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Già nell’antichità greca vi sono delle donne che oggi potremmo definire
“scienziate”, cioè dedite alle scienze esatte quali la matematica e l’astronomia
e ad altre discipline come la medicina, l’erboristeria ecc. Ci sono stati
tramandati ad esempio i nomi di Artemisia, che faceva l’erborista, e di
Agnodice, che faceva la “medichessa”: entrambe vissero verso il 4°-3°
sec. a.C.
Nel 1° sec. a. C. visse ad Alessandria d’Egitto Maria la Giudea, detta
Miriam, seguace del culto di Iside, che viene ritenuta, da tutti gli studiosi
delle origini della chimica, la fondatrice dell’alchimia. A lei si devono la
scoperta delle metodiche alchemiche e la fabbricazione degli strumenti di
laboratorio che verranno adoperati fino al 17° secolo. C’è giunta notizia anche
di una certa Cleopatra alchimista, coeva di Maria, di cui ci è pervenuto
il papiro intitolato Chrysopoeia, sulla fabbricazione dell’oro.
Non dimentichiamo Ipazia, già citata tra le filosofe, che scrisse almeno
tre opere di carattere scientifico (andate perdute): Commento all’aritmetica
di Diofanto, Sulle coniche di Apollonio, Corpus astronomico.
Un certo rilievo ebbero le donne romane studiose di medicina. Si trattava di una
professione tradizionale che era collegata alle antiche metodiche delle
levatrici o all’erboristeria contadina, ma grazie alla scuola di Galeno (n. 130
d. C.), il medico greco trapiantato a Roma, la medicina giunse ad un buon
livello scientifico.
Abbiamo notizie di Elefantide e di Laide, donne medico, come pure
di Olimpia di Tebe: tutte escogitatrici di pittoresche terapie su base
empirica. Ad un livello più alto si pose Sorano di Efeso (98-138 d.C. ),
che scrisse di ostetricia e ginecologia (le donne medico curavano soprattutto
altre donne). Opere mediche assai note nell’antichità furono composte da
Antiochis, Metrodora, Cleopatra e Aspasia (le ultime due vissero nel
2° sec. d. C.) , "medichesse" e chirurghe.
Durante il Medioevo, nell’ambito della scuola medica salernitana, si sviluppò
l’attività di una donna medico: Trotula, nobildonna della famiglia de
Ruggiero. Fu celebre nella sua città nel periodo intorno al 1050. Sposò
Giovanni Plateario, medico conosciuto del tempo, ed ebbe due figli, che
continuarono l’attività dei genitori. Le malattie delle donne (De passionibus
mulierum) e Sui cosmetici (De ornatu), sono le opere più importanti
che le vengono attribuite.
Nella prima delle opere citate, Trotula spiega perché ha scritto quel testo: una
nobildonna glielo ha chiesto affinché il suo sapere sia utile alle altre donne.
Del resto si sa che le donne non parlavano e non parlano volentieri delle loro
malattie agli uomini per un sentimento di “pudore”, mentre ne parlano più
facilmente con altre donne. Così si tratta di un testo per il quale le
interlocutrici sono principalmente donne. Trotula mostra nei suoi testi di
riferirsi ad una concezione della natura che legava le caratteristiche fisiche e
il carattere di una persona all’intero cosmo: era una concezione antichissima
per la quale l’essere umano era come un microcosmo, cioè un piccolo mondo, che
aveva corrispondenze con l’intera natura. Corpo, carattere dell’animo, parti del
giorno, stagioni dell’anno costituivano un nesso inscindibile.
Accanto a rimedi, a erbe medicamentose, a suggerimenti per le posizioni più
giuste per il parto, la sua attenzione va anche alla bellezza del viso, dei
capelli e in genere alla bellezza del corpo. La bellezza, di cui si occupa più
specificamente la seconda delle opere citate, è considerata segno di un corpo
sano. Curare la bellezza è un modo per ritrovare l’armonia del corpo, che
significa anche ritrovare l’armonia con l’intera natura, visto il legame tra
l’essere umano e l’universo. Avere la percezione della bellezza di chi le era di
fronte faceva tutt’uno, per lei, con la sua capacità di cogliere un aspetto
qualitativo, che è segno della salute generale del corpo.
