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   ALCUNE ERESIE MEDIOEVALI

   a cura di Zara, 3^E

          

   

L’eresia nel cristianesimo era un’opinione religiosa contraria ad una verità rivelata da Dio e come tale accettata dalla Chiesa.

Ai nostri giorni questa parola viene pronunciata raramente ma nel Medioevo è stata oggetto di discriminazione per molte persone.

Nel Medioevo ci furono eresie puramente accademiche e colte, che non uscirono da cerchie ristrette di intellettuali  ma anche eresie che ebbero carattere di grandi movimenti di massa. Le più temibili per la Chiesa furono quelle che mettevano in discussione la gerarchia ecclesiastica.

Possiamo dividere i principali movimenti eretici in quattro gruppi:

1) Movimenti di riforma della Chiesa, come quello della  pataria milanese ( XI secolo), composto da laici che conducevano una campagna durissima contro i preti concubini e simoniaci. Inizialmente ben visto dai papi, il movimento moralizzatore portò la città a un tale livello di anarchia da attirare sulla sua testa  prima la scomunica del vescovo di Milano, poi l’anatema del pontefice. Un movimento di riforma radicale simile fu quello promosso a Roma nel XII secolo dal predicatore Arnaldo da Brescia, che finì sul rogo.

 

ARNALDO DA BRESCIA

 

 Dal pericolo che la presenza di un altro rigoroso predicatore, Arnaldo da Brescia, nel contatto con i divites et potentes  della diocesi di Costanza  alimentasse azioni e reazioni contro il clero, Bernardo di Clairvaux avvertì il vescovo locale agli inizi degli anni quaranta del XII secolo. Le allarmate previsioni del monaco cistercense dovevano avere una clamorosa conferma, poco tempo dopo, a Roma, dove Arnaldo si recò nel 1145 in pellegrinaggio. Ma prima di inoltrarci nell’analisi dell’episodio romano, seguiamo l’anteriore turbolenta vicenda di Arnaldo. Essa inizia in Brescia, dove il canonico regolare fu coinvolto in eventi non chiari: la decisione dei cittadini di impedire il ritorno del vescovo Manfredo  fu messa in relazione con i suoi messaggi di critica ai costumi del clero.

Trasferitosi in Francia, non rinunciò all’impegno riformatore e alla sensibilità verso le novità religiose e teologiche. Con l’alimento culturale acquisito nei vivacissimi ambienti francesi, grazie alla benevolenza di papa Eugenio III il canonico bresciano tornò in Italia ed entrò in Roma come penitente.

Quando all’avvicinarsi della Pasqua del 1155 Adriano IV lanciò l’interdetto sulla città- la quale perciò rischiava di non beneficiare delle ingenti entrate derivanti dai pellegrinaggi per quelle solenni celebrazioni liturgiche e di vedere sminuito il suo prestigio di centro della cristianità-,  secondo la richiesta papale la scelta fu di espellere Arnaldo (a fanatici suoi seguaci fu attribuita la responsabilità di un attentato contro un cardinale, causa occasionale dell’interdetto). Esule da Roma, egli entrò in un nuovo patteggiamento: questa volta tra pontefice e imperatore. Federico I lo fece consegnare ai cardinali inviati da Adriano IV. Arnaldo fu prima impiccato e poi bruciato: le sue ceneri disperse nelle acque del Tevere per evitare che intorno al suo corpo nascesse un culto popolare.

 

2) Correnti popolari di tipo profetico e millenaristico come quella, detta florense, che ebbe per protagonista il predicatore cistercense Gioacchino da Fiore (1145 – 1202), ammiratore della tradizione ascetica bizantina e araba, che predicava l’avvento di una nuova <<età dello Spirito Santo>> che avrebbe seguito quella del Padre (età dell’Antico Testamento), e quella del Figlio (età della Chiesa e della gerarchia del clero). Il suo messaggio, prima accettato, fu poi interpretato dalla Chiesa come la profezia di un’imminente distruzione della gerarchia ecclesiastica e perciò condannato dopo la sua morte.

