell'80 con la marcia dei quarantamila.
Le Brigate Rosse, l'incubo delle fabbriche negli anni Settanta, hanno colpito anche allo stabilimento di Mirafiori, scelto dai gruppi che predicano la lotta come luogo privilegiato di proselitismo e propaganda. Per anni si susseguono continui allarmi, incidenti che culminano con l'omicidio di Casalegno (dirigente de "La Stampa"), ma l'azienda trova un alleato prezioso nel Pci torinese che, nella persona del responsabile fabbriche (un giovane Piero Fassino) ha il coraggio di denunciare complicità e connivenze diffuse.
Alla fine del decennio l'azienda conosce un momento di crisi: la produttività cala spaventosamente e la FIAT annuncia 14 mila licenziamenti, aprendo, di fatto, il più duro scontro sindacale del dopoguerra. Forti contestazioni e scioperi durarono per 35 giorni, mentre ai cancelli degli stabilimenti di Mirafiori il segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer promette il sostegno del Pci in caso di occupazione delle fabbriche.
 Il braccio di ferro si conclude con la "marcia dei quarantamila" del 13 ottobre 1980, quando quarantamila dirigenti e impiegati della Fiat marciano nelle strade di Torino a sostegno dell'azienda che ha deciso i licenziamenti. La manifestazione è un successo insperato dagli stessi organizzatori ed il sindacato ne esce visibilmente sconfitto. Davanti alle telecamere del Tg1, l'Avvocato commenta la svolta dichiarando che la marcia "è stato un fatto importante, in quanto la gente che ha manifestato ha come unica gratificazione il successo dell'azienda. In questa conflittualità continua, in questo eccesso di rituali, di scioperi generali, loro vedono con preoccupazione il futuro dell'azienda, che per loro non è solo ragione di vita, ma di soddisfazione di vita". La FIAT ha così via libera e procede ad una ristrutturazione senza precedenti, indispensabile anche per altri colossi automobilistici come Gm, Ford e Chrysler, costretti a centinaia di migliaia di licenziamenti.
Agnelli, affiancato da Cesare Romiti, rilancia la Fiat in campo internazionale e, in pochi anni, la trasforma in una holding con ramificazioni nel campo dell'editoria e delle assicurazioni, occupandosi non più solo di auto, ma diventando un colosso globale. Manca un importante alleanza con la Ford e liquida il socio scomodo Gheddafi, ma nel 1987 la Fiat assorbe l'Alfa Romeo e l'anno seguente la Ferrari, facendo degli anni Ottanta un periodo d'oro: l'azienda va a gonfie vele e Gianni Agnelli è sempre più un personaggio nazionale.
Gli anni novanta, invece, si aprono con la crisi della prima Repubblica e di Tangentopoli, che arriva a toccare anche i vertici FIAT, colpiscono l'immagine del gruppo e lo inducono ad un processo di rigenerazione: tuttavia Agnelli rimane fiducioso ed è convinto che la sua azienda possa ancora trasformarsi per essere adeguata alla nuova fase della globalizzazione, presentandosi in diversi mercati ed attuando una forte diversificazione del suo business.
Dal 1991 l'Avvocato aggiunge al suo peso politico la carica di senatore a vita , che, malgrado la sua reticenza, finirà per proiettarlo ancora di più nella vita pubblica. La nomina senatoriale, avvenuta il 1° giugno 1991, non è l'unica occasione in cui Agnelli ha potuto fare politica: egli aveva ricevuto l'offerta da parte di Ugo La Malfa di candidarsi per i laici nel '75, oltre a quella di andare a Washington come ambasciatore nel '76 (per riequilibrare l'immagine di un'Italia "con forte tinteggiatura di rosso"), fino ad arrivare all'impegno europeista, costante che parte dall'ereditarietà culturale del nonno. Egli ha inoltre modo di poter anticipare con grande intuizione, due questioni importanti nel passaggio del secolo: sente il bisogno dell'unità europea, che nasce dai problemi legati all'immigrazione e alla questione dell'Islamismo, prevedendo di avere in futuro molti più problemi dall'Africa che dall'Europa dell'est, proprio legati all'Islamismo. Durante l'avvento della Seconda Repubblica, l'Avvocato è stato chiamato a un ruolo di primo piano: lui stesso, però, rifiuta l'invito del Capo di Stato Scalfaro di fondare una nuova forza politica basata sul modello FIAT, suggerendo al suo posto prima Berlusconi, poi Dini.
In quello stesso periodo la situazione finanziaria dell'Azienda necessita di un aumento di capitale per fronteggiare la crisi finanziaria: Agnelli chiede ed ottiene l'appoggio di Mediobanca, che organizza un maxi aumento di capitale FIAT, ma che vuole in cambio la rinuncia del dott. Umberto alla presidenza della società. L'Avvocato è costretto ad accettare tale condizione e nel 1996 indica come successore Giovanni Alberto, figlio di Umberto, erede ideale, amministratore delegato della Piaggio, brillante, di bella presenza, con anni di studio negli Usa che però muore tragicamente nel 1997 per un tumore al cervello.
Agnelli incomincia ad avvertire l'interruzione della continuità della famiglia da quando si è accorto che Edoardo, il suo discendente diretto, non è adeguato al ruolo di guida del gruppo: lo stesso Edoardo, il figlio "controcorrente" di Gianni Agnelli, che avrebbe voluto insegnare filosofia in un liceo, ma con il suo cognome ritagliarsi una vita "normale" era praticamente impossibile, è morto (probabilmente suicida) a 46 anni il 15 novembre 2000. Aveva mostrato i primi segni di cedimento già nel 1990, quando era stato arrestato e poi rilasciato in Kenya con l'accusa di detenzione di eroina; da allora aveva vissuto ai margini della famiglia, lontano dai clamori e della mondanità.
Nel 1996 Agnelli passa la mano a Cesare Romiti che rimane in carica fino al 1999: è poi la volta di Paolo Fresco presidente, avvocato che per molti anni è stato vice presidente della "General Electric", e del ventiduenne John Elkann (nipote di Gianni) consigliere d'amministrazione, ma rimane un periodo in cui è difficile fare ipotesi sul futuro della FIAT, in quanto Gianni Agnelli conserva ancora un potere enorme anche se ormai opera nell'ombra.
Gli ultimi anni di vita trascorrono con i nipoti che affollano villa Frescot, le sorelle, gli impegni di rappresentanza , i convegni internazionali e la partecipazione in prima persona per la città di Torino: egli si batte e ottiene con successo i Giochi Olimpici invernali del 2006 nella sua città (Evelina Christallin dichiarerà come "sia stato un punto di riferimento in questi anni per i Giochi Olimpici") ed offre ai suoi concittadini la sua ricca pinacoteca. L'apertura di questa segna sia l'ultima uscita pubblica dell'Avvocato, sia la separazione da alcuni dei suoi quadri più preziosi, che suggellano una delle sue grandi passioni , l'arte; ha voluto offrire questo museo poiché "mi sentivo in colpa verso Torino, la mia città che mi ha dato tanto"...
 

... OMISSIS... 

 

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