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LA VITA E IL PENSIERO DI CHARLES DARWIN
a cura di Antonio Gallerati,
4^ E 2002-2003

Charles Robert Darwin nacque a
Shrewsbury, Shropshire nel 1809; nipote di Erasmus, medico-ricercatore,
conosciuto per aver scritto due “trattatelli” di biologia, fu sicuramente
influenzato dalla famiglia nella scelta dei suoi studi e nell’interesse per
la scienza che mostrò sin da bambino.
I biografi, fra i quali primeggia suo figlio Francis,
lo mostrano infatti come un bambino normale, forse un po’ irrequieto, dedito
all’osservazione minuziosa degli esseri viventi che lo circondano; a scuola
non era fra i migliori, tanto che lo stesso Darwin si considerava “inferiore
alla media”.
A sedici anni il padre decise
di iscriverlo alla facoltà di medicina di Edimburgo: medico il nonno, medico
il padre, anche Charles doveva fare il medico. Ma la frequenza ai corsi di
medicina fu di breve durata (1825-1827), forse a causa dell’avversione di
Darwin verso il sangue o verso il dolore altrui.
Così, Charles, convintosi che
“il padre gli avrebbe lasciato una fortuna bastante a vivere con agiatezza”,
chiese al genitore di toglierlo dalla facoltà di medicina; a malincuore
Robert Waring acconsentì, ma volle che il figlio si iscrivesse al Christ’s
College di Cambridge, per farne un reverendo o un missionario.
Anche questa fu un’esperienza senza conclusione
poiché,
pur non essendo
contrario alla religione, Charles non ne
sentiva la passione; tuttavia i tre anni passati a Cambridge furono
certamente decisivi per il futuro di Darwin, dal momento che intraprendendo
durante i suoi studi discussioni con il reverendo Henslow, professore di
botanica, aumentò sempre più il suo interesse per l’osservazione diretta
della natura.
Nel novembre del 1831, dopo
aver conseguito la laurea in scienze naturali (filosofia), gli si offrì
l’opportunità di partecipare al “suo viaggio intorno al mondo”, senza il
quale non avrebbe forse avuto la possibilità di formulare la sua teoria.
In quel periodo aveva infatti
attraccato al porto di Londra la nave Beagle, al comando del
venticinquenne Robert Fitz-Roy, reduce da un lungo viaggio nei mari
dell’America meridionale. Dal momento che dalla nave il Fitz-Roy sbarcò
quattro indigeni Fuegini, prelevati dalla Terra del Fuoco, non essendo per
nulla a conoscenza della campagna contro lo schiavismo sviluppatasi in quel
periodo in tutto lo Stato, fu costretto a riportarli nella terra d’origine.
Il governo inglese pensava con quell’atto di acquistare simpatia verso le
altre nazioni; era inoltre il caso, per dare alla spedizione un maggiore
risalto di farvi partecipare un naturalista ben preparato, con il compito di
raccogliere la maggiore quantità possibile di materiale biologico: ecco
quindi che venne proposto a Darwin di imbarcarsi sul Beagle. Per
Charles, ormai decisamente orientato alle scienze naturali, esperto di
zoologia, botanica e geologia, eccitato dalle letture dei grandi esploratori
dell’epoca non poteva, ovviamente, esservi occasione migliore.
Il Beagle partì da
Devenport il 27 dicembre del 1831, in una nebbiosa e fredda mattina; teneva
a bordo un capitano autoritario, una ciurma ben addestrata, tre spauriti
indigeni e un naturalista.
Il viaggio, che durò quattro
anni, ebbe come le coste orientali dell’America del Sud, la Nuova Zelanda,
alcune zone costiere dell’Australia e numerose isole del Pacifico, fra cui
le Galapagos. Questa sosta alle isole Galapagos, site a poca distanza dalle
coste dell’Equador, quasi sull’equatore, costituì forse una fra le più
importanti esperienze per Darwin e per lo sviluppo della sua teoria. Se
infatti le osservazioni fatte in precedenza avevano convinto Darwin sulla
possibilità della successione delle forme animali e vegetali nel tempo,
l’importanza dell’ambiente, come elemento atto a delineare e a isolare le
specie, gli appare, alle Galapagos, ben chiara.
