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Problematiche
introduttive
È ovvio che filosofi nati e vissuti in Italia ci siano sempre stati, dai
tempi della Magna Grecia in poi, per non citare che Pitagora, Empedocle
e altri. Ma un’altra questione è chiederci se ci sia o no una filosofia
italiana vera e propria e quali caratteristiche eventualmente abbia.
Orbene, che di una filosofia italiana sia lecito parlare lo hanno
ammesso quasi tutti gli storici; del resto se c'è un'arte, una lingua e
letteratura italiane non potrebbe esserci anche una filosofia? A questo
riguardo, il filosofo Giovanni Gentile, sosteneva però che “né la
filosofia, né la scienza, né l'arte, né la religione, hanno, a rigore,
aspetto nazionale”(cfr. Garin, Storia della filosofia italiana,
Torino, Einaudi 1966, p. 18). Ciò non esclude, continua Gentile, che
ogni problema filosofico sorga da un aspetto particolare del mondo e si
impianti su un particolare ritmo di coscienza e si svolga da un nostro
singolo stato d'animo. “Così, non soltanto nazionale, ma la filosofia è,
e deve essere, personale: vita dell'anima, che è sempre anima
individuale, piantata con radici profonde nel suolo della storia
determinata come storia di un uomo, e in quel- l’uomo di un popolo, e in
quel popolo d'una civiltà”. D'altra parte, Eugenio Garin afferma che il
“ senso vario della ricerca filosofica, il suo legarsi essenzialmente a
un tempo [indica che] le filosofie... hanno un preciso aggancio a
situazioni storiche definite, a condizioni e a limiti di fatto
determinati o determinabili. ...la realtà storica del filosofare
importerà sempre un riferimento a situazioni specifiche, entro
dimensioni spazio-temporali”. Insomma, da un lato sembra che ci possano
o debbano essere delle caratteristiche comuni ai filosofi di una
determinata nazione, dall’altro il filosofare di per sé non richiede una
precisa connotazione spazio-temporale o culturale ma è molto più ampio e
non è legato alla storia.
Tornando alla questione delle caratteristiche proprie della filosofia
italiana cominciamo col chiederci quando sarebbe nata una filosofia
italiana. E la risposta non può essere che la seguente: se si vuole
parlare di filosofia “italiana”, dobbiamo aspettare che l’Italia diventi
non dico una nazione autonoma vera e propria (altrimenti bisognerebbe
aspettare la metà dell’Ottocento) ma una terra in cui vi siano
sentimenti nazionali e questo è solo possibile a partire dal
Rinascimento, e cioè in pratica, se vogliamo fare qualche nome, da
Machiavelli in poi. Tutto quanto precede non sono – non sarebbero –
altro che i prodromi, i tentativi iniziali di una filosofia che si
voglia ritenere italiana.
Come sostiene Eugenio Garin, il pensiero “italiano” nascerebbe quindi
“col costruirsi cosciente di una cultura nazionale” e dunque non si
potrà cominciare un'esposizione della filosofia italiana se non dalle
origini più lontane della rinascita umanistica, considerando l'eredità
medievale “italiana” appunto come una introduzione. Nomi come Severino
Boezio, Anselmo d’Aosta, Pietro Lombardo, Tommaso d’Aquino, Bonaventura
da Bagnoregio sono i pensatori “italiani” medioevali che preludono ai
filosofi posteriori, “italiani”, dal Quattrocento in poi, quali Lorenzo
Valla, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Pietro Pomponazzi,
Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei,
e poi ancora Vico, Beccaria, Soave, Gioia, Romagnosi, Galluppi, Rosmini,
Gioberti, Vera, Spaventa, Ardigò eccetera eccetera per non citarne che
alcuni e per fermarci all’Ottocento. In questa prima parte del nostro
percorso traccerò un sintetico panorama delle idee di questi filosofi
fino alla fine Ottocento. Lascerò dunque da parte i pensatori medioevali
e comincerò con Valla. Eviterò anche di citare nuovamente citare i
pensatori italiani di cui ho già parlato nel corso del volume, come ad.
es. Campanella, Bruno, Galileo ecc.
