ELISABETTA I
a cura di
Alessio Marseglia, 3^E

Elisabetta I
nacque nel Palazzo di Placentia, a
Greenwich, il
7 settembre 1533. Era figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, seconda
moglie del re. Enrico VIII aveva già annullato il matrimonio con Caterina
d’Aragona, da cui aveva avuto la figlia Maria, legittima erede al trono e
molti maschi morti; soprattutto per questo motivo annullò il matrimonio e
sposò Anna Bolena.
Il desiderio
di Enrico era di avere un erede al trono maschio in grado di garantire la
permanenza della dinastia Tudor, fondata da Enrico VII dopo la guerra civile
delle due rose. Anche se nessuna legge salica ,in Inghilterra, impedirebbe a
una principessa di governare, Enrico temeva l’eventuale matrimonio della
figlia regina con un sovrano europeo, mettendo a repentaglio la monarchia.
Enrico VIII
per la nascita di suo figlio con Anna Bolena aveva coinvolto alcuni maghi
per scoprire il sesso del neonato, che o per imperizia o solo per
accontentare il sovrano, si affrettarono a leggere nelle stelle l’ imminente
arrivo di un principino. Il re purtroppo il 7 settembre, sul letto d’oro non
vede nascere il maschio desiderato e si infuriò con gli indovini che secondo
alcuni furono accecati. Il 10 settembre, giorno fissato per il battesimo,
Enrico si mostra sereno e viene imposto il nome di Elisabetta, appartenuto
alle nonne
Elisabetta di York
ed
Elisabetta Howard.
Elisabetta ebbe
un infanzia molto difficile: nel gennaio del 1536 la madre non riesce a
portare a termine una gravidanza e per questo motivo il re la accusò di
tradimento,
incesto con il
fratello e stregoneria. Il
2 maggio venne
rinchiusa nella
torre di Londra,
e il
19 maggio fu
decapitata; il giorno successivo Enrico sposò
Jane Seymour. A
questo punto Elisabetta fu dichiarata illegittima
e fu
cresciuta in esilio nel palazzo di
Hatfield con la
sorella Maria, fino a che Jane Seymour non diede alla luce un figlio
maschio,
Edoardo.
Elisabetta e la sorellastra Maria furono dichiarate illegittime e solo in
seguito, con l’ aiuto della sesta moglie
Catherine Parr,
riuscirono a riconciliarsi con il padre dopo l’ atto di successione del
1544, in cui venne stabilito l’ordine della successione al trono dopo
Edoardo.
La sua
educazione, affidata a esperti precettori, tra cui l’umanista R. Ascham, non
si limitò allo studio delle lingue classiche, latino e greco, ma le consentì
anche di coltivare un naturale talento per la musica e la danza e di
acquisire una buona padronanza delle lingue straniere tra cui l’ italiano,
il francese e il tedesco. I primi anni dei regni di Edoardo e Maria la
cattolica furono densi di ombre e pericoli per la giovane principessa che fu
sospettata di connivenza con gli oppositori della politica di Maria e per
questo motivo fu imprigionata per due mesi nella torre di Londra e poi
relegata a Woodstok,
, sotto la custodia di
Sir Henry Bedingfield. Quando si diffuse la notizia, falsa, che Elisabetta
fosse incinta, Filippo decise di farla tornare a corte poichè
preoccupato che la moglie potesse morire di parto, preferiva che la corona
inglese passasse a lei piuttosto che a Maria Stuart, regina di Scozia, che
era promessa sposa al delfino di Francia, il futuro Francesco II
e una sua ascesa al trono
d'Inghilterra avrebbe portato le isole britanniche interamente nella sfera
di influenza della Francia, con cui la Spagna era in guerra dall'inizio del
secolo.
A venticinque
anni quando salì al trono 17 novembre 1558 Elisabetta aveva imparato a
celare la sua indole autoritaria e impulsiva, che ne faceva l’autentica
erede di Enrico VIII; fu il vescovo di Carlisle, una figura poco importante,
ad incoronarla con il rito latino, mentre le successive incoronazioni
utilizzeranno il rito inglese.
Ritratti e
testimonianze di contemporanei la descrivono non bella, ma fine di
lineamenti, di mente sveglia e di spirito pronto, facile agli scoppi d’ira,
ma padrona sempre di sé e dei suoi sentimenti.
