| |
Vita e scritti
Nacque a Roma il 4 dicembre del 1904. Si laureò in lettere e in
giurisprudenza. Docente di storia della filosofia a Firenze, Pisa e Roma
. Arrestato per motivi politici nel 1942, in carcere riuscì a scrivere
le Lezioni di filosofia (ed. Einaudi). Ha diretto l’Istituto
italiano di cultura di Londra. Fu membro dell’Accademia nazionale dei
Lincei. Morì nel 1986.
Tra gli scritti ricordiamo: I fondamenti della logica aristotelica,
1927; Studi sull'eleatismo, 1932; La scuola dell'uomo, 1939; Il metodo
dell'economia e il marxismo, 1944; Difesa del liberalsocialismo,
1945;Saggi di etica e di teoria del diritto, 1947; Lezioni di filosofia,
I: Logica, gnoseologia,ontologia, 1948; II: Etica, giuridica, politica,
1946; III: Estetica, semantica, istorica, 1947; Logo e dialogo, 1950;
Scuola sotto inchiesta, 1957; Verità e libertà, 1960; Filosofia del
dialogo, 1962; Quaderno laico, 1967; Storia della logica antica,I: L'età
arcaica, 1967; Le regole della democrazia e le ragioni del socialismo,
1968, ecc.
Il pensiero
Ne La conclusione della filosofia del conoscere, Guido Calogero
sostiene che “come nel secolo decimo-ottavo morì la metafisica, nel XX
muore la gnoseologia”. In che senso deve essere intesa questa
affermazione così radicale? Egli si definisce un “misologo”, nel senso
di “nemico di ogni teoria della teoria non meno che di ogni tecnologia e
metafisica, avversario insofferente dei filosofi che filosofano sulla
filosofia e di pensatori che pensano il pensiero, e che finiscono come
chi, invece di respirare dell'aria, pretenda di respirare il suo stesso
respirare”. Con questo Calogero non ha voluto negare la logica intesa
come un insieme di regole del colloquio, come norme di onestà e di
coerenza da seguire nell’argomentare, ma ha negato il formalismo
astratto, l'intellettualismo dogmatico dei principi a priori che
fatalmente conducono, secondo Calogero, alle presunzione del filosofo
puro, “macchinista della verità”. E le teorie intellettualistiche
dell'essere e del conoscere non hanno per Calogero alcun valore: se cade
così il mondo astratto dell’apriori logico, non cade però la logica
delle cose, la quale non è altro che un aspetto delle cose stesse, e da
qui la necessità di una tecnica dimostrativa e il dovere della coerenza,
la quale esige che “dobbiamo tenere gli occhi aperti sul reale, non
stancarci di guardare il volto dell'esperienza”.
Non vi è dunque propriamente nessuna regola per il pensiero se non la
regola del dialogo, che esprime la volontà morale di capire gli altri, e
di rendersi comprensibile agli altri. Il principio del dialogo è il
principio etico fondamentale. Il principio del dialogo è una decisione
del volere, è un imperativo etico (la volontà di discutere non ha
bisogno di essere discussa, perché ogni discussione la presuppone) (cfr.
Filosofia del dialogo, p. 73).
In altri termini Calogero, affermando l'esclusiva indiscutibilità di
questo principio, sostiene che in ogni situazione dialogica tutto può
essere discusso tranne il principio che regola la discussione stessa. Ma
si badi: nessuna norma può impedire la discussione, se tale norma non è
frutto della volontà del singolo individuo, che preferisce non
comunicare affatto e chiudersi ad ogni confronto con l'Altro.
Il principio del dialogo, dunque, si erge a principio valido per tutti,
in quanto garante del rispetto di tutti. Esso va oltre il dogmatismo,
poiché permette ad ognuno di esprimersi, e supera anche la critica
scettica, dal momento che è esso stesso a permettere che tale critica
abbia la possibilità di essere espressa (cfr. Filosofia del dialogo,
p. 69).
