ARNALDO DA BRESCIA
Dal pericolo che la presenza di un
altro rigoroso predicatore, Arnaldo da Brescia, nel contatto con i
divites et potentes della diocesi di Costanza alimentasse azioni
e reazioni contro il clero, Bernardo di Clairvaux avvertì il vescovo
locale agli inizi degli anni quaranta del XII secolo. Le allarmate
previsioni del monaco cistercense dovevano avere una clamorosa
conferma, poco tempo dopo, a Roma, dove Arnaldo si recò nel 1145 in
pellegrinaggio. Ma prima di inoltrarci nell’analisi dell’episodio
romano, seguiamo l’anteriore turbolenta vicenda di Arnaldo. Essa
inizia in Brescia, dove il canonico regolare fu coinvolto in eventi
non chiari: la decisione dei cittadini di impedire il ritorno del
vescovo Manfredo fu messa in relazione con i suoi messaggi di critica
ai costumi del clero.
Trasferitosi in Francia, non rinunciò
all’impegno riformatore e alla sensibilità verso le novità religiose e
teologiche. Con l’alimento culturale acquisito nei vivacissimi
ambienti francesi, grazie alla benevolenza di papa Eugenio III il
canonico bresciano tornò in Italia ed entrò in Roma come penitente.
Quando all’avvicinarsi della Pasqua del
1155 Adriano IV lanciò l’interdetto sulla città- la quale perciò
rischiava di non beneficiare delle ingenti entrate derivanti dai
pellegrinaggi per quelle solenni celebrazioni liturgiche e di vedere
sminuito il suo prestigio di centro della cristianità-, secondo la
richiesta papale la scelta fu di espellere Arnaldo (a fanatici suoi
seguaci fu attribuita la responsabilità di un attentato contro un
cardinale, causa occasionale dell’interdetto). Esule da Roma, egli
entrò in un nuovo patteggiamento: questa volta tra pontefice e
imperatore. Federico I lo fece consegnare ai cardinali inviati da
Adriano IV. Arnaldo fu prima impiccato e poi bruciato: le sue ceneri
disperse nelle acque del Tevere per evitare che intorno al suo corpo
nascesse un culto popolare.
2) Correnti popolari di tipo profetico
e millenaristico come quella,
detta florense, che ebbe per protagonista il predicatore
cistercense Gioacchino da Fiore (1145 – 1202), ammiratore della
tradizione ascetica bizantina e araba, che predicava l’avvento di una
nuova <<età dello Spirito Santo>> che avrebbe seguito quella del Padre
(età dell’Antico Testamento), e quella del Figlio (età della Chiesa e
della gerarchia del clero). Il suo messaggio, prima accettato, fu poi
interpretato dalla Chiesa come la profezia di un’imminente distruzione
della gerarchia ecclesiastica e perciò condannato dopo la sua morte.
3) Importanti furono i movimenti di povertà
volontaria. Accettati fino a quando la
scelta della povertà coinvolse monaci che si ritiravano dal mondo o
eremiti che la portavano fino all’esaltazione mistica, vennero
attaccati quando si trasformarono in movimenti radicali contro la
gerarchia ecclesiastica. Tra questi è da segnalare, per importanza e
diffusione, alla fine del XII secolo, il
movimento
valdese.
4) Il catarismo, infine, fu
l’eresia per antonomasia del Medioevo, quella che ebbe maggior seguito
popolare. I testi ci parlano di
coloro che la seguivano come dei catari o manichei o albigesi (dalla
città di Albi, nella Francia meridionale) oppure anche di eretici
senza alcun altro aggettivo. La fede dei catari si basava sull'’dea
che esistesse una lotta continua tra due principi opposti, il Bene e
il Male, la Luce e le Tenebre: Dio è separato dal mondo; l’anima dal
corpo; lo spirito dalla materia. La creazione della materia dunque non
è un atto divino ma opera diabolica e il Dio Creatore dell’Antico
Testamento è in realtà il Diavolo. E perciò la materia, il corpo
umano, il creato sono da condannare. Cristo è invece uno spirito
angelico venuto a combattere le tenebre.
Nell’uomo lo spirito (il Bene) è
imprigionato nella materia (il Male) e ne va liberato, anche con il
suicidio perseguito attraverso il digiuno rituale, riservato ai
“perfetti” e detto endura. I catari rifiutavano i sacramenti,
le scritture (eccetto i Padri della Chiesa), le istituzioni degli
uomini (come la proprietà privata, la guerra, il potere).
I catari non volevano riformare la
Chiesa cattolica in quanto la consideravano un’istituzione degenerata:
avevano invece una loro Chiesa, con proprie gerarchie e sacerdoti.
Come si vede il catarismo era, più ancora che un’eresia del
cristianesimo, una religione diversa da esso, anche se i suoi adepti
non ebbero mai il sospetto di aver abbandonato il cristianesimo.
Il movimento riformatore dell’XI secolo
lasciava non solo istituzioni ecclesiastiche meglio definite e un
papato avviato ad affermare una sua fisionomia possentemente
monarchica, ma anche un impegno complessivo di rinnovamento difficile
da frenare, o da subordinare immediatamente alla costruzione
pontificia, dopo che le idee di riforma si erano ampiamente diffuse
così in ambienti chiericali e monastici, come tra il laicato chiamato
alla lotta contro il clero simoniaco e concubinario o, più
generalmente, a sostegno della parte riformatrice.
