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 CHE COS'E' IL CAPITALISMO?

 a cura di Valentina Giuoco, 5^ E 2001

 

 

Il Capitalismo è un sistema economico caratterizzato da un’ampia e sistematica applicazione della produzione e della scissione della proprietà delle merci di produzione del lavoro.

 

GLI ESORDI DEL CAPITALISMO:LE TEORIE E IL MERCANTILISMO

Un secolo e mezzo fa Marx ed altri filosofi sostennero che il capitalismo si sarebbe dissolto perché minato dalle lotte fra borghesia e proletariato e perché vittima designata delle sue più intime contraddizioni. Le sue predizioni non si sono avverate anzi si è assistito al crollo del comunismo, suo antagonista storico.

Schumpter riteneva che sarebbe stato destinato o all’estinzione o al passaggio al socialismo, quando i gruppi d’interesse e l’intervento dello Stato avrebbero preso il sopravvento sull’iniziativa e sulla impresa individuale.

In una sua opera si propone di dimostrare che lo avrebbe atterrato solo l’esaurimento della sua forza d’urto. Il gigantismo industriale e l’economia programmata concorsero oltre che a tenerlo in vita, a porre le premesse di nuovi equilibri strutturali e di un ciclo espansivo più intenso.

Su una cosa aveva ragione, che sarebbe stato destinato al declino quando fosse mancata la capacità del sistema di impresa di produrre ricchezza e sviluppo. Risale a cinque secoli fa la nascita della prima forma di economia di mercato.

Weber attribuisce la nascita dello spirito di impresa all’etica protestante ed in particolare alla componente più radicale della Riforma che considerava il successo ottenuto con il proprio lavoro come predilezione o salvezza eterna.

Sombart scorgeva nel Tomismo e nella tarda Scolastica le argomentazioni per giustificare il guadagno fine a se stesso e che la questione per San Tommaso stava nel giusto prezzo degli scambi. A dare forma al Capitalismo furono l’intreccio di esigenze concrete, di motivi ideali convergenti che spinsero gli Europei ad uscire da un’economia stagnante e dal tradizionalismo.

Parte importante fu la scarsità di argento ed oro e la convinzione che in zone inesplorate ce ne fossero grandi quantità. Per gli Europei la scoperta del Nuovo Mondo oltre a grossi quantitativi d’argento e d’oro, consentì di avere anche abbondanti e fertili terre, bestiame e molta manodopera da utilizzare. Il trapianto di mais e patata fu determinante per le classi più deboli e provocò un aumento della popolazione.

L’Inghilterra, l’Olanda, le città fiamminghe ed la Lega Anseatica fornirono l’humus affinché il Capitalismo si acclimatizzasse. La Spagna distolse il ceto medio, attratto dai facili guadagni, dal commercio e dai mestieri. Al Portogallo mancò un’adeguata popolazione per sfruttare la sua posizione. L’Italia seguì la sorte di questi stati. Solo Venezia e Genova resistettero, il resto della nazione era divisa in tanti staterelli. Olandesi ed inglesi furono quelli che beneficiarono di più dall’espansione dei traffici. I principali intermediari fra Europa e Asia, furono i secondi che riuscirono a togliere l’egemonia spagnola sulle terre del Nuovo Mondo e sulle rotte atlantiche.

In Asia, gli olandesi cercarono con ogni mezzo di impossessarsi delle ricchezze delle varie isole e togliere ai portoghesi il commercio delle spezie; capirono però che da soli non ci sarebbero riusciti. Gli inglesi giunti nel secolo successivo riuscirono a rompere il dominio spagnolo sui traffici con il Nuovo Mondo. La capacità di inglesi, olandesi, danesi e Lega Anseatica di porre le basi per un mercato di massa fu la base del successo economico da cui scaturì la fortuna dei paesi europei occidentali. I prodotti ed i commerci di beni di prima necessità coprirono una crescente richiesta dovuta ad un aumento della popolazione.

All’espansione dei traffici corrispose l’ampliamento dell’economia monetaria. A Londra ed ad Amsterdam nacquero le prime borse per trattare beni mobiliari, dock, banche. L’economia di massa nacque grazie alle operazioni sui cambi.

Il passaggio del Feudalesimo al Capitalismo non fu né uniforme né lineare e così anche per la borghesia. Per Sombart il borghese è l’individuo in cui si fonde il borghese, l’imprenditore capitalista, l’eroe; la critica storica gli contrappone un ’ immagine più sobria e realistica.

Per lui la borghesia commerciale ed imprenditoriale si differenzia dalla nobiltà, dedita agli affari, per i valori ed gli ideali. Sia l’Olanda che l’Inghilterra pianificarono la loro economia. In Francia, nei principati tedesche e nell’Impero asburgico una rendita, la ricchezza patrimoniale, un ufficio facevano da premio all’accumulazione.

Da queste idee i ceti di queste zone trovarono la linfa per un sistema basato sull’esperienza, sul metodo ed osservazione diretta.

I sovrani assolutisti affermarono che per arricchire lo stato ed accumulare ricchezze avrebbero dovuto utilizzare solo gli strumenti che il Capitalismo finanziario e commerciale offrivano.

