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La donna nel Medio Evo
a cura di
Silvia Raimondi classe III E
Sommario:
La donna del
popolo; ; l’abito; contraccezione e aborto;
la magia sessuale; pratiche magiche
vario genere; il demonio e le streghe; alcune domande sulle virtù delle
fanciulle; Donne e
filosofi; dalla
demonizzazione ascetica della donna alla esaltazione cortese;
bibliografia.
La donna nel medioevo
"Questo sesso (quello femminile) ha
avvelenato il nostro progenitore, che era anche suo marito e suo
padre, ha strangolato Giovanni Battista, portato alla morte il
coraggioso Sansone. In un certo qual modo, ha ucciso anche il
Salvatore, perché se non fosse stato necessario per il suo peccato,
nostro Signore non avrebbe avuto bisogno di morire. Maledetto sia
questo sesso in cui non vi è né timore, né bontà, né amicizia e di cui
bisogna diffidare più quando è amato di quando è odiato."
Con questa condanna senza alcun
appello lo scrittore medievale Goffredo di Vendôme descriveva l'intero
genere femminile, definendolo come il peggior nemico dell'uomo ed il
principale responsabile di ogni sua caduta passata, presente e
futura.
Purtroppo la voce di Goffredo non rappresenta un'isolata invettiva
all'interno del panorama letterario medievale, ma per molti versi ne
incarna la norma. Difficile è dunque delineare l'immagine della donna
nel Medioevo attraverso scritti redatti per la maggior parte da
uomini, spesso chierici affetti dalla più incurabile misoginia.
Le donne di ogni epoca altro non erano che l'incarnazione della loro
progenitrice, Eva, colei che aveva ceduto alle lusinghe del Demonio
causando la perdizione dell'intero genere umano. Proprio da lei esse
hanno ereditato la capacità di ammaliare gli uomini facendo perdere
loro ritegno e ragione. Le loro arti sono l'astuzia e la
dissimulazione, le loro azioni sono dettate dai più sfrenati istinti.
Spesso la vera essenza di queste creature si cela dietro un aspetto
gradevole e mite, ma se gli uomini "potessero vedere ciò che è sotto
la pelle, la vista delle donne darebbe loro la nausea... Mentre non
sopportiamo di toccare uno sputo o un escremento nemmeno con la punta
delle dita, come possiamo desiderare di abbracciare questo sacco di
escrementi?" rincarava la dose il santissimo abate di Cluny, Oddone,
del quale c'è da chiedersi, come di molti altri, se non avesse mai
avuto una madre e che tipo di genitrice ella fosse stata per suscitare
simili reazioni. La donna è dunque simbolo di perdizione, sinonimo di
meretrice, incostante e volubile come il vento, ardente e fatua come
una fiamma che si consuma celermente. Per i chierici la donna incarna
tutti i pericoli della carnalità e della materia.
Proprio la sua natura, essenzialmente mondana grazie alla
predisposizione al concepimento ed alla generazione dei figli è la
causa della condanna della donna, irrevocabilmente votata a divenire
simbolo di una realtà che in nome della santità deve essere rifiutata,
che deve rimanere chiusa al di fuori dei chiostri, di abbazie e
monasteri ed essere combattuta con l'astinenza e la preghiera. Spesse
volte le parole di questi uomini ripercorrono senza grande originalità
una serie di luoghi letterari ormai affermati da secoli, spesso paiono
dettate da ben più terrene contese per il possesso di feudi e di
ricche proprietà contestate ai religiosi stessi loro proprio da donne,
legittime eredi di tali beni. Tuttavia, l'indignato clamore di queste
voci può ritenersi indicativo di un atteggiamento di fondo che gli
uomini, chierici o meno, ebbero nei confronti delle donne che vivevano
loro accanto e nei confronti delle quali erano soprattutto convinti di
poter vantare una superiorità non solo fisica, ma anche morale.