LORENZO VALLA (Roma, 1407-1457) scrisse la sua più famosa opera
filosofica, il De voluptate, in forma dialogica. In essa
egli respinse la rigorosa etica stoica e sostenne che il piacere è alla
base della stessa moralità cristiana, visto che è fondata sulla somma
felicità ultraterrena. In seguito alle critiche ricevute, egli rielaborò
l’opera e la ripubblicò con un altro titolo, De vero falsoque bono,
in cui ribadisce però le sue tesi: il vero bene è la voluptas, che è la
beatitudine dopo la morte ed è il piacere sommo; la voluptas celeste che
l’anima godrà in cielo è la dimostrazione che la voluptas è il fine
della vita umana. Valla propone la rivalutazione della vita mondana
contro l’esaltazione tradizionale della vita ascetica per raggiungere il
sommo bene. La vera saggezza consiste nel riconoscere che il piacere è
il compenso e lo scopo dell’azione. L’uomo non deve mutilare se stesso
ma vivere interamente la propria vita seguendo il piacere. Vi è una
stretta relazione tra gioia e morale, la “carne” e lo “spirito”. Il vero
bene è adeguarsi alle esigenze della natura e la natura ricerca il
piacere e non il dolore.
Un’altra opera di Valla importante da citare è il De falso credita
et ementita Constantini donatione declamatio (Discorso sulla
falsa e menzognera donazione di Costantino) del 1506. In essa Valla
dimostra che il documento attribuito a Costantino e su cui si fonderebbe
il potere temporale dei papi è un falso medioevale. Egli dimostra tutto
ciò con una rigorosa indagine filologica e dunque non c’è nessuna presa
di posizione filosofica, anche se nella conclusione auspica una
religione più interiore, fondata sull’amore per il prossimo e non sulla
istituzione ecclesiastica.
MARSILIO FICINO

(1433-1499)
Studiò a Firenze e a Pisa. Entrato alla corte dei Medici, ebbe
l’incarico di tradurre le opere di Platone. Diede così inizio alla
Accademia platonica, un centro di studi sulla filosofia antica (egli
tradusse Platone, Plotino, Proclo e altri). Si ammalò gravemente e guarì
dopo aver fatto un voto alla Madonna. Da allora decise di dedicarsi
interamente alla riflessione sostenendo l’unità di filosofia e
religione. Le sue opere più importanti sono la Theologia platonica
(1482) e il commento al Convito platonico.
Ficino sostiene che religione e filosofia sono sempre state unite nei
tempi antichi e la loro separazione attuale ha fatto decadere entrambe.
Per rinnovarle dobbiamo rivolgerci al platonismo. Egli vuole rinnovare
il cristianesimo aiutandosi con la filosofia platonica. La teologia deve
avere come oggetto centrale l’uomo nel senso che, tramite l’uomo, tutto
il mondo è ricondotto a Dio. La realtà è divisa in cinque gradi: corpo,
qualità, anima umana, angelo, Dio. Come si vede, l’anima umana è al
centro della realtà mentre il corpo e Dio ne costituiscono i due
estremi; essa è la copula del mondo. Se essa è tale, è necessaria
all’ordine del mondo e quindi dev’essere immortale. Inoltre aspirando
costantemente all’infinito, mai sazia delle cose terrene, essa si
acquieta solo in Dio. Le caratteristiche dell’anima implicano anche la
sua libertà: l’uomo partecipa dei vari gradini della realtà e può
scegliere a quale appartenere, dunque è libero. L’anima svolge la sua
funzione mediatrice grazie all’amore. L’amore è presente sia in Dio che
nell’uomo. Da questo punto di vista, è l’essenza profonda delle cose. Il
mondo tende verso Dio e Dio ama a sua volta il mondo e l’uomo.