Il mercantilismo contribuì a dar luogo a misure particolari per il conseguimento sia di maggiori metalli preziosi e di un adeguato volume di circolazione monetaria.

Alle compagnie privilegiate di commercio si deve il commercio di un prodotto e l’esclusiva degli scambi fra la madrepatria e le sue colonie.

   ... OMISSIS... 

 

  UN MERCATO GLOBALE

Si profila all’orizzonte una competizione fra le principali potenze economiche all’interno di un mercato globale e interdipendente dove si stanno aprendo frontiere all’aumento degli scambi, dei movimenti di capitali, di aumento di joint-ventures fra imprese di diversi paesi.

Con il Uruguay Round si sono poste le premesse per il passaggio al multilateralismo del mercato mondiale, comportando interdipendenza economica e concorrenza fra le parti da causare una specie di guerra fredda fra i paesi più avanzati talvolta violenta e implacabile.

Si contendono il primato l’Europa comunitaria con al vertice la Germania, L’America del Nord l’Asia occidentale e la Cina. Vincerà chi avrà più risorse e saprà meglio utilizzarle. Importanti sia i fattori istituzionali che la flessibilità del mercato del lavoro, gli investimenti dei capitali, le formazioni

L’Europa presenta problemi di debolezza dovuti all’occupazione, alla stabilità monetaria, al processo d’integrazione dell’Unione Europea, i paesi ex comunisti per una difficile fase di transizione mentre nubi si addensano sulla Russia.

L’Europa si presenta divisa fra Est ed Ovest, fra i membri dell’unione europea, divari all’interno dei paesi occidentali. A zone floride si contrappongono zone estese marginali e molte regioni in posizione intermedia fra i due poli estremi. In questa alternanza l’America si trova in posizione migliore rispetto all’Unione Europea, ha riguadagnato nelle esportazioni mondiali di manufatti, nei servizi, nella produttività industriale, negli investimenti in impianti e macchinari.

Un nuovo ciclo espansivo ha riportato il prodotto interno lordo americano ai vertici mondiali assorbendo grazie a nuovi posti di lavoro manodopera dall’Asia e dall’occidente. Con la caduta del dollaro non svolgono più funzione propulsiva.

Nell’ultimo decennio è l’Asia a conoscere i progressi più rilevanti, si assisterà quindi alla salita al vertice del prodotto interno lordo della Cina, del Giappone, dell’India, della Thaylandia, della Corea del Sud. Dopo due secoli e mezzo ritorno della supremazia all’Asia. Se l’economia giapponese non é più dirompente fa ancora da battistrada nei settori innovativi.

Con l’ascesa in breve tempo della Cina di Deng fa intuire il raggiungimento di traguardi ambiziosi solo se al binomio crescita industriale corrisponda sviluppo dell’agricoltura, poiché l’importazione dall’estero aprirebbe una voragine nella bilancia commerciale e nel suo stock di risorse.

La crescita dei paesi dell’Asia orientale ed il loro successo è dipeso dai livelli di efficienza e rendimento, si presume che non sarà travolgente come in passato.

Nel prossimo ventennio alcuni paesi vicini all’Oceano Indiano e del Pacifico entreranno fra i paesi ricchi altri ridurranno l’enorme Gap che li divide dall’Occidente.

Una sostanziale modifica non è l’unica posta in gioco, ci si chiede quale genere di capitalismo avrà la meglio. Quello contraddistinto da un forte spirito competitivo, dalla massimizzazione dei profitti a breve termine, dalla supremazia del mercato finanziario e delle Corporation.

Oppure il secondo che si fonda fra iniziativa privata e politiche economiche pubbliche, sulla programmazione negli investimenti a breve termine, sul consenso sociale. Se il primo sembra vantaggioso per efficienza economica e capacità di relazione alle innovazioni non lo è per la distribuzione del reddito e la solidarietà verso le fasce deboli.

Mai come oggi è evidente la divisione esistente nell’ambito del capitalismo mondiale, entrambi procedono su binari diversi. Non solo perché la parte atlantica non riesce a prendere quota e perché il Giappone e la Germania non hanno rafforzato il F.M.I e perché non hanno attuato un intesa per bloccare la volatilità dei cambi, quindi guerra fra gli stessi appartenenti ma difficile chi vincerà.

Il risultato degli ultimi anni ha modificato il quadro di riferimento delle economie avanzate, la natura e i termini del loro rapporto. La competizione ha causato il decentramento di attività produttive, di investimenti in zone a basso costo del lavoro dove è possibile utilizzare meglio e più a lungo la manodopera, gli impianti dando origine ad una economia transnazionale. I risparmi che si realizzano compensano gli oneri.

In India, Cina, Malaysia il costo è otto-dieci volte più basso che nell’Europa occidentale e nel Nord America. Occorre impiantare i complessi dove c’è possibilità di allargamento e maggiori saggi d’incremento. Si riscontra aumento sia della occupazione che della produzione in Asia sud Orientale e in America latina, quindi un aumento delle loro capacità competitive.

