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IL FEDERALISMO
a cura di Ilaria Tiozzo
5^E 2001
Definizione e premesse
Il termine federalismo deriva dall’aggettivo francese fédéral, ma
ha la sua radice etimologica nel vocabolo latino foedus (patto).
Esso designa una dottrina e tendenza politica volta a organizzare
lo Stato sulla base dei principi dell’autogoverno, dell’autonomia
e del più largo decentramento amministrativo, in contrapposizione
allo Stato unitario accentratore.
Lo Stato federale così formato è composto da una pluralità di
Stati membri, ognuno con ampia autonomia legislativa, fatta
eccezione per quelle materie di rilevanza internazionale (politica
estera, difesa...) di esclusiva competenza dello Stato federale la
cui legge, in caso di conflitto, prevale sulla legge dello Stato
membro. Si dice, con una bella immagine, che lo Stato federale
mantiene per sé la "spada", ovvero la difesa, lo "scudo", ovvero
la moneta, e la "toga", ovvero la giustizia, delegando ai singoli
Stati tutto il resto. In ciò sta appunto la differenza fra gli
Stati federali e le altre unioni interstatali più o meno strette e
durature – quali le unioni reali monarchiche o le confederazioni
di Stati – i cui membri mantengono sempre una loro individualità e
capacità giuridica internazionale e, di riflesso, all’interno
dell’unione una maggiore libertà d’azione. Generalmente in uno
Stato federale il potere legislativo federale viene esercitato da
un Parlamento bicamerale, variamente chiamato: una Camera bassa,
composta di rappresentanti del popolo; una Camera alta, composta
di rappresentanti dei singoli Stati membri.
Non si deve credere però, che la legislazione ordinaria, cioè le
leggi che "usiamo" tutti i giorni, siano sempre uguali tra gli
Stati federali. Non è affatto così, ci sono differenze importanti:
basti ricordare che in alcuni Stati degli USA la pena di morte è
stata abolita, mentre in altri è ancora in vigore.
Le origini
del federalismo
Il federalismo trae la sua origine da precedenti abbozzi di
pensiero confederalista: può definirsi protofederalista la
dottrina elaborata dal tedesco Althusius nella Politica
methodice digesta (1603), così come quella di Montesquieu
nello Spirito delle leggi (1748) e di Kant nel saggio
Sulla pace perpetua (1795). Cambiano in tali autori i valori
di riferimento "federali" alla base delle loro concezioni: nel
primo è il rispetto del principio di consociazione, posto a
fondamento della politica; nel secondo è la libertà intrinseca a
un modello costituzionale alternativo al dispotismo; nel terzo è
la pace perpetua, che solo una repubblica federale può
salvaguardare.
Il moderno federalismo, però, è nato di fatto soltanto con la
formazione degli U.S.A. e con il serrato dibattito ideologico a
essa collegato, intrecciato dai pubblicisti politici americani A.
Hamilton, J. Jay, J. Madison, che nel 1788 diedero mano alla
raccolta di saggi The Federalist, ossia il Commento alla
Costituzione degli Stati Uniti d’ America. Essi partirono da una
premessa: ad essi non bastò più il Parlamento come organo di
controllo unico del potere esecutivo e chiesero che lo Stato
assumesse una struttura federale in quanto, solo in tal modo, il
cittadino avrebbe goduto di sicure garanzie grazie alle quali la
politica non avrebbe potuto limitare la sua autonomia. Il pensiero
politico federalista nacque pertanto in polemica con la teorica
dello Stato sovrano, accentrato e assoluto e come diretta
filiazione delle correnti politiche liberali anglosassoni del XVII
secolo.
L’opera degli autori del Federalist fu davvero imponente per
ampiezza e coerenza e evitò la formazione di strapoteri volti a
snaturare le comunità di base e il governo federale. Il Presidente
ebbe, ad esempio, ampie prerogative cui vennero connessi
altrettanto cospicui controlli esercitati dal Parlamento. A quest’ultimo
poi furono affiancati l’autorità risolutiva dei governatori e
delle potenti amministrazioni locali, la completa autonomia dei
mezzi d’informazione e delle prerogative giudiziarie, le stesse
che, dopo oltre duecento anni, con opportune, naturali
modificazioni, consentono il mantenimento del saldo sistema
governativo e statale degli Stati Uniti.