Il 2 ottobre 1836, a cinque
anni dalla partenza, il Beagle ormeggiava finalmente in acque inglesi, e
precisamente a Falmouth. Le stive erano piene di casse di materiale raccolto
dal ricercatore; cospicuo era stato anche il materiale inviato man mano alla
vecchia casa di Maer, ove biologi e geologi lo avevano già catalogato,
almeno in parte. “Vostro figlio” commentò al dottor Darwin sir Sedgwich,
professore di geologia a Cambridge, osservando il materiale inviato con vari
mezzi da Charles “prenderà posto fra i maggiori scienziati del mondo”.
In seguito alla crociera sul
Beagle Darwin pubblicò nel 1859 il suo libro più importante che aveva
meditato fin dal 1837: .
Darwin morì nel 1882 a Down,
Kent.
CARATTERI GENERALI DEL
DARWINISMO
La teoria di Darwin sulle
modalità dell’evoluzione può essere sintetizzata in questo modo:
a) esistono negli aspetti
morfologici degli individui viventi possibilità di variazioni, la cui
origine è tuttavia sconosciuta;
b) è dimostrata la tendenza
degli organismi ad accrescersi numericamente secondo una proporzione
geometrica;
c) tuttavia lo sviluppo delle
varie specie risulta limitato;
d) vi è quindi una
lotta-selezione per l’esistenza;
e) in questa lotta l’ambiente,
pur incapace di produrre variazioni ereditarie isola, per selezione
naturale, gli individui con varianti idonee, determinando, pertanto, con il
succedersi delle generazioni, l’origine di una nuova specie;
f) la specie si forma in
maniera graduale.
L’APPARIZIONE SPONTANEA DI
VARIAZIONI
Darwin, durante il viaggio
del Beagle, rimase profondamente impressionato dalla scoperta,
avvenuta nella Pampa, di grandi animali fossili, ricoperti di corazze simili
a quelle degli armadilli attuali; in secondo luogo dalla maniera in cui gli
si sostituivano l’uno all’altro via via che si procedeva nell’interno verso
sud; in terzo luogo, dal carattere sud-americano della maggior parte delle
specie dell’arcipelago Galapagos, e, più particolarmente, dal fatto che esse
presentavano leggere differenze in ciascuna isola del gruppo, mentre nessuna
isola sembrava molto antica in senso geologico.
La deduzione di Darwin in
merito a questi fatti fu che una spiegazione è possibile “solo supponendo
che le specie si vadano modificando un poco per volta”. Ma come si realizza
tale mutamento? Secondo quali modalità? “Era evidente” scrive Darwin “che né
l’azione dell’ambiente né la volontà degli organismi potevano spiegare i
casi di adattamento all’ambiente”.
Darwin si documentò quindi il più possibile sulle variazioni dei caratteri
che erano, verosimilmente alla base della modificazione della specie. Questa
documentazione, oltre ad essere fatta con la lettura di libri o articoli
relativi all’argomento, venne portata a termine nella fattoria di Darwin,
dove per anni brulicarono piccioni, galli, cani, conigli, e le serre si
riempirono di piante di varie specie; fu su questo eterogeneo materiale che
Darwin diede corpo alla prima parte della sua teoria, studiando, con molta
accuratezza il fenomeno della variazione.
Allora non si faceva
distinzione fra variazioni non ereditarie o somazioni o
fluttuazioni e variazioni ereditarie o mutazioni. Si
sapeva solo che in una popolazione i caratteri variano secondo leggi
indeterminate e alcune di queste variazioni possono essere trasmesse ai
discendenti.
Perciò secondo Darwin, la
base del meccanismo evolutivo consiste nell’apparizione, in gruppi di
individui di piccole variazioni, nella loro possibilità di sommarsi ed
essere trasmesse ai discendenti; circa le cause di tali variazioni
Darwin non si pronuncia.