Il nesso di teoria e di pratica è chiaro e, a proposito di morale,
Calogero ritiene che noi possiamo, se vogliamo, non uscire dal nostro
io, ma possiamo anche volere il bene altrui, possiamo cioè praticare
l'altruismo. E ciò significa che la legge morale è un libero programma
della mia volontà, che non appartiene alla sfera dell’essere ma a quella
del dover-essere. Di qui l’identità di moralità e altruismo, di moralità
e bene degli altri, che io non posso né devo trattare come fossero cose
se voglio agire moralmente; vivere per gli altri, donarsi, limitarsi:
ecco il programma morale dell'uomo e la sola maniera di evadere dal
solipsismo. “L’io limita la propria libertà per quella del tu, il quale
a sua volta limita la propria per promuovere quella del terzo e così
via”. Il che vuol dire che “l’io pone il tu e il lui” (cfr. La scuola
dell'uomo, p. 4). Vi è così l'identità tra morale e educazione. Per
Calogero anzi “l’analisi dell’educazione è la stessa analisi della
moralità”. “L'esigenza pedagogica, che dopo aver fatto porre all’io il
proprio limite nel tu, vi fa imporre al tu e il suo limite nel lui, è la
stessa più profonda esigenza della moralità”(ibid, p.35).
Nell’ambito della pedagogia l’educazione è intesa come altruismo. Il
rapporto tra educatore e educando va oltre il semplice rapporto
dualistico: si deve formare l’educando in modo che, sua volta, diventi
educatore di altre persone e si abneghi per esse.
La filosofia di Calogero contiene anche affermazioni che definirei quasi
esistenzialistiche: “io non posso mai non essere io”; “ogni valutazione
è autonoma, compiendosi nella sfera di quella presenza soggettiva, che
non può mai risolversi in nulla d'altro. Sono io che valuto, io che
approvo e disapprovo, e che di conseguenza decido”. L’uomo è coscienza,
consapevolezza ovvero, nel linguaggio di Calogero, “presenza”, il che
implica un impegno etico, libero e responsabile. Infatti non c’è mai,
secondo Calogero, qualcosa o qualcuno che si possa imporre a noi: non
c’è nessuna legge o regola esteriore costrittiva al punto tale da
doversi sottomere ad essa ma soltanto le nostre valutazioni e le nostre
scelte. Siamo sempre e solo noi che decidiamo volta per volta, momento
per momento, per il presente e per il futuro (il passato è anch’esso
stato una nostra scelta). “Voler questo o quello, agire in questo o in
quel modo, comportarmi moralmente o immoralmente, questo è lasciato alla
mia facoltà: appartiene al regno del possibile, cioè alla sfera dei miei
programmi d'azione. Seguire un certo ideale è per me un’esigenza, non
una fatalità: sarà, se così si vuol dire, la soverchiante necessità
interiore del mio atto, ma è comunque una necessità determinata, di cui
è concepibile la mutazione, e che quindi è affatto diversa da quella per
cui io non posso mai non essere io e non essere volontà. Non è, insomma,
un destino: è un dovere” (La scuola dell’uomo, p. 22).
Da questo punto di vista, l’io è assolutamente libero; la libertà umana
è assoluta perché l’uomo è comunque libero di decidere e scegliere quale
vita costruirsi, quale desiderio appagare e a quale progetto aspirare.
Ma attenzione, libertà assoluta non vuol dire né arbitrio né
onnipotenza: l’uomo non può né riesce a fare tutto, “altro è infatti la
libertà, altro l’onnipotenza”. Inoltre, “La libertà che si deve amare è
la libertà altrui; e questa, a sua volta, solo in quanto rispettosa e
promotrice di ulteriori libertà altrui”(cfr. Etica, giuridica,
politica, p. 338). Solo tale tipo di libertà può essere una libertà
giusta e, di conseguenza, etica.