Circa un secolo dopo Trotula, un’altra donna viene ricordata come profonda
conoscitrice dell’arte medica: Ildegarda di Bingen (1098-1179). Nacque in
un paesino vicino a Magonza, nella regione renana. Apparteneva ad una nobile
famiglia e aveva molti fratelli e sorelle. Come era consuetudine delle famiglie
aristocratiche numerose, Ildegarda venne affidata all’età di otto anni ad un
monastero benedettino. Le fu maestra la badessa, Jutta von Sponheim, che
Ildegarda ricordò sempre con gratitudine in tempi successivi. Alla sua morte,
nel 1136, Ildegarda venne eletta a sua volta badesse dalle consorelle. I
monasteri erano allora i luoghi nei quali le donne potevano coltivare i loro
talenti, lo studio, la preghiera. Erano mondi di donne, nei quali l’autorità era
un’autorità femminile. Ildegarda non ebbe nella sua vita solo quella autorità
che le veniva dal legame con le altre monache. La sua autorità crebbe di molto
anche al di fuori del monastero a causa di ciò che lei chiamava “dono di Dio”:
le visioni, la Luce , che lei percepiva con lo sguardo dell’anima.
Nel 1147 Ildegarda era già famosa come terapeuta e come oracolo. L’anno seguente
il Papa Eugenio II approvò i suoi scritti e le diede il permesso di continuare a
scrivere. Ci troviamo quindi di fronte ad una donna eccezionale: badessa,
mistica e scienziata allo stesso tempo.
Ildegarda ha lasciato molte opere mistiche (cito solo Scivias, Liber vitae
meritorum, Liber divinorum operum,Ordo virtutum,Symphonia armoniae caelestium
revelationum,Carmina) ma altrettanto straordinario è il corpus di testi di
scienze naturali che ha scritto: sulla biologia, botanica, astronomia, medicina
ecc. Tra di essi esemplari sono : Subtilitatis diversarum naturarum Libri
novem, uno studio sulle erbe medicinali, pietre preziose, animali, pianeti,
malattie e cure; il testo Symphonia, citato più sopra, che comprende un
dramma musicale, inni liturgici e canti (Ildegarda componeva anche musica);
Lingua ignota, un dizionario di 900 termini riguardanti erbe e piante.
La novità che Ildegarda introdusse nell’ambito medico fu di considerare le donne
malate diverse dagli uomini malati: in altri termini, una donna melanconica era
diversa da un uomo melanconico.
Continuando il nostro excursus storico, citiamo altre donne, italiane, vissute
fra il 13° e il 15° secolo : Rebecca Guarna, che scrisse dei trattati
medici, Costanza Calenda, che insegnò medicina all’università di Napoli,
Maria di Novella, che fu professore di matematica a Bologna.
Durante il Settecento, una figura notevole fu quella della Marchesa du
Châtelet (Parigi,1706-1749), nata Gabrielle-Emilie Le Tonnelier de Breteuil.
Frequentò la corte ma, dopo le serate mondane, non trascurava mai di immergersi
nei suoi amati studi scientifici. Si racconta che, travestita da uomo,
partecipasse alle riunioni degli scienziati che si svolgevano nei caffè parigini
e a cui non erano ammesse le donne. Nel 1733 iniziò una relazione con Voltaire
che la indusse ad abbandonare il marito e la vita di corte. Si stabilì con lui a
Cirey, nel ducato di Lorena, trasferirono lì le loro biblioteche e vi
installarono un vero laboratorio (insomma, fu un legame intellettuale più che
sentimentale). La casa divenne ben presto il centro di promozione della fisica
newtoniana in Francia, frequentata dai più grandi scienziati in contatto con
Federico II di Prussia, con le Accademie di Berlino, Scandinavia e Russia.