Eppure anche in campo religioso un
nuovo modello, che dal XI secolo avrebbe avuto modo di affermarsi,
incarnava la possibilità dell'esistenza di un esempio positivo per
tutte le donne. Si tratta di quello della Vergine. È proprio
all'inizio del nuovo millennio che la devozione mariana si fa infatti
sempre più sentita e comincia a permeare gli scritti religiosi fino a
giungere alle accorate lodi di un oratore come san Bernardo. Maria
rappresenta dunque l'antitesi di Eva.
Ella è la speranza ed il rifugio del peccatore, in lei le qualità
femminili e soprattutto materne si sublimano al punto di raggiungere
l'immacolata perfezione. In realtà, come già il modello di Eva nei
suoi eccessi non rispecchiava in alcun modo la donna reale, così anche
quello della Vergine si discosta dalla realtà per divenire una
creazione puramente ideale.
In Maria ogni brandello di materialità è allontanato. Ella è sì madre,
ma soprattutto vergine. Pura e coraggiosa, incarna il rifiuto di ogni
compromesso con la materia. Proprio per questo i chierici l'accettano
e ne magnificano le doti. Maria non è donna reale. Santa nella
perseveranza del suo sacrificio, madre affettuosa e sposa devota, ella
è madre della Cristianità perché non ha conosciuto la volgarità del
concepimento umano. Su di lei l'esistenza terrena non ha lasciato
alcun segno, semplice temporaneo passaggio destinato a condurla alla
gloria del Paradiso. Questo è il modello che la Chiesa presenta alle
donne. Se esse vogliono raggiungere la salvezza, devono lottare
duramente contro la propria natura corrotta ed essere costanti nel
rifiuto del mondo.
L'unica strada loro proposta è dunque l'abbandono del secolo e
"scegliere una posterità eterna piuttosto che i legami di un
matrimonio mortale". Nel convento le monache seguivano la regola che
Cesario di Arles aveva appositamente redatto, a metà del VI secolo
circa, per il monastero femminile di San Giovanni, la cui prima
badessa era stata sua sorella Cesaria. Era una regola divisa in 41
articoli (poi riassunti dallo stesso
Cesario in 19), che prevedeva una clausura piuttosto rigida e imponeva
la povertà, la preghiera, ovviamente la castità e il lavoro (compresa,
si badi bene, la trascrizione di interi manoscritti). In realtà nella
seconda metà del XII secolo pochissime sono le donne che assurgono
alla gloria degli altari e questo è forse il dato più indicativo della
percezione negativa che la Chiesa avrebbe continuato ad avere ancora
per secoli della femminilità.
Alla maggior parte delle donne la via della santità era dunque
preclusa dal matrimonio. Se esse appartenevano ai ceti più alti, la
loro unione poteva costituire un prezioso tassello nella creazione
della grandezza di un casato. Un matrimonio vantaggioso poteva
garantire potenti alleati e ricchi sostenitori, poteva dare un titolo
a chi non lo aveva, poteva rimpinguare le casse di casate tanto
antiche quanto decadute. Proprio in vista di questo evento le
fanciulle vivevano custodite presso il focolare domestico. Il tempo
del fidanzamento e dell'unione per le nobili era estremamente precoce.
I canoni della Chiesa volevano che solo a sette anni si potesse
stringere un patto matrimoniale da celebrarsi poi al dodicesimo
compleanno della sposa. Tuttavia non era infrequente che l'unione
venisse già consacrata all'età prescritta per il fidanzamento. È ovvio
come in tali casi il libero arbitrio della sposa e la sua consapevole
accettazione del matrimonio non fossero minimamente considerati.
Spesso le giovani fidanzate venivano accolte nella casa del futuro
marito e forse così era per loro più semplice abituarsi a tale
cambiamento di vita.