PICO DELLA MIRANDOLA

(1463-1494)
Interessato al
pensiero antico e ai filosofi ebrei, arabi e antichi, per conoscere
meglio i filosofi arabi e scolastici si recò a Parigi. Ritornato in
Italia, a Roma decise di bandire tra dotti una discussione pubblica
partendo da un suo scritto suddiviso in 900 tesi. Alcune di queste
furono però considerate eretiche dalla Chiesa ma Pico difese le proprie
idee in una celebre Apologia, comunque, per precauzione, se ne andò in
Francia. Più tardi tornò e si stabilì a Firenze. Morì ancora giovane,
sembra avvelenato dal suo segretario.
Nella orazione introduttiva alle 900 tesi, De hominis dignitate,
Pico afferma la superiorità dell’uomo su tutti gli altri esseri perché
Dio l’ha creato in modo da poter scegliere fra degenerare nelle cose
inferiori oppure rigenerarsi in Dio. La vera vita consiste nel ritorno
al principio. Ritornare al principio può voler dire sia tornare al
proprio principio, cioè ritornare a se stesso, sia soprattutto tornare
al principio di ogni cosa, a Dio. Per rigenerarsi in Dio l’unica via è
la teologia. La sapienza teologica porterà alla pace e all’amicizia
concorde tra gli uomini.
Pico vuole a questo punto dimostrare che tutte le tradizioni religiose e
filosofiche
(dalla cabbalà ebraica al pensiero greco, dal pensiero arabo ai teologi
scolastici, dalla magia alla scienza) sostengono in fondo la stessa
cosa, la quale consiste nella ricerca della pace e della felicità per
tutti gli uomini. In particolare la magia è una forma superiore di
filosofia e serve a penetrare nei misteri della natura mentre la cabbalà
serve per penetrare nei misteri di Dio. Da ricordare infine che,
nonostante il suo interesse per l’occultismo, Pico fu un critico della
astrologia intesa come scienza che pretenderebbe di conoscere il futuro
dell’uomo; al contrario egli sostiene la libertà dell’uomo, e critica
pertanto il determinismo astrologico.
PIETRO POMPONAZZI

(1462-1524)
Nato a Mantova, insegnò per molti anni a Padova e in seguito a Ferrara e
a Bologna. Morì suicida. La sua opera più famosa è il De
immortalitate animae (1516), mentre il De incantationibus
e il De fato,libero arbitrio et praedestinatione
sono stati pubblicati postumi.
Il mondo è ordinato in base a leggi immutabili e determinate. Non vi è
nulla di casuale o di miracolistico inteso nel senso di essere al di
fuori della natura. I miracoli valgono solo nell’ambito della fede
mentre la ragione dev’essere autonoma rispetto ad essa. I fatti strani o
inspiegabili possono essere tutti ricondotti a leggi naturali: essi sono
solamente fatti insoliti e rari che si possono spiegare comunque col
determinismo astrologico. Dio infatti non agisce direttamente nel mondo
sublunare: si serve di cause secondarie, i corpi celesti. Anzi, la
stessa storia degli uomini è governata dagli astri. Tutto ciò che accade
nel mondo sublunare è soggetto a generazione e corruzione: come passano
gli eventi naturali così passano le civiltà, gli uomini, le idee, le
religioni e naturalmente neppure il cristianesimo si sottrae a questa
legge naturale.
Riguardo all’opera sull’immortalità dell’anima, Pomponazzi sostiene che
l’anima non può vivere senza il corpo. Se la funzione sensitiva è
ovviamente dipendente dal corpo, anche la funzione intellettiva
dell’anima si esplica attraverso le immagini: e visto che le immagini
possono esserle date solo tramite il corpo, l’intelletto è comunque
legato al corpo e ne segue la sorte. Se l’anima potesse funzionare
indipendentemente dal corpo, avrebbe delle caratteristiche divine che
non spettano alla natura umana. A chi obiettasse che negare
l’immortalità dell’anima vorrebbe dire annullare la moralità (il bene
resterebbe senza premio), egli risponde che il vizio e la virtù hanno la
pena e il premio in loro stessi. La morale naturale umana ci fa
preferire la virtù invece del vizio proprio perché conduce alla vera
felicità.