Scelse
collaboratori come W. Cecil il più fedele con cui affrontava una situazione
internazionale e interna difficile e con l’Atto di Uniformità del
1559,
rese obbligatorio l'uso del "Book of Common
Prayers" per i servizi religiosi, ovvero una sintesi intelligente
fra tradizione cattolica e innovazioni protestanti pensata per garantire da
una parte l'uniformità religiosa, dall'altra un'amplia tolleranza di credi.
La religione cattolica imposta da Maria fu definitivamente abolita ed
Elisabetta assunse il titolo di “supremo governatore della chiesa
d’Inghilterra” e con l'Atto
di Supremazia, sempre del 1559, prescrisse inoltre che i pubblici
ufficiali prestassero un giuramento riconoscendo il controllo del sovrano
sopra la Chiesa o far fronte a severe punizioni.
Ella nominò
inoltre un Consiglio Privato interamente nuovo, rimuovendo molti cattolici
nel processo. Il dissenso religioso fu largamente tollerato quando non
assumeva carattere di insubordinazione politica e i cattolici cominciarono
ad essere perseguitati con crescente rigore solo dopo la scomunica contro la
regina inflitta da Papa Pio V nel 1570.
Elisabetta trovò una temibile rivale per il trono d’Inghilterra, Maria
Stuarda giovane regina di Scozia imparentata con i Tudor e appena andata in
sposa a Francesco II che minacciava il fragile trono e con esso le sorti del
protestantesimo.
Nel 1559 Maria si era
proclamata regina d'Inghilterra, appoggiandosi alla controversa legittimità
di Elisabetta, sostenuta dalla Francia, ma a questo si oppose anche Filippo
II, re di Spagna, preoccupato di un aumento del potere della monarchia di
Valois. Sempre nel 1559 scoppiò un insurrezione in Scozia, sostenuta da
Elisabetta che col trattato di Edimburgo (6 luglio 1560) otteneva che il
regno scozzese fosse posto sotto la tutela di un consiglio di nobili e che i
propri diritti fossero formalmente riconosciuti dalla Francia. Tornata in
Scozia, Maria Stuarda venne uccisa in una congiura ordita da Elisabetta. Al
medesimo programma di ricostruzione e di unità nazionale fu ispirata tutta
la politica interna di Elisabetta .
L’imperante
disordine monetario ebbe fine con la completa rifusione del circolante
decisa nel 1561. La gestione delle finanze fu economa e attenta, e alla
cronica insufficienza delle entrate si supplì con l’alienazione di terre
demaniali e con la compartecipazione ai profitti del commercio e della
guerra di corsa piuttosto che con inasprimenti fiscali.
Tutte le
decisioni importanti erano prese personalmente dalla regina assistita dai
membri del consiglio privato, un corpo ristretto di cui facevano parte, con
il fidato Cecil, il segretario di Stato F. Walsingham e gli altri ministri:
erano questi uomini a svolgere le funzioni ordinarie di governo e a
manovrare i parlamenti in modo da ottenere l’approvazione delle leggi
volute.
Il parlamento
venne ridotto sotto Elisabetta, gelosa delle proprie prerogative, a un ruolo
più modesto di quello assunto ai tempi della riforma di Enrico VIII: fu
convocato tredici volte nei suoi 44 anni di regno, e le sue sedute durarono
complessivamente 140 settimane.
Al suo
interno il centro di gravità venne spostandosi dalla camera dei lord ai
comuni, dove acquistavano peso crescente i rappresentanti della gentry
(la piccola nobiltà di campagna); ma le conseguenze di una tale
evoluzione dovevano manifestarsi pienamente solo nel sec. XVII.
Alla fine del
1562 Elisabetta aveva contratto il vaiolo e il parlamento le chiese di
sposarsi o che nominasse un erede; ella riflettè e apparve più volte sul
punto di cedere a queste sollecitazioni: prima quando il suo favorito Robert
Dudley, futuro conte di Leicester, rimase vedovo della moglie, vittima di
una disgrazia o, come si mormorava, di un assassinio (1560); poi, verso la
metà degli anni Sessanta, quando l’imperatore Ferdinando I le offrì la mano
del suo terzogenito, l’arciduca Carlo; infine quando il duca d’Alençon,
erede al trono di Francia, venne di persona in Inghilterra nell’estate del
1579 a corteggiare l’ormai matura regina. Ma Elisabetta finì sempre con
l’indietreggiare davanti alla decisione, forse per una malformazione fisica
di cui si malignava o più probabilmente per calcolo politico, per gestire da
sola il potere e non legarsi a dinastie straniere o a fazioni nobiliari
interne.