DARWIN
E MALTHUS
“Nell’Ottobre 1838,
quindici mesi dopo che avevo iniziato la mia ricerca sistematica, mi
successe di leggere per diletto il saggio di Malthus sulla
popolazione, ed essendo ben pronto ad apprezzare la lotta per l’esistenza
che va avanti da molto tempo, con continue osservazioni sugli animali e
sulle piante, mi stupì molto che in certe circostanze le variazioni
favorevoli tendessero ad essere mantenute e le sfavorevoli ad essere
eliminate. Il risultato di questo era una nuova specie. Allora ebbi una
teoria sulla quale lavorare.” (Charles Darwin, dalla sua
Autobiografia, 1876)
Questo passaggio rivela il
contributo che Malthus diede a Darwin nel formulare la sua teoria sulla
selezione naturale. Quello che colpì Darwin nel Saggio sul principio
della popolazione (1798) era l’osservazione che in natura le piante e
gli animali producono più discendenza di quella che può sopravvivere e che
anche l’uomo è capace di produrne troppa se lasciato incontrollato.
Malthus concluse che a meno che la dimensione delle famiglie non fosse
stata regolata, la miseria provocata dalle carestie sarebbe diventata enorme
ed eventualmente avrebbe distrutto l’uomo. L’affermazione di Malthus che la
povertà e le carestie fossero il risultato naturale della crescita della
popolazione e delle risorse non era ben accettata tra i riformatori sociali
che credevano di potere eliminare tutte le malattie dell’uomo con strutture
sociali adeguate.
Anche se Malthus considerava
che le carestie e la povertà fossero dovute agli eventi naturali, la causa
prima di questi risultati era un’istituzione divina. Credeva infatti che
entrambi i problemi fossero un modo di Dio per evitare la pigrizia umana.
Sia Darwin che Wallace indipendentemente arrivarono a teorie simili sulla
selezione naturale dopo avere letto Malthus.
Al contrario di quest’ultimo, esprimevano i loro principi in termini
esclusivamente naturali sia per i risultati che per la causa prima. Facendo
ciò estendevano la teoria di Malthus al di là di quanto potesse farlo lui.
Capirono che produrre più discendenza di quanta ne può sopravvivere crea una
competizione tra individui strettamente imparentati e che inoltre la
variazione tra questi ne produrrà necessariamente alcuni con più possibilità
di sopravvivenza.
Malthus era un economista che
si interessò di ciò che chiamò “il declino delle condizioni di vita
nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo”. Giustificava questo declino in
base a tre elementi: la sovrapproduzione di giovani; l’insufficienza delle
risorse in relazione alla popolazione umana in crescita; l’irresponsabilità
della classe sociale bassa. Per combattere questo Malthus suggerì che la
grandezza di una famiglia della classe bassa dovesse essere regolata in modo
che le famiglie povere non avessero più figli di quanti non ne potessero
mantenere.
Darwin fu influenzato da
questo pensiero di Malthus tanto che ne fece uno dei punti più importanti
della sua teoria.
Darwin però non sapeva quale
amara satira facesse sugli uomini, e in particolare sui suoi compatrioti
quando dimostrava che la libera concorrenza, la lotta per l’esistenza, che
gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico, sono lo stato
normale del regno animale.
Nel 1862 Marx scrisse a
Engels: “Darwin, che ho riletto, mi diverte quando dice di applicare la
teoria maltusiana anche alle piante e agli animali, come se i limiti del
signor Malthus fossero rintracciabili nel fatto che egli non applica la sua
teoria a piante o animali, ma solo a esseri umani”.
Anche Engels rifiutava la
rozza descrizione e il gergo di Darwin e commentava: “L’errore di Darwin
consiste nel fatto che egli nella selezione naturale o sopravvivenza del più
adatto, mescola due cose assolutamente diverse:
1.
1. Selezione per la
pressione della sovrappopolazione, nel qual caso forse sopravvivono in primo
luogo i più forti; tuttavia anche quelli che sotto certi aspetti sono più
deboli possono farlo.
2.
2. Selezione per la
maggior capacità d’adattamento a circostanze modificate, nel qual caso i
sopravviventi sono più adatti a queste circostanze, ma tale adattamento da
un punto di vista complessivo, può rappresentare tanto un progresso quanto
un regresso.”