CESARE
BECCARIA

(1738-1794)
Beccarla non fu propriamente in filosofo ma un giurista. Lo cito qui
perché la sua opera più famosa, Dei delitti e delle pene
(1764), subito tradotto in francese, fu forse il libro italiano a quei
tempi più conosciuto in tutta Europa e persino in America e fu oggetto
di commenti e dibattiti accesi a cominciare da Voltaire e Diderot.
L’opera fu pubblicata anonima a Livorno e contribuì grandemente alle
riforme penali. Egli infatti volle evidenziare gli abusi nella prassi
processuale e nella esecuzione delle pene proponendo alcuni cambiamenti.
In primo luogo auspica un codice penale più chiaro, valido per tutti e
basato sul rispetto della persona, con processi pubblici che escludano
il più possibile favoritismi e arbitri. È criticata la pratica della
tortura, della lunghezza dei processi e della cosiddetta “custodia
cautelare”. Le pene attribuite ai colpevoli devono essere adeguate alla
loro gravità. E a questo riguardo egli sostiene l’abolizione della pena
capitale e propone al suo posto i lavori forzati a vita.
ANTONIO SERBATI ROSMINI

(1797-1855)
Sacerdote e
fondatore di una congregazione religiosa denominata “Istituto della
carità”, durante la sua vita fu oggetto di numerose critiche da parte
della stessa Chiesa cattolica: oggi al contrario le sue idee vengono
rivalutate e considerate antesignane del Concilio. Tra i suoi scritti
ricordiamo: Nuovo saggio sull’origine delle idee (1830), Teosofia
(postuma); Delle cinque piaghe della Chiesa, ecc.
Partendo da un’analisi critica della storia della filosofia, Rosmini
sostiene l’oggettività della conoscenza e l’accordo tra la filosofia e
il cristianesimo. La verità è creduta dalla mente con una intuizione
immediata, “per sé evidente, senza segni, senza argomenti di mezzo”.
Tale intuizione immediata si riferisce all’idea dell’essere(non l’idea
di Dio, si badi): essa è un’idea innata, è il presupposto di ogni altra
idea e di ogni possibile giudizio. Essa è appunto messa in noi da Dio.
Grazie ad essa noi possiamo conoscere. La conoscenza consiste
nell’universalizzare un’idea particolare. A differenza di Cartesio,
Rosmini sostiene in primo luogo che l’idea che l’io ha di sé è certa
come la coscienza di qualsiasi altra idea, visto che, per affermare la
propria esistenza, l’io ha bisogno non solo della propria autocoscienza
ma anche dell’idea dell’essere che lo renda consapevole di essere un
essere (Rosmini lo chiama sentimento fondamentale). In secondo luogo
l’esistenza delle cose esterne a noi è altrettanto certa e non è
problematica come aveva sempre messo in dubbio Cartesio. Quando infatti
abbiamo una sensazione, la causa di essa non può che essere un oggetto
esterno a noi, che esista dunque indipendentemente da noi.
L’idea dell’essere è anche alla base della morale. Il principio della
morale è “segui nel tuo operare il lume della ragione”, intendendo però
per ragione sempre la stessa idea dell’essere. Essa infatti rivela
all’uomo il vero bene che è l’essere. Gli esseri che sono persone sono
da considerarsi come fini, mentre gli esseri che sono le cose sono da
considerarsi mezzi .
VINCENZO GIOBERTI

(1801-1852)
Sacerdote
torinese, fu insegnante e uomo politico (anche presidente del consiglio
dell’Italia appena nata). Morì a Parigi in seguito al fallimento della
politica neoguelfa. Le sue opere principali sono: Teorica del
soprannaturale (1837); Introduzione allo studio della
filosofia (1840), Del primato morale e civile degli
italiani (1842), che rimane la sua opera più nota; il
Gesuita moderno (1846-47), Protologia (1857,
postuma).