Nasceva così,
e trovava facile alimento nell’adulazione cortigiana e nell’amplificazione
di poeti e letterati, il mito della regina vergine, l’immagine di Gloriana e
di Cinzia, il cui splendore si diffondeva imparziale su una moltitudine,
anzi su una nazione di devoti ammiratori.
Nel 1568 la
ribellione dei “conti del nord” di l’ultimo soprassalto dell’Inghilterra
cattolica e feudale contro il nuovo ordine monarchico.
Alla crisi
anche numerica della nobiltà titolata (i lord si ridussero a 57 alla fine
del regno di Elisabetta) faceva contrasto l’espansione continua della
gentry più pronta ad approfittare dell’ascesa dei prezzi agricoli e
aperta all’infiltrazione dei nuovi ceti professionali e mercantili.
Nell’età elisabettiana ci fu un incremento demografico, che portò al
raddoppio della popolazione inglese in poco più di un secolo (dal 1500 al
1620), mentre gli abitanti di Londra salivano nello stesso periodo da
70-80.000 a 250.000, e una conseguenza dei processi di trasformazione in
atto nell’economia del paese. Ci fu aumento dei carichi mercantili legati
all’esportazione dei pannilani (virtuale monopolio dei Mercanti
Avventurieri), all’attività dei grandi porti, alla pirateria e alla guerra
di corsa, ai favori della corte, facile a concedere esenzioni e monopoli in
cambio di prestiti e donativi, alla costituzione di compagnie privilegiate,
la più famosa delle quali sarà la Compagnia delle Indie orientali, eretta
nel 1600.
A ritmo febbrile procedevano le costruzioni navali, e divenne ben presto
proverbiale l’audacia dei marinai e dei corsari inglesi: Francis Drake
rinnovò l’impresa compiuta da Magellano, circumnavigando il globo tra il
1577 e il 1580 ( e saccheggiando al suo passaggio le coste occidentali
dell’America spagnola) e W. Raleigh diede inizio nel 1585 alla
colonizzazione della Virginia (così chiamata in onore della “regina
vergine”).
Gli atti di pirateria e il contrabbando ai danni delle navi e delle colonie
spagnole, spesso esercitati con la connivenza e la compartecipazione della
corona, contribuirono al progressivo deterioramento dei rapporti con la
Spagna, già tesi a causa degli aiuti e degli incoraggiamenti inglesi agli
ugonotti in Francia e alla rivolta dei Paesi Bassi.
Nel 1585 Elisabetta firmò un accordo con i rappresentanti olandesi per il
mantenimento di un corpo di spedizione inglese oltre Manica, e nel 1587 si
decise alfine a mandare al patibolo Maria Stuarda, che dopo una serie di
tragici errori era stata costretta a cercare rifugio in Inghilterra nel 1568
e da allora non aveva mai smesso di complottare e intrigare contro la
rivale.
L’esecuzione equivaleva a una dichiarazione di guerra e l’inevitabile
attacco spagnolo potè solo essere ritardato dall’audace impresa di Drake che
nell’aprile del 1587 incendiò la flotta nemica all’ancora nella rada di
Cadice. Poco più di un anno dopo, l’Invencible Armada, una gigantesca flotta
di 130 navi che trasportava un esercito di 50.000 uomini, salpava dai porti
spagnoli diretta a Calais, dove avrebbe dovuto imbarcare le truppe di
Alessandro Farnese per poi invadere l’Inghilterra.

Un episodio della battaglia tra l'Invencible Armada e la flotta inglese

Nelle acque della Manica le fortezze galleggianti di Filippo II furono
attaccate dalla piccola , ma ben armata flotta da guerra riorganizzata da J.