Negli anni trenta del XII secolo
l’equilibrato e riflessivo Pietro il Venerabile, abate del prestigioso
monastero di Cluny, si poneva la questione dell’opportunità o meno del
ricorso alla violenza nella lotta antiereticale: solo in caso di
necessità ci si sarebbe dovuti appellare alla forza armata dei laici;
ma, allo stesso tempo, l’abate ne coglieva i limiti in riferimento
all’efficacia e, d’altro canto, all’Evangelo stesso. Alla carità
cristiana competeva la conversione degli erranti – non la loro
eliminazione fisica -, attraverso gli strumenti dell’auctoritas
e della ratio. Chi e che cosa avevano stimolato la riflessione
dell’illustre monaco?
PIETRO DI BRUIS
Lo stimolo derivava dalla predicazione
e dall’attività missionaria di Pietro di Bruis. Originario delle
Hautes – Alpes, forse di un piccolo villaggio di un cantone di Rosanz,
Pietro era stato chierico in cura d’anime, prima di dedicarsi alla
diffusione di idee religiose semplici e radicali che suscitarono tanta
preoccupazione nell’abate di Cluny. Questi compilò in forma epistolare
un trattato (Contra Petrobrusianos hereticos) destinato ai
prelati delle archidiocesi di Embrun e Arles e delle diocesi di Die e
Gap. L’obiettivo era di fornire loro una strumentazione dottrinale per
la comprensione del pericolo eterodosso costituito da Pietro di Bruis
e dai suoi seguaci e, quindi, per poterlo combattere consapevolmente.
Pietro il Venerabile, però, scriveva negli anni trenta del XII secolo,
quando ormai da vent’anni tra le Alpi del Delfinato e della Provenza
circolavano le idee eterodosse da eliminare finalmente, dopo che
Pietro di Bruis aveva terminato i suoi giorni tra le fiamme del rogo
nei pressi di Saint – Gilles, ai margini nord – occidentali del delta
del Rodano. Quali erano i punti principali dell’universo religioso
petrobrusiano? Pietro il Venerabile lo riassume in cinque capitoli,
che sono altrettante negazioni: rifiuto del valore salvifico del
battesimo degli infanti, superfluità degli edifici sacri, aborrimento
delle croci, inefficacia della celebrazione eucaristica, inanità delle
pratiche dei defunti.
Grazie a Pietro di Bruis e alle sue
idee l’eresia ottenne ascolto e adesioni in mezzo a popolazioni di
aree urbane e fu in grado di stimolare le scelte religiose di un altro
famoso eretico, il cosiddetto monaco Enrico.
GLI UMILIATI
Più o meno negli stessi anni in cui a
Lione Valdesio viveva la sua crisi religiosa e maturava la decisione
di farsi povero missionario del Cristo, al centro della pianura padana
taluni fermenti evengelici stavano assumendo una fisionomia peculiare.
Il parallelismo con la vicenda dei poveri di Lione sembra perfetto:
stesso desiderio di veder riconosciuto dal vertice della cattolicità
il proprio impegno religioso, stesso apprezzamento papale per gli
intenti evangelico – pauperistici, stesso rifiuto della richiesta di
predicare.
Il parallelismo si prolunga nella decisione di Lucio III del 1184:
nella decretale Ad abolendam gli umiliati sono accostati ai
poveri di Lione nella condanna, colpiti gli uni a fianco degli altri
da anatema e giudicati eretici. Tale condanna favorirà poi certi
avvicinamenti tra loro e con altri eretici: nel 1203 in una casa del
contado veronese vivevano in comune umiliati, poveri di Lione e
catari.
Ma è probabilmente un caso estremo: i caratteri iniziali e le successive
evoluzioni dell’esperienza umiliata non si confondono nel mondo
dell’eresia, né si pongono in radicale autonomia rispetto alle
istituzioni ecclesiastiche. L’autonomia ci fu, ma nel pieno rispetto
della tradizione cattolica e delle gerarchie di chiesa. Essi furono
dichiarati eretici in modo affrettato, con tutta probabilità, poiché
avevano persistito nell’ufficio non autorizzato della predicazione.
Ci volle il pontificato di Innocenzo III per capire che la loro
collocazione in area eterodossa non si giustificava affatto. Il
provvedimento di Innocenzo III, benché in un certo senso aggiri
l’ostacolo della predicazione laicale, aveva una precisa dirompente
portata, se nella bolla egli si premura di vietare ai vescovi di
frapporre ostacoli o impedimenti al libero esercizio dell’annuncio di
carattere etico – religioso, poiché <<secondo l’Apostolo lo spirito
non deve essere estinto>> ( I Tessal., 5,19). Insomma il papa
prevedeva il perpetuarsi a livello locale di resistenze, che in
effetti si ebbero. Gli umiliati, <<uomini santi e donne religiose>>,
nonostante che fossero i soli a opporsi in Milano agli eretici, ancora
a quindici anni dall’approvazione pontificia, da taluni erano ritenuti
patarini: forse anche nel ricordo di una scelta ortodossa che, qualche
anno prima, non era stata di tutti gli umiliati.
Bibliografia
G.M.Merlo, Eretici ed
eresie medievali, Il Mulino
a cura di Zara, 3^ E
copyright by Ernesto Riva