 

3) Importanti furono i movimenti di povertà volontaria. Accettati fino a quando la scelta della povertà coinvolse monaci che si ritiravano dal mondo o eremiti che la portavano fino all’esaltazione mistica, vennero attaccati quando si trasformarono in movimenti radicali contro la gerarchia ecclesiastica. Tra questi  è da segnalare, per importanza e diffusione, alla fine del XII secolo, il movimento valdese.

 

4) Il catarismo, infine, fu l’eresia per antonomasia del Medioevo, quella che ebbe maggior seguito popolare. I testi ci parlano di coloro che la seguivano come dei catari o manichei o albigesi (dalla città di Albi, nella Francia meridionale) oppure anche di eretici senza alcun altro aggettivo. La fede dei catari si basava sull'’dea che esistesse una lotta continua tra due principi opposti, il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre: Dio è separato dal mondo; l’anima dal corpo; lo spirito dalla materia. La creazione della materia dunque non è un atto divino ma opera diabolica e il Dio Creatore dell’Antico Testamento è in realtà il Diavolo. E perciò la materia, il corpo umano, il creato sono da condannare. Cristo è invece uno spirito angelico venuto a combattere le tenebre.

Nell’uomo lo spirito (il Bene) è imprigionato nella materia (il Male) e ne va liberato, anche con il suicidio perseguito attraverso il digiuno rituale, riservato ai “perfetti” e detto endura. I catari rifiutavano i sacramenti, le scritture (eccetto i Padri della Chiesa), le istituzioni degli uomini (come la proprietà privata, la guerra, il potere).

I catari non volevano riformare la Chiesa cattolica in quanto la consideravano un’istituzione degenerata: avevano invece una loro Chiesa, con proprie gerarchie e sacerdoti. Come si vede il catarismo era, più ancora che un’eresia del cristianesimo, una religione diversa da esso, anche se i suoi adepti non ebbero mai il sospetto di aver abbandonato il cristianesimo.

 

   

Il movimento riformatore dell’XI secolo lasciava non solo istituzioni ecclesiastiche meglio definite e un papato avviato ad affermare una sua fisionomia possentemente monarchica, ma anche un impegno complessivo di rinnovamento difficile da frenare, o da subordinare immediatamente alla costruzione pontificia, dopo che le idee di riforma si erano ampiamente diffuse così in ambienti chiericali e monastici, come tra il laicato chiamato alla lotta contro il clero simoniaco e concubinario o, più generalmente, a sostegno della parte riformatrice.

Negli anni trenta del XII secolo l’equilibrato e riflessivo Pietro il Venerabile, abate del prestigioso monastero di Cluny, si poneva la questione dell’opportunità o meno del ricorso alla violenza nella lotta antiereticale: solo in caso di necessità ci si sarebbe dovuti appellare alla forza armata dei laici; ma, allo stesso tempo, l’abate ne coglieva i limiti in riferimento all’efficacia e, d’altro canto, all’Evangelo stesso. Alla carità cristiana competeva la conversione degli erranti – non la loro eliminazione fisica -, attraverso gli strumenti dell’auctoritas  e della ratio. Chi e che cosa avevano stimolato la riflessione dell’illustre monaco?