Gioberti critica (come già Rosmini) tutta la filosofia moderna che
accusa di psicologismo (= deduce l'ontologia dalla psicologia, ovvero lo
spirito umano è alla base di ogni conoscenza) e difende invece l’ontologismo.
L’atto originario della conoscenza umana è l’intuito, grazie al quale
l’uomo può cogliere la verità assoluta, cioè Dio stesso. La rivelazione
che Dio fa di se stesso può essere espressa con una formula ideale. La
prima parte di questa formula dice: “L’Ente è necessariamente”; la
seconda afferma: “L’Ente crea l’esistente”; l’ultima parte sostiene:
“L’esistente ritorna all’Ente”. Dio rivela se stesso immediatamente e si
rivela come creatore. L’uomo, che è libero, tende verso la perfezione o,
meglio, deve ritornare a Dio da cui proviene. Ha bisogno quindi di Dio
stesso e ciò implica l’esigenza del sovrannaturale. L’intuito infatti
rivela all’uomo le verità naturali non quelle soprannaturali, per le
quali occorre la parola rivelata. La filosofia e la teologia insieme
giungono alla conoscenza ideale. Soltanto il cattolicesimo le unifica e
quindi la verità e la scienza sono naturalmente cattoliche. La formula
ideale viene mantenuta anche negli scritti successivi anche se con
un’attenzione particolare alla filosofia hegeliana. Nella
Protologia, Gioberti parla di mimesi o imitazione, per cui il
mondo si allontana da Dio, e della successiva metessi o partecipazione,
per cui il mondo ritorna, tramite l’uomo, a Dio. Anzi Gioberti parla di
una vera e propria palingenesia, del ritorno finale e perfetto
dell’esistente all’Ente.
In ambito politico, Gioberti è autore del famoso Primato morale e
civile degli italiani. Egli parte dal presupposto che la
religione sia alla base della moralità e della civiltà. E visto che la
religione cattolica ha come suo centro Roma, la storia d’Italia è legata
a quella del cattolicesimo e della civiltà in generale. L’Italia ha come
missione quella di unificare il laico e il religioso e di far progredire
così l’intera civiltà umana. La sua proposta di unificazione dell’Italia
prevede quindi una federazione di stati sotto l’egida del papa e come
braccio secolare l’esercito dei Savoia.
ROBERTO ARDIGO’

(1828-1920)
Dapprima sacerdote, in seguito lasciò l’abito per le sue idee in
disaccordo con il cattolicesimo. Insegnò all’università di Padova. Morì
suicida nel 1920. tra le sue opere ricordiamo: Pietro Pomponazzi (1869,
in cui vede un antesignano del positivismo); La psicologia come
scienza positiva (1870); La formazione naturale nel fatto del
sistema solare (1877); La morale dei positivisti (1889) ecc.
La filosofia di Ardigò è un esempio di pensiero positivista. Ogni
conoscenza è senz’altro parziale ma ciò non vuol dire che la conoscenza
stessa sia relativa. In altri termini, non è detto che la conoscenza
umana sia alla fine destinata a scontrarsi con qualcosa del tutto
inconoscibile o assoluto o incondizionato (come sosteneva ad es.
Spencer, un positivista inglese) ma c’è solo l’ignoto, cioè tutto quanto
non è ancora stato conosciuto. L’evoluzione ovvero la formazione
naturale delle cose, sia nel sistema solare come nell’uomo, è costituita
dal passaggio dall’indistinto al distinto, passaggio che avviene
necessariamente e in senso progressivo anche se alla fine tutto
ritornerà nell’indistinto. L’ordine dell’universo è però dovuto ad una
serie di eventi causali, come causale è la nascita del pensiero umano.
In quanto alla morale, essa dipende dalla società in cui si vive. Il
senso del dovere, la coscienza e simili sono dovuti alla
interiorizzazione progressiva degli atti antisociali.
BIBLIOGRAFIA
Ho
ricavato le notizie sopra esposte soprattutto da
E. Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966
N.Abbagnano, Storia della filosofia, UTET, voll. 2° e 3°
copyright
by Ernesto Riva
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