La scelta etica è una scelta dell'Io, e perciò, contemporaneamente, sia
della sua ragione che della sua volontà. La legge morale, ad esempio,
può giungermi dall'esterno, ma essa diventa davvero la mia scelta morale
se io ritengo giusto seguirla e non solo perché altri me la propone o
addirittura me la impone.
Eticità è uscire da se stessi, volgersi all'universale. Ma da se stessi,
a ben vedere, in un certo senso, non si può mai uscire. Io non posso
mai, esistendo, cessare di essere io, di volere ciò che pare meglio a
me. Che io “esca da me”, può solo voler dire che io, in me stesso, cerco
di far posto il più possibile ad altri pensieri, ad altre volontà, ad
altri sensi e gusti della vita, rispetto a quelli miei: che io faccia
posto, insomma, ad altre persone, che io viva in me l’altrui gioia e
l’altrui dolore, e nell’altrui bene senta il bene mio (cfr. Saggi di
etica e di teoria del diritto, p. 3). “Ad essere altruisti bisogna
decidersi, e per questa decisione si è soli con se medesimi: soli con la
propria volontà e libertà. Non si può esigere nessun motivo o pretesto”.
L'altruismo è innanzitutto volontà di comprensione dell’Altro.
Comprensione, tuttavia, non significa solo ascolto o semplice scambio di
opinioni. Questo è solo l’inizio. Il riconoscimento del tu non si attua
solo con le parole; la comprensione non è soltanto capire gli argomenti
dell’altro ma anche le sue esigenze, “persino nel caso in cui esse non
siano espresse in parole”. Infatti “Parlare con Caio non è ancora
abnegarsi moralmente per Caio, cioè porre la personalità e sensibilità
di Caio sullo stesso assoluto piano della propria: anche il sicario può
discorrere con la sua futura vittima” (cfr. La scuola dell’uomo,
p. 25). In altri termini, io non devo soltanto stare a sentire ma anche
aiutare l’altro a parlare, cioè sviluppando la capacità altrui di
manifestare se stesso. “Capire gli altri, significa volere che essi
possano esprimersi: e non c'è riconoscimento del loro diritto
fondamentale che non sia implicito in questa volontà” (cfr. Filosofia
del dialogo, p. 52). Il che implica però un’altra condizione: che
ogni uomo possa esprimersi liberamente ed essere compreso, abbia quindi
la possibilità di vivere con dignità.
A questo riguardo, c’è un altro principio che è fondamentale per
Calogero ed è compreso in quello del dialogo: è il principio del
laicismo. Laicismo significa da un lato non pretendere mai di possedere
la verità più di quanto gli altri possano pretendere di possederla,
dall’altro il rifiuto di ogni dogmatismo e in difesa di ogni uomo
dall’invadenza dei “cattivi stati e delle cattive chiese” (Filosofia
del dialogo, p. 117). E si badi: laicismo anche contro il laico
dogmatico che non accetta la convivenza di tutte le possibili filosofie
e ideologie. L’etica di siffatto laicismo conduce alla tolleranza e alla
coesistenza degli uomini in una “casa comune” che è la casa in cui
“nessuno deve sentirsi come straniero, come abitante non di pieno
diritto, anche se la sua fede si trovi a non essere condivisa da nessun
altro”(ibid., p. 268). Ma attenzione, ciò non porta all’irenismo
o al lassismo o all’estremismo di certe posizioni come gli attuali
terrorismi (tanto per fare un esempio). Anzi, dice Calogero, è proprio
il dovere di comprendere gli altri che ci permette di distinguere tra le
varie azioni compiute e di stabilire una tavola di valori, a seconda che
esse siano più o meno conformi all’imperativo supremo del dialogo.
Potremo e dovremo sempre criticare certe azioni e comunicare tali
critiche a chi le ha compiute.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Alcune opere di Calogero sono state rieditate dalle edizioni Diabasis:
La scuola dell'uomo, Le regole della democrazia ecc.
copyright by Ernesto Riva
|
|