PIETRO DI BRUIS

Lo stimolo derivava dalla predicazione e dall’attività missionaria di Pietro di Bruis. Originario delle Hautes – Alpes, forse di un piccolo villaggio di un cantone di Rosanz, Pietro era stato chierico in cura d’anime, prima di dedicarsi alla diffusione di idee religiose semplici e radicali che suscitarono tanta preoccupazione nell’abate di Cluny. Questi compilò in forma epistolare un trattato (Contra Petrobrusianos hereticos) destinato ai prelati delle archidiocesi di Embrun e Arles e delle diocesi di Die e Gap. L’obiettivo era di fornire loro una strumentazione dottrinale per la comprensione del pericolo eterodosso costituito da Pietro di Bruis e dai suoi seguaci e, quindi, per poterlo combattere consapevolmente. Pietro il Venerabile, però, scriveva negli anni trenta del XII secolo, quando ormai da vent’anni tra le Alpi del Delfinato e della Provenza circolavano le idee eterodosse da eliminare finalmente, dopo che Pietro di Bruis aveva terminato i suoi giorni tra le fiamme del rogo nei pressi di Saint – Gilles, ai margini nord – occidentali del delta del Rodano. Quali erano i punti principali dell’universo religioso petrobrusiano? Pietro il Venerabile lo riassume in cinque capitoli, che sono altrettante negazioni: rifiuto del valore salvifico del battesimo degli infanti, superfluità degli edifici sacri, aborrimento delle croci, inefficacia della celebrazione eucaristica, inanità delle pratiche dei defunti.

Grazie a Pietro di Bruis e alle sue idee l’eresia ottenne ascolto e adesioni in mezzo a popolazioni di aree urbane e fu in grado di stimolare le scelte religiose di un altro famoso eretico, il cosiddetto monaco Enrico.

  

GLI UMILIATI

  

 Più o meno negli stessi anni in cui a Lione Valdesio viveva la sua crisi religiosa e maturava la decisione di farsi povero missionario del Cristo, al centro della pianura padana taluni fermenti evengelici stavano assumendo una fisionomia peculiare.

Il parallelismo con la vicenda dei poveri di Lione sembra perfetto: stesso desiderio di veder riconosciuto dal vertice della cattolicità il proprio impegno religioso, stesso apprezzamento papale per gli intenti evangelico – pauperistici, stesso rifiuto della richiesta di predicare.

Il parallelismo si prolunga nella decisione di Lucio III del 1184: nella decretale Ad abolendam gli umiliati sono accostati ai poveri di Lione nella condanna, colpiti gli uni a fianco degli altri da anatema e giudicati eretici. Tale condanna favorirà poi certi avvicinamenti tra loro e con altri eretici: nel 1203 in una casa del contado veronese vivevano in comune umiliati, poveri di Lione e catari.

 Ma è probabilmente un caso estremo: i caratteri iniziali e le successive evoluzioni dell’esperienza umiliata non si confondono nel mondo dell’eresia, né si pongono in radicale autonomia rispetto alle istituzioni ecclesiastiche. L’autonomia ci fu, ma nel pieno rispetto della tradizione cattolica e delle gerarchie di chiesa. Essi furono dichiarati eretici in modo affrettato, con tutta probabilità, poiché avevano persistito nell’ufficio non autorizzato della predicazione.

 Ci volle il pontificato di Innocenzo III per capire che la loro collocazione in area eterodossa non si giustificava affatto. Il provvedimento di Innocenzo III, benché in un certo senso aggiri l’ostacolo della predicazione laicale, aveva una precisa dirompente portata, se nella bolla egli si premura di vietare ai vescovi di frapporre ostacoli o impedimenti al libero esercizio dell’annuncio di carattere etico – religioso, poiché <<secondo l’Apostolo lo spirito non deve essere estinto>> ( I Tessal., 5,19). Insomma il papa prevedeva il perpetuarsi a livello locale di resistenze, che in effetti si ebbero. Gli umiliati, <<uomini santi e donne religiose>>, nonostante che fossero i soli a opporsi in Milano agli eretici, ancora a quindici anni dall’approvazione pontificia, da taluni erano ritenuti patarini: forse anche nel ricordo di una scelta ortodossa che, qualche anno prima, non era stata di tutti gli umiliati.
 

  Bibliografia

  G.M.Merlo, Eretici ed eresie medievali, Il Mulino

 

   a cura di Zara, 3^ E
 

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