Voltaire e la marchesa pensarono di scrivere un compendio divulgativo delle
teorie di Newton per il pubblico francese : sono i celebri Elementi della
filosofia di Newton, che viene però attribuito erroneamente al solo
Voltaire.
Scrisse le Istituzioni di fisica, per il proprio figlio (1740), in cui
tentò di dotare la teoria newtoniana di una base metafisica, che lei riteneva
indispensabile, ispirandosi alla filosofia di Leibniz. Tradusse poi in francese
i Principi matematici della filosofia naturale, che sono l’opera
principale di Newton : essendo allora l’unica traduzione disponibile, è a lei
che va il merito di aver introdotto Newton in Francia e di averlo inserito nel
patrimonio di idee dell’Illuminismo.
In Italia, sul piano della cultura scientifica, abbiamo avuto in quest’epoca
presso l’università di Bologna, diverse donne : Anna Morandi Manzolini
(1716-1744), studiosa di astronomia ; Lorenza Maria Catarina Bassi
(1711-1778), insegnò fisica ; Maria Delle Donne fu docente di ostetricia;
Maria Gaetana Agnesi scrisse le Istituzioni analitiche ad uso della
gioventù (1748), che le ottennero l’insegnamento di matematica e storia
naturale sempre allo studium bolognese.
Durante l’Ottocento le donne riuscirono in vari casi a frequentare le facoltà
scientifiche e, alcune, fecero il loro ingresso nella comunità scientifica. Si
trattò ovviamente di un ingresso difficoltoso, circondato dalla diffidenza e
dalla ostilità tipiche degli ambienti chiusi ed elitari maschili, ma già alla
fine del secolo le cose mutarono. Vanno ricordate in particolare : Marie
Sophie Germain (1776-1831), che si dedicò alla matematica pura e vinse il
Premio dell’Accademia delle Scienze nel 1816; la scozzese Mary Fairfax
Sommerville (1780-1872), studiosa di fisica, astronomia, maree e comete ;
Ada Byron Lovelace (1815-1852), figlia di George Byron e della sua prima
moglie, studiò matematica con Charles Babbage e si impegnò con lui nel progetto
di costruzione di una macchina calcolatrice!
La figura però più importante di quest’epoca , ed una delle più grandi
protagoniste della storia della scienza, fu Maria Sklodowska Curie
(1867-1934). Di nascita polacca, si trasferì a Parigi dove sposò, nel 1895, il
fisico Pierre Curie (1859-1906). Insieme nel 1898 isolarono due nuovi elementi
radioattivi : il polonio e il radio, una scoperta che valse ad entrambi,con
Henri Becquerel, il premio Nobel per la fisica nel 1903. Morto il marito in un
incidente, Maria proseguì le sue ricerche e nel 1911 ricevette anche il premio
Nobel per la chimica. Morì nel 1934 in seguito ad una anemia perniciosa,
contratta per la prolungata esposizione alle radiazioni.
Dopo Marie Curie altre donne hanno conseguito il Nobel in campo scientifico :
Irene Joliot-Curie(1935), Maria G. Mayer (1963), Dorothy C. Hodgkin (1964),
Rosalyn Sussman(1977), Barbara Mc Clintock81983) e la nostra Rita Levi
Montalcini (1986).