Chiaramente esiste in natura una lotta per la
sopravvivenza laddove esista scarsità o pericolo per i membri di una specie
da parte dei predatori. Per quanto grosso possa essere il granchio preso da
Darwin nell’accettare ingenuamente , senza averla esaminata, la dottrina di
Malthus, ognuno percepisce a prima vista la lotta per l’esistenza nella
natura, la contraddizione cioè tra l’innumerevole quantità di germi che la
natura produce a profusione e il ristretto numero di essi che in generale
può arrivare a maturità, afferma Engels, una contraddizione che si risolve
in effetti, per la massima parte, in una lotta, a volte straordinariamente
crudele, per l’esistenza. Molte specie producono un gran numero di semi o
uova per moltiplicare le loro possibilità di sopravvivenza particolarmente
nei primi anni di vita. D’altra parte, la specie umana è sopravvissuta
ricorrendo ad un altro metodo; il suo sviluppo è molto lento e una grande
quantità di energia e di sforzi viene profusa per crescere un numero
ristretto di figli, che impiegano lunghi anni per raggiungere la piena
maturità.
LA LOTTA
PER L’ESISTENZA
Dal momento che in condizioni
favorevoli tutti gli esseri viventi tendono a moltiplicarsi in modo
estremamente rapido secondo il principio dell’aumento in progressione
geometrica, per evitare che nascano più individui di quanti ne possano
realmente sopravvivere, ci deve essere necessariamente un qualcosa che
svolge un’azione frenante di fronte ad una tale e diffusa tendenza: Malthus
prima di tutti identificò questo “qualcosa” con la “lotta per
l’esistenza” che si può osservare tra gli individui della stessa specie,
tra quelli di specie diverse e tra gli individui e le condizioni di vita.
Esposta da Malthus, questa teoria venne poi approfondita, verificata e
appoggiata dallo stesso Darwin in seguito a diverse osservazioni compiute
all’interno sia del regno animale che di quello vegetale. Sebbene fossero
ancora oscure, Darwin cercò ad esempio di individuare le cause che
ostacolano la tendenza naturale di ciascuna specie all’aumento: tra queste
vi è innanzitutto la quantità di nutrimento che determina per ogni specie il
limite massimo del suo sviluppo. Solitamente però non è tanto la difficoltà
di trovare il cibo ciò che determina il numero medio di individui di una
specie, ma più che altro il fatto di essere preda di altri animali: a questo
scopo Darwin fece notare che se per alcuni anni non fossero stati uccisi né
alcun capo di selvaggina né i suoi predatori, probabilmente la selvaggina
sarebbe diventata ancora più rara di quanto non lo fosse stata già ai suoi
tempi.
Un’altra causa che, come la quantità di cibo e l’essere preda degli altri
animali esercita un forte influsso sulla determinazione del numero medio
degli individui di una specie è il clima, e in particolare la ricorrenza
periodica di stagioni o molto fredde o molto secche. Sebbene l’azione del
clima possa sembrare indipendente dalla lotta per l’esistenza, in realtà
questi due fattori sono in stretta correlazione: se ad esempio si verifica
una brusca variazione di temperatura che causa un’immediata distruzione di
cibo, ci sarà allora una lotta accanita tra i diversi individui che si
nutrono di quegli stessi alimenti.
Un altro fattore che limita la crescita smisurata di una specie è
l'esistenza di “nemici” con i quali ogni singolo individuo deve
continuamente lottare: come Darwin verificò, infatti, se ad esempio si
lascia crescere l’erba in un prato si vedrà che gradualmente le piante più
vigorose distruggono le più deboli, anche se queste sono pienamente
sviluppate. Darwin capì allora che per la conservazione di una specie è
fondamentale che essa sia costituita da un numero di individui maggiore di
quello dei suoi nemici. Per ultimo, il manifestarsi di epidemie quando una
specie, grazie a circostanze favorevoli, si moltiplica in modo eccessivo in
una zona ristretta, è un ulteriore fattore limitativo indipendente però
dalla lotta per l’esistenza.