Hawkins e da una moltitudine di navi mercantili e da corsa; nei pressi di
Calais, il 29-30 luglio, avvenne lo scontro decisivo: la superiore capacità
manovriera e la maggiore potenza di fuoco delle navi inglesi ebbero
facilmente la meglio, e meno di una metà dell’Armada riuscì a far ritorno in
patria dopo aver circumnavigato la Scozia e perso nella tempesta molti altri
legni. Era l’affermazione decisiva di una politica di espansione marittima e
commerciale perseguita da Elisabetta con ferma volontà e sicura intuizione
dei caratteri specifici che avrebbe assunto la nascente potenza inglese; e
se la guerra contro la Spagna si trascinò con alterne vicende ancora per
molti anni (la pace fu conclusa da Giacomo I nel 1604), il nemico non fu più
in grado di minacciare seriamente le coste dell’isola.
Un’ondata di orgoglio nazionale e di esaltazione patriottica, che possiamo
cogliere nei drammi storici di W. Shakespeare, percorse l’Inghilterra, più
che mai unita intorno alla sua sovrana, per la quale il favore popolare,
come ha scritto il maggiore dei suoi biografi (J.E. Neale), si era
trasformato da strumento di governo in un profondo bisogno emotivo.

Il ritratto
fu fatto intorno al 1588 per commemorare la disfatta dell'Invincibile
Armata. Elisabetta tiene la mano sul globo, simbolo di
autorità, mentre sullo sfondo è raffigurato l'evento.
Anche il problema della successione era risolto dall’educazione protestante
del figlio Giacomo. Ciononostante, una cappa di tristezza gravò sugli ultimi
anni della regina vergine. A uno a uno scomparivano gli amici e i
consiglieri più fidati, che l’avevano assistita nelle ore difficili:
Leicester nel 1588, nel 1590 Walsingham, nel 1598 Burghley.
Un’accanita gara per l’accaparramento del favore regale seguì tra il figlio
di quest’ultimo, Robert Cecil, e la nuova stella, Robert Devereux conte di
Essex.
Quest’ultimo si recò in Irlanda per reprimere la rivolta ivi scoppiata fin
dal 1595, ma non concluse nulla e non esitò, al suo ritorno, a cospirare
contro la regina che lo aveva innalzato, e che ora dovette firmare, a
malincuore, la sua condanna a morte (1601). La peste e la carestia
visitarono più volte il paese, accrescendo le sofferenze del popolo.
Il 24 marzo 1603, dopo una breve agonia, la vecchia regina chiuse gli occhi
mentre già si preparavano festose accoglienze per il suo successore.
Nell’età elisabettiana durante le quali la nazione salì di potenza e di
prosperità e le arti conobbero una fioritura di eccezionale rigoglio, giunse
a maturazione l’influsso della cultura rinascimentale.
Il Rinascimento inglese presenta caratteri diversi dal Rinascimento
italiano. In Inghilterra la diffusione nel paese dello spirito protestante
impedì il formarsi di quella classica serenità pagana propria della civiltà
rinascimentale italiana.
Grazie al grande sviluppo del teatro, permangono nella letteratura
elisabettiana elementi medievali ed elementi popolari.
I primi anni del regno di Elisabetta furono anni di esperimenti e di
preparazione. Caratteristica della letteratura del periodo è la coesistenza
di elementi popolari accanto a elementi aristocratici, notevole specie nella
produzione teatrale. Accanto al teatro fiorirono la poesia e la prosa.
Gli influssi prevalenti nel teatro sono quelli del teatro latino (Seneca per
la tragedia, Terenzio e Plauto per la commedia), innestato tuttavia per la
commedia su una tradizione comica locale.
Inoltre l’architettura risentì fortemente l’influenza del Rinascimento
italiano, col risultato di una tipica mescolanza di antico e nuovo, specie
in nobili dimore private, nella cui costruzione si concentrò quasi
esclusivamente l’attività degli architetti, nella relativa indifferenza
della corte verso il disegno. Le case di campagna costituirono una linea di
svolgimento delle arti in Inghilterra che rimase valida fino al 19°.
BIBLIOGRAFIA
Cfr. Dara Kotnik, Elisabetta di Inghilterra, Rusconi, s.l, 1984
Enciclopedia:
“Piccola Treccani” v. Elisabetta I