La nascita della psicoanalisi come nuova scienza della persona umana (Sigmund
Freud ,1856-1939), vedrà un notevole contributo femminile in questo secolo, a
cominciare dalla figlia dello stesso Freud, Anna Freud (1895-1982), la
quale si dedicherà particolarmente alla psicoanalisi infantile (Normalità e
patologia del bambino, 1965) e ai meccanismi di difesa dell’io (L’io e i
meccanismi di difesa, 1936). Ella ebbe il grande merito di evidenziare tutti
gli elementi da tenere in considerazione per una diagnosi psicologica
dell’infanzia. I criteri derivati dalla psicopatologia degli adulti erano
inadeguati e non era nemmeno utile una semplice elencazione dei sintomi perché
lo stesso disturbo, ad esempio il sonno, poteva avere significati diversi nelle
varie fasi dello sviluppo e inoltre lo stesso disturbo di base poteva essere
espresso da sintomi diversi. Ella introdusse il profilo diagnostico che,
basandosi sulle teorie psicoanalitiche, metteva in evidenza tutti gli aspetti
della personalità del bambino. Se vi erano delle regressioni temporanee a fasi
precedenti dello sviluppo, esse potevano essere fisiologiche, mentre regressioni
massicce e a senso unico risultavano certamente patologiche e generavano delle
vere e proprie nevrosi infantili. Se vi era poi una regressione anche dell’Io o
del Super-Io, c’era la psicosi o un disturbo borderline.
Altra famosissima psicoanalista fu l’inglese Melanie Klein (1882-1960),
che si scontrò con Anna Freud : la Klein mise a punto un metodo analitico,
incentrato sul gioco, adatto ad essere impiegato coi bambini fin dai primissimi
anni di vita (mentre Anna Freud non riteneva possibile passare dalla
osservazione all’analisi del bambino prima di una certa età). Si occupò di
moltissimi altri campi : dalla sessualità alla psicopatologia, dalla creatività
al simbolismo, dall’identificazione all’invidia. La contrapposizione delle sue
idee a quelle di Anna Freud portò nel 1946 alla scissione dei kleiniani dal
movimento freudiano .
Sulla donna in particolare si accentrò invece lo studio della psicoanalista
polacca Helen Deutsch (1884-1980) : a lei va il merito di aver
individuato la vita psichica delle donne come oggetto compiuto e distinto di
analisi (cfr. il suo testo fondamentale Psicologia della donna, trad.it.
Boringhieri).
L’inglese Juliet Mitchell, intervenendo sul tema Psicoanalisi e
femminismo (trad.it. Einaudi) non condivise l’orientamento di totale rifiuto
opposto dal femminismo radicale alla teoria freudiana. Per la Mitchell bisogna
distinguere tra il metodo di Freud e il dogmatismo dei suoi seguaci e la
rielaborazione dei post-freudiani.
Una critica invece radicale nei confronti della concezione psicoanalitica della
donna viene fatta dalla studiosa belga Luce Irigaray (1930-viv.),
filosofa e psicoanalista, che apparteneva alla scuola di Jacques Lacan ma da cui
fu allontanata dopo la pubblicazione della sua opera Speculum. L’altra donna
(tr.it. Feltrinelli). La strada per diventare individui a pieno titolo non
passa per la Irigaray necessariamente dal padre. Passa attraverso la
comunicazione nel linguaggio. Quando i nostri genitori parlano tra loro, il
nostro sentirci figli, al centro del mondo, viene posto invece in una posizione
di scacco. Siamo come niente, perché essi parlano tra loro a prescindere da noi,
anche se sono i nostri genitori . E’ in questo modo che bambini e bambine
diventano individui sociali, perché non si sentono più al centro dell’universo.
Il percorso si conclude quando, dalla posizione oggettiva, dove uno viene
nominato, la bambina o il bambino si identificano con uno dei genitori. E’
dunque nella pratica del discorso che si forma una soggettività. Non si ha
bisogno della figura simbolica del padre né della figura negativa del sopportare
una mancanza. Quando si capisce di non essere al centro del mondo, si crea
quella socialità con gli altri, che altrimenti rimane impossibile. Per lei nel
linguaggio si gioca tutto, intendendo però con linguaggio ogni modo di
rapportarsi a se stessi e agli altri, dunque in primo luogo nel legame col
proprio corpo.