Un particolare significato del federalismo emerge dalle vicende
della Rivoluzione francese, e soprattutto dal contrasto tra
girondini e giacobini: i primi reclamavano una struttura federale
della Francia, al posto del regime accentrato voluto dai
giacobini. In tal senso, il federalismo accentuava il suo
orientamento autonomista e cantonalista all’interno di uno stato
nazionale di tradizione fortemente unitaria. Tale tendenza fu
approfondita nell’800 da Proudhon in Francia, da Frantz in
Germania, e da Cattaneo in Italia.
Pur essendo Marx ed Engels contrari al federalismo, nel socialismo
marxista della Seconda Internazionale vi fu una fioritura
federalista con le opere di K. Renner e di O. Bauer per ciò che
concerneva l’articolazione dell’impero asburgico e la prospettiva
dell’unità europea.
Il federalismo e l’Europa
Nel compiere ricerche sulla nascita del programma federalista
europeo, è opportuno limitarsi a prendere in esame il periodo in
cui meglio si presenti con connotati ben delineati una coscienza
europea. Di coscienza europea intesa come grande comunità
spirituale da contrapporsi ai singoli Stati si può parlare fin dal
XVIII secolo. Però, sebbene gli illuministi abbiano in buona
sostanza sentito e, di conseguenza, abbiano cercato di
rappresentare una grande società degli spiriti, un tipo di ampia
"Repubblica europea dei letterati", soltanto alla fine del ‘700,
con la Rivoluzione francese, un sentimento definibile di comunità
continentale esplose e proruppe e perciò, solo in seguito, pure
l’azione politica fu talvolta tesa ad un fine sovranazionale e
unitario.
La vecchia Europa invece, seguendo una tradizione le cui radici si
collocano nel Medioevo, non conobbe unioni se non di Stati
affiancatisi fra loro per combatterne altri. L’unica fonte di
unione concepita dai regni del vecchio continente ebbe per fine
un’attività bellica apportatrice di rovina, di lutti, di
catastrofi economiche e sociali:
•Carlo Magno, ad esempio, non ha quasi nulla a che spartire con il
federalismo e l’unione del continente. Tuttavia, se durante l’età
antica e il Medioevo, "Europa" fu un termine che ebbe valenza
mitologica e geografica e per secoli interi parve quasi destinato
a sparire, fu proprio nell’età di mezzo che, quelli che un giorno
si sarebbero denominati "europei" cominciarono a intuire, anche se
in modo vago, frammentario e non programmato, che era possibile
unirsi, in vista del raggiungimento di comuni, significativi
obiettivi.
•Con le Crociate cominciò per la prima volta a prospettarsi una "pseudo
unione" europea, poiché i milites Christi costituirono un esercito
multilingue in cui si fusero e si confusero italiani, franchi,
tedeschi, inglesi e spagnoli, in una mescolanza di tradizioni e di
abitudini fra loro differenti, ma decisi a sottrarre i luoghi
santi alla conquista degli infedeli.
•Dopo la caduta di Costantinopoli e dell’Impero Bizantino, nel
1453, gli Occidentali sentirono, per la seconda volta, la
necessità di unirsi per sconfiggere la tracotanza dei turchi
decisi a conquistare le pianure balcaniche fino alle terre
austroungariche.
•Nel Trecento, furono elaborati i primi progetti di unione
politica fra le genti occidentali, ipotesi di assemblaggio di
popoli il cui comando, di volta in volta, spettò al papa o al re
di Francia (come propose Pierre Dubois, giurista e consigliere di
Filippo IV il Bello) oppure a un sistema alterno di sovrani come
avrebbe preferito Antonio Morin, uomo di fiducia e consigliere del
sovrano boemo Giorgio Podiebrady.