Si può affermare quindi che per ogni specie, a impedirne una crescita
eccessiva, entrano in gioco molte cause, che possono agire in diversi
periodi della vita, in diverse stagioni, o addirittura nel corso degli anni;
alcune di queste cause si rivelano più efficaci di altre, ma in ogni modo
tutte concorrono a determinare il numero medio degli individui di una specie
e persino l’esistenza della specie stessa. Nella lotta per l’esistenza
possono essere collegati tra loro da una rete di rapporti complessi anche
piante e animali lontanissimi gli uni dagli altri nella scala della natura.
Un esempio è fornito dai bombi: se tutto il genere di questi insetti -dice
Darwin- dovesse estinguersi o diventare molto raro in Inghilterra, anche la
viola del pensiero e il trifoglio violetto probabilmente sparirebbero
completamente in quanto i bombi sono gli unici insetti che si fermano su
questi fiori e che poi quindi ne trasportano il polline.
Come vi è una stretta relazione tra i bombi e questi due tipi di piante,
così c’è una correlazione anche tra il numero di bombi e il numero dei topi
che ne distruggono i nidi e venne notato, a tale proposito, che i nidi dei
bombi erano più numerosi nei pressi delle città, dove i gatti erano più
numerosi e quindi i topi avevano meno possibilità di sopravvivere. E’
incredibile quindi come la presenza di un gran numero di felini in una
determinata regione possa determinare la frequenza di piante, mediante
l’intervento prima dei topi e poi dei bombi. Ma poiché le specie che
appartengono allo stesso genere hanno generalmente abitudini e
organizzazioni molto simili e presentano sempre somiglianze strutturali, la
lotta sarà comunque più aspra tra loro, quando si trovano in competizione
l’una con l’altra, piuttosto che tra specie di genere distinti.
LA SELEZIONE NATURALE
“In quale modo agisce sulla
variazione, la lotta per l’esistenza?” Così si apre il IV capitolo dell’Origine
delle specie, con una domanda a cui Darwin si sforzò di rispondere nel
modo migliore possibile, dimostrando una grande superiorità rispetto ai suoi
precursori, che pur avendo avuto alcune brillanti intuizioni non ebbero il
suo stesso merito, cioè quello di aver posto le basi della teoria
dell’evoluzione per selezione naturale.
Dopo essere approdato alle
conclusioni, precedentemente trattate, sulla lotta per l’esistenza, Darwin
si pose alcuni importanti interrogativi: in che modo, ad esempio può
avvenire che alcuni individui soccombano ed altri no? Perché alcune specie
scompaiono mentre altre continuano ad esistere? Non si può rispondere a
queste domande se non alla luce della selezione naturale, che rappresenta il
nucleo, la grande evoluzione della teoria darwiniana. E per dare una
“definizione” di selezione naturale o di “sopravvivenza del più adatto”,
così anche viene chiamata, è forse meglio riportare ciò che scrive lo stesso
Darwin nel III capitolo:
“…le variazioni, per lievi
che esse siano e da qualsiasi causa provengano, purché siano utili in
qualche modo agli individui di una specie nei loro rapporti infinitamente
complessi con gli altri organismi e con le condizioni fisiche della vita,
tendono alla conservazione di questi individui, e a trasmettersi ai loro
discendenti. Anche questi ultimi avranno così maggiori probabilità di
sopravvivere, perché, fra i molti individui che nascono periodicamente da
ogni specie, soltanto un piccolo numero può sopravvivere. Questo principio
per il quale ogni lieve variazione, se utile, si mantiene, è stato da me
denominato selezione naturale, per indicare la sua analogia con la selezione
operata dall’uomo. Ma l’espressione sopravvivenza del più adatto, spesso
usata da Herbert Spencer, è più idonea, e talvolta ugualmente conveniente.”
E subito dopo Darwin ci
invita a considerare la selezione come un processo non che produce
variabilità, ma che “comporta soltanto la conservazione delle variazioni non
appena compaiano e siano vantaggiose all’individuo nelle sue particolari
condizioni di vita”.