Rimanendo in ambito medico e pedagogico, una grande figura da ricordare è
Maria Montessori (1870-1952) , la prima donna dell’Italia unita a laurearsi
in medicina a Roma (1896) e ad esercitare la professione di medico.
Specializzatasi poi in neuropsichiatria infantile, si impegnò nella ricerca di
una “via pedagogica” e non solo clinica per il recupero dei bambini minorati.
Fondò le “Case dei bambini” (tuttora presenti in ogni parte del mondo) e fu in
seguito costretta a lasciare l’Italia sotto il Fascismo. Morì in Olanda dopo
essere stata in Spagna, in Inghilterra ed in India.
All’immagine tradizionale del bambino illogico e disordinato, la Montessori
oppone l’idea di un bambino concentrato, disciplinato nella libertà e calmo,
occupato nel suo “lavoro”, e capace di giungere, ancora in età prescolastica,
alla conquista della lettura e della scrittura. E’ bastato collocare il bambino
in un ambiente adatto, perché si rivelasse l’autentica natura dell’infanzia,
cioè quella di un piccolo dotato di straordinaria energia creativa e di
insospettate potenzialità. Il bambino è dotato di una sorta di “mente
assorbente”, tipica dell’apprendimento infantile, che si differenzia dall’adulto
perché non opera con la volontà e la coscienza. E’ in questo modo, per via
inconscia ma creativa, che il bambino diventa individualità. Dopo i tre anni,
alla mente assorbente si accosta la mente cosciente, la quale mette in ordine
nel cumulo di impressioni assorbite nel periodo precedente. E’ questo il momento
di introdurre il bambino nella “Casa dei bambini”, dove imparerà la
concentrazione (vi è anche la “lezione del silenzio” per abituare il bambino
all’autocontrollo e al rispetto), la cura dell’ordine e l’esecuzione piacevole
del proprio lavoro. Userà un materiale costruito apposta per lui che gli
permetterà di scoprire la realtà circostanze e lo avvierà gradualmente alla
lettura e alla scrittura.
Non si possono non citare due famose antropologhe americane contemporanee,
Ruth Benedict (1887-1948), autrice di Modelli di cultura (1934,
tr.it. Feltrinelli ), la quale sottolineò l’importanza dello studio dei
cosiddetti primitivi al fine di comprendere, per contrasto, la nostra civiltà; e
Margaret Mead (1901-1979), che dimostrò, in un testo che fece molto
discutere (Maschio e femmina, 1949, tr.it. Il Saggiatore), che le
divisioni dei ruoli sociali,ma anche di quelli familiari e psicologici fra
uomini e donne corrispondono a degli a-priori culturali che interagiscono su una
comune base biologica. Indigeni e civilizzati rielaborano differentemente le
istanze biologiche ma sempre in vista della ripartizione funzionale dei compiti
fra i due sessi.
In Italia in ambito antropologico si possono ricordare Ida Magli e
Cecilia Gatto Trocchi. La prima, docente a Roma, la seconda a Perugia; la
prima conosciuta, tra l’altro, per aver dedicato delle opere a Cristo e a S.
Teresa di Lisieux; la seconda famosa per aver condotto un’inchiesta approfondita
sul mondo della magia e delle sette.
Concluderei ricordando il nome della nostra più famosa studiosa di astronomia,
la professoressa Margherita Hack, direttrice dell’Osservatorio
astronomico di Trieste, autrice di molti saggi anche divulgativi sulle
meraviglie del cosmo (cfr. ad es. L’universo alle soglie del Duemila, ed.
Rizzoli).
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Le opere di Anna Freud ,di Melanie Klein e di Helen Deutsch sono
tradotte
in Bollati-Boringhieri.
Le opere della Montessori sono nelle edizioni Garzanti.
Alcune opere della Magli sono nelle edizioni Rizzoli.
Alcune opere della Gatto Trocchi sono nelle edizioni Mondadori e Newton
Compton.
copyright by Ernesto Riva
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