•La guerra dei Cento anni, conflitto dinastico, nazionale,
economico, che oppose la Francia all’Inghilterra tra il 1337 e il
1453, con lunghi periodi di tregua.
•I conflitti fra Carlo V e Francesco I
•Le campagne militari del XVII e XVIII secolo.
Con la Rivoluzione francese e la fine del ‘700, il discorso invece
cambiò.
Con il XIX secolo dunque, è possibile riscontrare nelle concezioni
politiche una meno labile tendenza orientata al superamento delle
realtà nazionali. E ciò è tanto più vero in quanto Napoleone
cercò, a suo modo, di modellare un’Europa contrapposta al
tradizionale sistema statale dell’età prerivoluzionaria.
In pieno ‘800 Napoleone concepì, pur se per breve momento,
l’Europa ideale in cui – come egli disse – si concentrassero i
popoli geograficamente smembrati dalla politica dei singoli Stati.
"Sparsi nel nostro continente" egli affermò "possono contarsi
oltre trenta milioni di francesi, quindici milioni di spagnoli,
quindici di italiani e trenta di tedeschi dei quali avrebbe potuto
farsi una sola nazione che, come una grande famiglia, potesse
unificarsi secondo l’esempio del Congresso americano o secondo
quello delle anfizionie greche".
Queste parole non devono essere considerate come un vero
intendimento politico sovranazionale, però sta di fatto che
Napoleone, diffondendo tali concetti, introdusse un idea nuova,
difficilmente annullabile e dimenticabile, una volta conclusa la
sua avventura sulla scena mondiale.
Nell’800 nascono due opposte concezioni:
•L’idea di Europa dei popoli, destinata a metter radici e a
germogliare lungo tutto il secolo, in cui trionfarono i concetti
di libertà e di nazionalità.
•L’Europa delle monarchie e delle nazionalità: l’evoluzione finale
del sogno napoleonico non fu federalista, ma suscitò per reazione
un’ondata di patriottismi nazionali.
Il secolo XIX iniziò, comunque, con una successione di avvenimenti
politici volti a scuotere il continente, a trasformarlo, sebbene
per breve periodo, in un sistema nuovo e apparentemente unitario
per riportare successivamente in vita un complesso di regni
tradizionali. Una siffatta, seppure effimera trasformazione non
rimase però priva di conseguenze: dopo il Congresso di Vienna,
infatti, le diplomazie nazionali fecero di tutto per avviare una
politica basata su quello che venne definito il "Concerto
europeo", sui princìpi dell’equilibrio e della legittimità.
In realtà comunque, fra il 1789 e il 1815, si risvegliò una coscienza
"unionista" anche politica, contraria ad ogni possibilità di vera
Restaurazione. Tale coscienza rese praticamente inattuabile il
ritorno completo alla situazione prerivoluzionaria, mentre indusse
i politici più attenti a muoversi verso tentativi di superamento
delle realtà nazionali, tentativi che però fallirono.
Nei decenni centrali dell’800 Francia e Austria assunsero una
posizione di preminenza, con cui, anche se limitatamente, si tentò
la prosecuzione del disegno unitario napoleonico. Queste due
nazioni incarnarono, anche se vagamente, un sentimento non
nazionalistico, una volontà di superare i confini per creare un
equilibrio rinnovato e moderno.
La Francia di Napoleone III propose un modello relativamente
europeo. Riprendendo il programma dello zio, Luigi Napoleone si
dichiarò infatti convinto della necessità di vitalizzare una
associazione europea la quale si basasse su una precedente
unificazione delle varie nazioni. Per lui, l’Europa associata
doveva contare sulla protezione della Francia, alla quale spettava
la "missione" di indurre alla "coesione" il continente di cui
faceva parte, trionfando sugli egoismi particolaristici. Napoleone
III, però, perseguì un sogno unionista, apportatore di felicità e
di benessere per tutti, ma finì con il presentare un’Europa in cui
le singole nazioni sarebbero state ancora una volta delimitate dai
loro tradizionali confini.