Si può forse comprendere meglio questo fenomeno prendendo in considerazione
il caso di una regione che subisca un cambiamento di clima: poiché abbiamo
già visto come sono stretti e complessi i legami che esistono tra tutti gli
abitanti di una determinata zona, ogni cambiamento nelle proporzioni
numeriche dei suoi abitanti, influisce seriamente sulla maggior parte degli
altri. Se questa regione fosse aperta nei suoi confini, l’immigrazione di
nuove forme turberebbe ulteriormente le relazioni degli abitanti originari
del luogo.
Ma se al contrario fosse isolata, come nel caso di un paese in parte
circondato da barriere, vi sarebbero dei nuovi posti che potrebbero essere
occupati se alcuni tra gli abitanti originari fossero lievemente modificati
(e che nel caso di una regione aperta sarebbero occupati da abitanti
estranei). Così facendo, ogni lieve modificazione favorevole all’individuo,
tende a conservarsi per meglio adattarlo alle sue diverse condizioni di vita
e la selezione naturale “ha libero campo per la sua opera di
perfezionamento”.
Alla variazione, che per Darwin sorge spontanea, subentra l’azione
dell’ambiente, un’azione di selezione che agisce sulle varianti, formatesi
occasionalmente, isolando i gruppi di individui con varianti utili e facendo
scomparire quelli che ne sono privi. L’isolamento geografico, in questo
caso, è molto importante perché dà alle nuove varietà il tempo di
migliorarsi con un ritmo abbastanza lento. Se tuttavia l’aria isolata è
piccola e quindi il numero totale dei suoi abitanti è limitato, diminuendo
la probabilità che compaiano variazioni favorevoli, diminuisce anche la
produzione di nuove specie mediante la selezione naturale.
Sebbene Darwin riconoscesse la
grande importanza dell’isolamento nella produzione di nuove specie, egli
sosteneva che ancora più importante a questo scopo fosse l’ampiezza di una
regione: un’area estesa, infatti, oltre a fornire maggiori possibilità di
variazioni favorevoli grazie al gran numero di individui che vi abitano,
offre anche condizioni di vita più complesse per via delle varie e numerose
specie che via hanno luogo e se una di queste specie col tempo si migliora,
allora anche le altre devono migliorare per non essere distrutte.
Infatti se le forme favorite aumentano di numero, generalmente, quelle
meno favorite diminuiscono diventando più rare: ma se una specie è rara vuol
dire che può modificarsi e migliorare non rapidamente e che quindi sarà
sconfitta nella lotta per la vita dai discendenti a loro volta modificati e
migliorati dalla selezione naturale.
Darwin parla anche di divergenza dei caratteri sostenendo che “quanto più
i discendenti di una qualsiasi specie si differenziano per struttura,
costituzione e abitudini, tanto meglio saranno in grado di occupare
nell’economia della natura numerosi posti molto diversi, e così saranno in
grado di aumentare di numero”. In questo modo le piccole differenze che
distinguono le varietà della stessa specie tendono ad aumentare e quando le
varietà stesse sono diventate ben distinte l’una dall’altra, possono
assumere la nuova denominazione di “specie”.
In molti animali la selezione
naturale è stata “aiutata”, secondo Darwin dalla selezione sessuale, un
particolare tipo di selezione che dipende non dalla lotta per l’esistenza
contro altri esseri viventi, ma dalla lotta degli individui di un sesso per
il possesso dell’altro. In questa lotta la vittoria è legata sia al vigore
del maschio, sia al fatto di possedere alcune “armi speciali”, come le corna
per il cervo; la selezione sessuale assicura ai maschi più vigorosi e più
adatti al posto che è stato assegnato loro nella scala della natura un
maggior numero di discendenti.
Se maschi e femmine, simili per abitudini di vita, presentano delle
differenze nel colore, negli ornamenti, etc. si può allora presumere che
tali differenze siano dovute principalmente alla selezione sessuale, che ha
favorito quei maschi che presentavano un qualche vantaggio sugli altri
maschi, trasmettendo ai lori discendenti di sesso maschile le “armi
vincenti”.
Per concludere
“La selezione naturale
agisce esclusivamente per mezzo della conservazione ed accumulazione delle
variazioni che sono utili nelle condizioni organiche e inorganiche alle
quali ciascuna creatura è esposta in tutti i periodi della vita. Il
risultato ultimo è che ciascuna creatura tende a divenire sempre più
migliorata in relazione alle sue condizioni. Questo miglioramento
inevitabilmente conduce ad un graduale progresso delle organizzazione del
più grande numero di esseri viventi nel mondo.”