Il conflitto matrimonio-verginità fu un costante nella tematica
cristiana dei primi secoli e i Padri della Chiesa occidentale
(Ambrogio, Gerolamo, Agostino) e orientale (Metodio, Basilio di
Cesarea, Giovanni Crisostomo) furono tutti ferventi paladini della
verginità: stabilirono anzi per le donne una rigorosa gerarchia di
valori, che poneva al primo posto la vergine, al secondo, la vedova e
solo al terzo la madre di famiglia. Nasce così la triade virgo,
vidua, mater, nella quale a primeggiare è senza dubbio la
figura della vergine. Questo atteggiamento colpì profondamente gli
uomini del Medioevo, che di quelle teorie fecero il cardine della
propria etica.
E così essi scaricarono sulle donne i pregiudizi negativi che
gravavano sul matrimonio, considerato ormai come conseguenza del
peccato originale. Nel matrimonio la loro attività fu nuovamente
finalizzata alla sola procreazione, mentre nella vita sociale esse
tornavano ad essere emarginate per la loro inferiorità e debolezza. In
quest’ottica la sessualità, viene vista in una luce sempre più
negativa anche nell’ambito legittimo e consacrato del matrimonio, al
punto che nei penitenziali ricorre frequentemente la formula: “L’uomo
non deve vedere sua moglie nuda". Ma il divieto è antichissimo.
A questo proposito, pare interessante richiamare una famosa pagina di
Erodoto, quella in cui, proprio in apertura delle Storie (I
8-12) si narra come Gige divenne re di Lidia.
Lo storico greco racconta che
il re lidio Candaule, convinto che sua moglie fosse la più bella di
tutte le donne, dopo molte insistenze indusse una sua guardia del
corpo, di nome Gige, a nascondersi una notte nella stanza da letto
della regina per poterla ammirare nello splendore della sua nudità.
Gige non voleva e si oppose a lungo, ma, alla fine fu costretto ad
ubbidire. La donna però si accorse di tutto e, dopo aver convocato
Gige, gli disse che lasciava a lui la scelta: o morire per aver visto
ciò che non doveva vedere, o uccidere Candaule e prenderne il posto
come marito e come re. Gige scelse naturalmente di salvarsi, e divenne
così re di Lidia.
In questo episodio ricorrono due frasi molto significative; la prima
la pronuncia Gige quando, respingendo l’invito del suo re, ribatte:
«Quale insana proposta mi fai, o re, ordinandomi di osservare la mia
regina nuda? La donna insieme con la veste si spoglia anche del
pudore». La seconda la pronuncia la regina quando propone a Gige
l’alternativa: «Delle due l’una: o muore lui, che ha progettato questo
disegno. O muori tu, che mi hai vista nuda ed hai commesso un’azione
illecita».
Tornando al Medio Evo, oltre ad astenersi dal consumare l’atto sessuale
nei periodi legati alle funzioni fisiologiche propria della donna
(mestruazioni, gravidanza, parto, allattamento), i coniugi dovevano
rispettare la castità anche nei periodi liturgici corrispondenti alla
Quaresima, all’Avvento, alla Pentecoste, alle principali feste ed alle
relative vigilie, alle domeniche…
Questo fenomeno trova una spiegazione da un lato nella grande
diffusione del monachesimo, dall’altro nel concetto di “tempo”
caratteristico della mentalità contadina. Nel periodo altomedievale i
monaci erano infatti diventati via via sempre più importanti nella
vita delle Chiesa, di cui rappresentavano un po’ la coscienza e,
poiché professavano una rigida regola di vita, di cui il voto di
castità e la continenza erano una sorta di simbolo, essi tendevano,
consciamente o no, ad imporre norme di vita quasi altrettanto rigide
anche ai laici, celibi o coniugati. D’altronde, l’imposizione di
periodi anche lunghi di continenza, più o meno direttamente connessi
con l’affermazione dell’Ecclesiaste:«c’è un tempo per amare e un tempo
per astenersi dall’amore», era facilmente comprensibile, anche se poco
gradita, alla maggior parte dei fedeli che, appartenendo alla classe
contadina o a quella dei proprietari terrieri, erano abituati a
scandire il tempo sulle operazioni legate al lavoro della terra.
... OMISSIS ...
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