I disegni di Napoleone III si attuarono con un certo successo, più
che sul piano politico, in ambito economico: dal 1860 al 1870 la
Francia riuscì a comporre un’estesa organizzazione economica ed a
costruire qualcosa di simile ad una zona di libero scambio della
quale entrarono a far parte tutti gli stati europei, eccetto la
Russia.
In quegli stessi anni ci si avvicinò all’unificazione monetaria:
l’Unione monetaria latina, di cui, dal 1865, fecero parte la
Francia, il Belgio, la Svizzera, l’Italia, rappresentò il clou di
questo parziale processo di unificazione della finanza. Così si
concretò una bozza di unità economica che mostrò la tendenza a
riprendere la politica sovranazionale, nell’800 perseguita, anche
se vanamente, dal nostro continente e dai suoi popoli, i quali
cominciarono ad acquisire, anche sul piano politico oltre che su
quello ideologico, una coscienza in qualche modo federalista.
Anche l’AUSTRIA cercò nello stesso periodo di mettersi alla testa
dell’Occidente, ma l’Impero austriaco non ebbe la fortuna della
Francia, alla quale arrise il successo internazionale di Napoleone
I sul piano militare e politico, e di Napoleone III su quello
economico. Il dramma dell’Austria consisteva nel fatto che essa
fosse composta da una moltitudine confusa di popoli, diversi per
lingua, tradizioni storiche, costumanze: italiani, ungheresi,
serbi, croati, sloveni, cechi, boemi, loro malgrado uniti sotto
l’aquila asburgica con estrema riluttanza e costretti
all’obbedienza. L’Impero asburgico, quindi, non riuscì a costruire
uno Stato sovranazionale europeo, e l’impossibilità di essere un
vero Stato nazionale costituì il limite tragico dell’Austria-Ungheria,
destinata ad una lenta e inesorabile disgregazione e addirittura
alla scomparsa che, tutto sommato, lasciò l’Europa spiritualmente
più povera e politicamente più esposta a future dominazioni.
Accanto agli intenti di queste monarchie, scorgiamo nell’800 i
tentativi, anch’essi poco fortunati ma generosi, dei popoli e di
alcuni loro "vati" volti a dar vita ad organizzazioni con lo scopo
di superare i vecchi organismi, le tradizionali frontiere e di
trasformarli in un modello di progresso e di sviluppo politico,
economico e sociale.
Alcuni esempi sono:
la Giovine Europa mazziniana del 1834, che servì soprattutto a
costituire la base per il rifacimento della vecchia carta d’Europa
e per proporre la fondazione di una Federazione di Repubbliche, le
quali dovevano essere in numero di quattordici, per formare un
primo nucleo di unità continentale
Carlo Cattaneo e Vincenzo Gioberti anch’essi, pur diversamente,
furono protesi verso un’organizzazione politica a carattere
federale e popolare su ispirazione della Svizzera e degli Stati
Uniti
Fuori d’Italia – in Francia e in altre nazioni – troviamo analoghi
piani di Federazione europea, nel loro insieme simili.
A siffatti progetti di unificazione fecero allora seguito le
ribellioni dei popoli occidentali desiderosi di destabilizzare
l’Europa delle monarchie. La rivolta dei parigini, dei belgi in
Bruxelles, dei viennesi, dei milanesi, degli ungheresi in Budapest
segnarono perciò la spinta verso un rinnovamento sociale ma
soprattutto politico. Il 1848 rappresentò, quindi, una data
europea, perché indicò un comune sentire, nonché il momento
culminante della divergenza fra l’Europa dei popoli e l’Europa
delle monarchie. I popoli occidentali, infatti, l’uno dopo l’
altro con una contemporaneità sorprendente, si sollevarono,
accomunati da uno spirito democratico antinazionale e libertario:
questi moti possono forse essere idealmente rappresentati
dall’esperienza rivoluzionaria romana del 1849.