Ad una flessione dei livelli occupazionali concorsero non solo tecnologie sofisticate ma anche nuovi concorrenti. Si deve all’automazione ed a fattori esterni ed interni la rottura fra crescita economica e posti di lavoro senza elevare gli indici di produttività come in passato.

Il lavoro informatico in rete ha sostituito quello a catena però non in tutti i settori il saldo è stato negativo. Le innovazioni hanno creato nuovi posti, migliorato l’occupazione qualitativa e diminuito carichi e ritmi

L’intreccio di varie cause ha fatto della disoccupazione un fenomeno di massa, non è esplosivo come prima ma incide sui bilanci statali. E’ possibile ridurla migliorando l’allocazione delle risorse, avvicinando domanda e offerta, incentivando le imprese, elevando la professionalità.

La mano pubblica e privata può promuovere iniziative alle reti internazionali di comunicazione via etere e cavo. In questa direzione convergono il rapporto Delars ed i progetti di riformulazione del Welfare incentrata in progressi formativi avanzate da forze socialdemocratiche. Il metodo di partecipazione potrebbe essere uno strumento preciso.

La ricerca di nuove via d’uscita hanno sollevato alcune proposte come quelle di Meade: studiare la possibilità di riconoscere un reddito minimo di base garantito dallo stato ad ogni cittadino maggiorenne, a corrispettivo di doveri sociale ed a promuovere la formazione di cooperative di imprese i cui membri vengono retribuiti differentemente.

Esistono altri sistemi per diminuire la disoccupazione per esempio il no-profit, un sistema di produzione e distribuzione di servizi basato sul principio della cura degli anziani, degli inabili, sulla tutela ambientale, sulla manutenzione del territorio ed alla valorizzazione dei beni culturali.

Le tecnologie elettroniche stanno trasformando non solo il mondo produttivo e dei sevizi, ma quello finanziario. L’intreccio fra Borse e piazze finanziarie costituiscono un aspetto fondamentale della globalizzazione del mercato.

La violenta performance dei mercati finanziari ha accelerato l’internazionalizzazione dell’economia aprendo nuovi canali d’investimento e ha prodotto tensioni e instabilità.

Per lungo tempo non si erano registrate né crescite di tassi d’interesse né fluttuazione dei cambi.

La rilevante incidenza dei mercati finanziari si è estesa oltre alla sfera produttiva anche a quella delle politiche pubbliche. Ormai i mercati finanziari sono un perno fondamentale nella valutazione dell’operato e dell’affidabilità dei vari governi, che sono condizionati da codesti.

Se gli operatori vogliono conseguire rapidi guadagni le condizioni economiche devono essere soddisfacenti. La base della stabilità economica si deve a quella politica.

La fuga dai paesi sottosviluppati verso i più avanzati è dovuta all’aumento demografico, alle epidemie e carestie. Immanuel Wallerstein sosteneva che la pressione delle masse più misere ed emarginate avrebbe scardinato il sistema capitalistico, mentre l’economia capitalista avrebbe prodotto sprechi a scapito dei bisogni della collettività

Negli ultimi decenni dello scorso secolo si sono avuti risultati positivi anche alle politiche del F.M.I ed alla Banca Mondiale.

La rinegoziazione dei prestiti è una premessa per la privatizzazione. Però c’è ancora molto da fare per ridurre l’abisso tra quelli più avanzati e quelli poveri. L’O.N.U ha sollecitato aiuti dai paesi industrializzati verso i più bisognosi.

Ci si chiede come si potrà contenere la crescita della popolazione e ridurre lo squilibrio fra il mondo industrializzato e il resto del pianeta. Non si possono fare previsioni, dobbiamo abituarci che il nostro destino è inscindibile da quello degli altri. Le frontiere della democrazia si sono estese fino ad abbracciare stati sempre più ampi ma non salde da evitare pericoli. Neanche la libertà assicurerà un sistema veramente democratico se all’eliminazione di strutture monopolistiche non si accompagnerà il passaggio ad un’economia di mercato che assocerà sviluppo, riforme e moralizzazione della vita pubblica specialmente dell’Est.

Il Mercato europeo si deve impegnare ad aiutare sia i paesi dell’Est, affinché acquisiscano libertà, democrazia e condizioni idonee per le loro economie, sia quelli dell’America latina uscite da dittature e soffocate da regimi militari.

Questa organizzazione internazionale ha il compito di mettere a punto efficaci strumenti di intervento per agevolare le loro economie.

Sono ancora valide le teorie di Schumpter e di Keynes: il primo identificò nel tasso di innovazione la ragione di essere e la forza propulsiva del capitalismo; il secondo nella disoccupazione il maggior pericolo per la stabilità del potere.

Il capitalismo ha vinto su tutta la linea, non per questo è venuto meno il grosso dilemma che l’ha accompagnato e ancora lo accompagna. Ci si chiede infine se ci riserverà un domani migliore oppure ci opprimerà, ma questo è legato alla democrazia.

 

 ... OMISSIS...    

 

 a cura di Valentina Giuoco, 5^ E 2001

 

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