Ci si può chiedere a
questo punto come mai esista ancora un’ampia gamma di forme inferiori meno
sviluppate di altre, se tutti gli esseri viventi tendono a “elevarsi” nella
scala naturale. Darwin risponde a questo quesito di nuovo con la sua teoria:
“La selezione naturale non
include necessariamente uno sviluppo progressivo, essa unicamente si
avvantaggia delle variazioni che sorgono e che sono utili a ciascuna
creatura nelle sue complesse relazioni di vita.”
Perciò, se esistono
ancora molte forme di bassa organizzazione, questo può dipendere da cause
diverse: può essere ad esempio che non siano sorte variazioni favorevoli e
che quindi la selezione naturale non abbia avuto modo di agire per
accumularle; o magari non c’è stato tempo sufficiente per realizzare il
massimo sviluppo. Va sottolineato però che la causa principale sta nel fatto
che in condizioni molto semplici di vita, un’organizzazione complessa non
sarebbe di nessuna utilità, ma anzi sarebbe probabilmente svantaggiosa
perché di natura più soggetta ad essere danneggiata.
IL GRADUALISMO DI DARWIN
Gli evoluzionisti moderni
vogliono dimostrare che non si verificano salti in natura, come non si
verificano nella storia. La dialettica invece sa molto bene che in natura e
anche nel pensiero umano e nella storia i salti sono inevitabili. Ma allo
stesso tempo essa non trascura il fatto innegabile che lo stesso processo
ininterrotto è all’opera in tutte le fasi del cambiamento; la dialettica
cerca solo di chiarire le condizioni determinate in cui un cambiamento
graduale deve necessariamente portare ad un balzo.
Darwin concepiva l’andamento
dell’evoluzione come un processo graduale di fasi ordinate, che procedeva a
ritmo costante. Egli aveva fatto proprio il motto di Linneo: Natura non
facit saltus (la natura non fa balzi). Questa concezione trovava
riscontro altrove nel mondo scientifico e Darwin era così vincolato al
gradualismo che costruì la sua teoria interamente in base ad esso.
Le testimonianze geologiche sono estremamente
incomplete – dichiarò Darwin – e questo fatto spiega in gran parte perché
non troviamo varietà infinite che colleghino insieme tutte le forme di vita
estinte ed esistenti, fino al più piccolo dettaglio. Chi rifiuta questo
punto di vista sulla natura delle testimonianze geologiche giustamente
rifiuterà tutta la mia teoria. Per tutta la vita Darwin si impegnò a
ricostruire un’evoluzione graduale di fenomeni che a prima vista sembravano
chiaramente il prodotto di origini improvvise. Il gradualismo di Darwin
traeva origine dalla visione filosofica posta alla base della società
vittoriana. Da questa particolare concezione di “evoluzione” sono eliminati
tutti i balzi, i bruschi cambiamenti e le trasformazioni rivoluzionarie; si
tratta di una prospettiva antidialettica che ha esercitato la sua nefasta
influenza sulle scienze fino ai giorni nostri. “Un influsso profondamente
radicato nel pensiero occidentale ci predispone a ricercare la continuità e
il cambiamento graduale,” dice
Gould.
Ad ogni modo, queste idee hanno dato origine a un’animata controversia. Il
quadro attuale delle testimonianze fossili conosciute è pieno di spazi
vuoti: da un lato i reperti fossili ci rivelano l’esistenza di tendenze di
lungo periodo, ma allo stesso tempo mostrano anche notevoli discontinuità.
Darwin credeva che questi sbalzi fossero dovuti all’incompletezza dei dati;
non appena fossero stati scoperti i pezzi mancanti, essi avrebbero rivelato
un’evoluzione del mondo naturale tranquilla e graduale. Ma Gould ed Eldrege
hanno elaborato la teoria dell’per sostenere i salti che la natura è in
grado di fare al contrario delle idee sostenute da Darwin.