La Repubblica romana di Mazzini e di Garibaldi costituì una delle
tappe più importanti di azione politica europea dell’800 e dei
tempi successivi. A Roma, assediata e bombardata dalle artiglierie
dell’ esercito spagnolo, francese, austriaco, borbonico e
piemontese, accanto a Mazzini e a Garibaldi troviamo il fiore
della gioventù d’Europa: polacchi e francesi, ungheresi, inglesi e
americani, uniti agli italiani di ogni provincia cercarono
puntigliosamente di salvare quel lembo di terra la cui importanza
fu inversamente proporzionale alla sua delimitata ampiezza
territoriale.
Con l’anno 1849, l’immagine già grandiosa della città si arricchì
ancora, in quanto essa offrì un tentativo concreto, pur se
sfortunato, di costruire una democrazia popolare e sovranazionale,
secondo i princìpi cari a Giuseppe Mazzini, colui il quale maturò
la convinzione secondo cui fosse ormai necessario passare dallo
Stato nazionale a quello federale.
L’esperimento della Repubblica romana ebbe vita breve, ma tale fu
l’impeto rivoluzionario intimamente connesso al ‘48 che, per un
momento almeno, la vittoria sembrò venire incontro all’Europa dei
popoli…tuttavia, successivamente fu l’Europa delle monarchie ad
avere la rivincita.
Il peggio per il vecchio continente venne, però, quando alla
preminenza franco-austro-russa, si sostituì la potenza-prepotenza
di Bismarck, la cui piena affermazione segnò la rottura degli
equilibri sui quali, bene o male, si era retta l’Europa dalla fine
dell’Impero napoleonico al 1870, e il definitivo declino delle
soluzioni diplomatiche. I princìpi di equilibrio e di legittimità
avevano rappresentato, nel loro insieme, una politica timida, ma
avevano costituito pur sempre una porta aperta verso soluzioni
migliori per l’Europa. Difatti, l’Europa delle monarchie, almeno
nel corso del fatale 1848, sembrò disposta a cedere il passo
all’Europa dei popoli di Mazzini e di Kossuth; il successo
bismarckiano, invece, produsse il collasso delle concezioni citate
precedentemente, cui si sostituì una nuova realtà incarnata
dall’Europa delle monarchie, ovvero dal tramonto della concezione
comunitaria e sovranazionale del continente.
Dall’Europa delle monarchie al trionfo del nazionalismo il tratto
è breve; quest’ultimo infatti è destinato ad esasperare i
sentimenti di patria e a spostare l’accento dalla politica
continentale a quella delle singole nazioni, impedendo ogni
prospettiva non legata all’interesse particolare.
La pace e la relativa prosperità che dopo il 1870 e fino al 1914
il nostro continente ha conosciuto, non si basarono più
sull’armonia tra gli Stati, bensì trovarono la vera ragion
d’essere nella forza dei singoli governi l’un l’altro
contrapposti. Trionfò dunque l’Europa delle monarchie o dei
nazionalismi, ove le varie potenze si rafforzarono e si
fronteggiarono in attesa di distruggersi. Il risultato della
svolta nazionalista non tardò a rivelarsi con i due conflitti del
1914-1918 e del 1939-1945, i quali dominarono tristemente la
vicenda storica occidentale e mondiale della prima metà del ‘900.
Le due guerre principali del XX secolo nacquero, infatti, come
guerre essenzialmente fratricide fra combattenti europei; ma tale
fu la carica di violenza accumulata dai nazionalismi che questi
conflitti finirono per coinvolgere il mondo intero: interessando
dunque non solo il nostro continente, ma anche l’ Asia e l’
America.
...OMISSIS...
Bibliografia
Ludovico Gatto, Il federalismo, Newton Compton, Roma 1995
Mariangela Gasparetto, Dossier Attualità, Polis, Torino
1996
Alberto Sensini, Verso una nuova repubblica, Dizionario di
Educazione Civica, Armando Editore, Roma 1995
AA.VV., Grande Enciclopedia De Agostini, Novara 1999
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a cura di Ilaria Tiozzo, 5^ E 2001
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Ernesto Riva
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