Gould afferma comunque che la teoria dell’equilibrio punteggiato non è in
contraddizione con il principio fondamentale della teoria Darwin, la
selezione naturale, ma al contrario arricchisce e rafforza il darwinismo.
vede poche differenze tra il vero gradualismo darwiniano e l’equilibrio
punteggiato. Dichiara: “la teoria dell’equilibrio punteggiato è una teoria
gradualista anche se evidenzia lunghi periodi di stasi intercalati da
esplosioni relativamente brevi di evoluzione gradualistica. Gould è stato
sviato dalla propria enfasi retorica” e conclude che, “in realtà tutti sono
gradualisti”. Dawkins critica i sostenitori dell’equilibrio punteggiato per
aver, a torto, attaccato e travisato Darwin. Egli dice che è necessario
considerare il gradualismo di Darwin nel suo contesto: come un attacco al
creazionismo.
“I sostenitori dell’equilibrio punteggiato, allora sono gradualisti allo
stesso modo di Darwin e di ogni altro darwinista; si limitano ad inserire
lunghi periodi di stasi tra scatti di evoluzione graduale.” Ma questa
appunto, non è una differenza secondaria, è il nocciolo della questione.
Criticare la debolezza del darwinismo non significa necessariamente sminuire
il suo impareggiabile contributo, ma piuttosto fonderlo con una comprensione
del cambiamento reale. Solo in base a ciò il contributo storico di Darwin
può essere dispiegato in tutte le sue potenzialità, come spiegazione
dell’evoluzione naturale. Come afferma Gould: “ La moderna teoria
dell’evoluzione non richiede cambiamenti graduali. Infatti, l’operazione dei
processi darwiniani dovrebbe rendere ciò che vediamo nei reperti fossili”. È
il gradualismo che dobbiamo rifiutare, non il darwinismo.
LA STESURA DELL’ORIGINE
L’Origine delle specie
fu pubblicata nel 1859, anche se la visione completa della teoria era stata
acquisita da Darwin molto prima.
Questo libro ebbe sin
dall’inizio un grande successo, cosa difficile d a credere essendo,
soprattutto nella seconda metà, un libro di non facile lettura; l’origine di
tale successo va trovata innanzi tutto nella popolarità del nome di Darwin,
già conosciuto per il Viaggio intorno al mondo e all’ambiente
culturale dell’Inghilterra vittoriana, alquanto maturo per accettare teorie
“progressiste”.
Tuttavia, come sospettava Darwin, si accese intorno
all’Origine delle specie una
vivace polemica,
poiché la scienza ufficiale era ancor ancorata al più duro fissismo.
Accettare l’evoluzione
significava, infatti, giungere direttamente al più grosso e al più
importante de punti interrogativi: e la specie Homo sapiens da dove
deriva? Veniva da sé pensare alle specie più evolute di Primati vicini
all’uomo, e quindi alle scimmie antropomorfe.
Come conciliare questa
possibilità di interpretare la presenza dell’uomo sulla Terra con la
certezza della sua origine divina, per atto creativo, così come asseriva la
Bibbia? Su ciò Darwin aveva scritto una sola frase: “Si farà luce anche
sull’origine dell’uomo e della sua storia”. Egli aveva trattato dell’origine
della specie senza riferirsi ad alcuna specie in particolare; infatti non
avrebbe potuto dire di più perché solo da poco era stato scoperto il primo
resto fossile umano, cioè la calotta di Neandertal.
Tuttavia si accesero diverse
discussioni sul suo lavoro, alla quali Darwin non partecipò mai, intento a
revisionare la sua opera e a raccogliere materiale per altre pubblicazioni
scientifiche.
BIBLIOGRAFIA
Charles Darwin, L’origine delle specie, Boringhieri
Paolo Tofini, Storia dell’evoluzione biologica, Edizioni
Avanti!
Marcel Prenant,
Darwin,
Artigrafic
Alan
Moorehead, Darwin e la Beagle, Rizzoli
Niles Eldrege,
Ripensare a Darwin, Einaudi
Ernst
Mayr, Il modello biologico,McGray-Hill
a cura di Antonio Gallerati, 4^ E 2002-3
copyright by Ernesto Riva
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