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L’EPOCA DI BONIFACIO VIII
• La lotta tra Impero e Papato nella seconda metà del XIII sec. La
crisi di due istituzioni.
Mentre nell’Italia meridionale (Regno di Sicilia) si costruivano le
strutture di una compagine accentrata, nell’Italia settentrionale
(Regno d’Italia) si accentuava l’autonomia comunale che da tempo
insediava l’autorità del potere imperiale: le alimentava anche il
papato, sempre timoroso di un’unione di tutta l’Italia sotto la
corona sveva, che avrebbe inevitabilmente soffocato la Chiesa e
compromesso la sua libertà d’azione.
Lo scontro fu scatenato da Enrico VII ,figlio cui Federico II aveva
affidato il regno di Germania, contro il suo stesso padre; il primo
infatti sosteneva che la politica del padre, totalmente incentrata
sulla Sicilia, nuoceva la stabilità del potere imperiale in
Germania. Federico domò senza troppi problemi la rivolta del figlio,
nonostante l’alleanza di quest’ultimo con la Lega Lombarda.
La vittoria fu confermata nel 1241 con la sconfitta della flotta
genovese, filo-papale, che stava trasportando a Roma i vescovi
francesi convocati da papa Gregorio per un Concilio che avrebbe
dovuto deporre l’imperatore: molti prelati annegarono, i rimanenti
furono catturati.
Papa Gregorio morì lo stesso anno, ma il suo successore, Innocenzo
IV, convocò immediatamente un Concilio a Lione (1245), scomunicò
l’imperatore proclamando inoltre una crociata contro di lui.
In tutto l’impero si scatenarono tumulti e ribellioni, cessate per
l’avvento dell’improvvisa morte dell’imperatore.
Il contrasto fra Papato ed Impero provocò nei comuni italiani la
lotta tra i loro rispettivi sostenitori, denominati guelfi e
ghibellini. Tale lotta, però, traeva origine non tanto da motivi
ideologici quanto da preesistenti spaccature politiche interne al
comune.
La politica audace del successore di Federico II, Manfredi, provocò
la scomunica del papa il quale, nel 1266, proclamò re di Sicilia
Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia che pose fine alla
dinastia sveva.
Il nuovo dominio angioino fu particolarmente duro; fra l’altro una
forte pressione fiscale fu fra le cause della rivolta siciliana
contro gli angioini che, con il passaggio dell’isola sotto il
dominio aragonese, spezzò l’unità dinastica del regno meridionale.
• Conflitto fra monarchia francese e Papato.
Alla fine del XII sec. i diretti possedimenti della monarchia
francese erano assai modesti rispetto a quelli dei grandi feudatari
e ai feudi del re d’Inghilterra. Attraverso la riacquisizione del
controllo diretto di molte regioni e il potenziamento
dell’amministrazione, Filippo II Augusto fece della Francia una
delle più forti monarchie dell’Occidente.
La necessità di accrescere le entrate finanziarie della corona,
spinse il re di Francia Filippo IV il Bello ad imporre decime al
clero senza il consenso papale. Da ciò ebbe origine un duro e lungo
scontro tra il re ed il Papa Bonifacio VIII, scontro che coinvolse
la questione della superiorità del potere papale sul potere
monarchico anche in campo temporale.
Bonifacio VIII decise di ricorrere alla sanzioni ecclesiastiche
secondo lo stile di Innocenzo III: lanciò la bolla Clericis laicos
(25 febbraio 1296), con la quale vietò ai prelati francesi di
corrispondere le tasse al loro re e ai laici di imporre tasse agli
ecclesiastici, pena la scomunica. Egli pensava con ciò di guadagnare
per sé tutti questi prelati che si erano sempre lamentati di venire
oppressi da eccessivi gravami fiscali, e al tempo stesso intendeva
sottrarre al re i mezzi finanziari affinché non venissero adoperati
per le sue imprese guerresche contro l’Inghilterra.
Con ciò il papa interveniva da legislatore nelle sfere vitali di
stati, che stavano diventando sempre più coscienti della propria
autonomia. Praticamente in seguito a questa deliberazione, i re
nella conduzione delle loro guerre sarebbero stati dipendenti dalla
buona volontà del papa (che doveva permettere di imporre tasse per
la guerra).
Filippo il Bello rispose vietando qualsiasi esportazione di denaro
dalla Francia all’Italia, venendo così a paralizzare la maggior
parte delle entrate finanziarie della Camera apostolica.
Bonifacio reagì il 20 settembre inviando al re Filippo IV un’aspra
missiva, in cui lo accusava di violare le libertà ecclesiastiche e
gli ricordava che l’editto non conteneva nulla di nuovo: esso dava
al papa il diritto di difendere il proprio clero, ma non escludeva
la possibilità di aiutare il re concedendo l’imposizione di tasse
speciali, tanto più che Bonifacio era sempre stato amico della
Francia. Lo scritto concludeva con la minaccia che il papa sarebbe
stato costretto a ricorrere a mezzi straordinari nel caso che la
Francia non avesse ceduto. Per risposta in tutto, il territorio
francese, naturalmente per iniziativa della corte, fu avviata una
propaganda che rimetteva polemicamente in discussione i rapporti fra
laici e clero all’interno della chiesa. Vi si affermava inoltre che
la chiesa francese, a causa dei suoi ricchi possedimenti provenienti
dai laici, aveva particolari obblighi verso la comunità “statale” e
che le pene minacciate dalla curia erano da considerarsi illegali.
Nello scritto molto diffuso Disputatio inter clericum et militem si
ammetteva che il potere secolare doveva aiutare quello
ecclesiastico, ma si contestava che da tutto ciò si arrivasse a
concludere che il potere ecclesiastico fosse superiore a quello
secolare. Alla chiesa clericale si consigliava perciò un ampio
processo di spiritualizzazione: la sua vocazione era la diffusione
della parola e l’amministrazione dei sacramenti, la sua
preoccupazione doveva essere il regno dei cieli e non quello della
terra. Infine la chiesa doveva aiutare il re, perché questi era
preposto alla sua difesa.
In seguito a questa polemica le potenze politiche si disposero
diversamente: le Fiandre, minacciate dalla Francia, si allearono
all’Inghilterra, i sovrani burgundi ripresero contatto con la
Germania. In simili circostanze la cosa più conveniente per la
corona francese e per i suoi consiglieri sembrò essere un accordo
con il papa, non una guerra contro di lui. D’altra parte la perdita
delle entrate francesi paralizzava la politica della curia, per cui
pure essa era favorevole ad un’intesa.
Bonifacio VIII finì col rievocare gli ordini dati: in
interpretazione della legge allegata ad essa si spiegava che le
tasse versate dal clero spontaneamente non avevano bisogno di
approvazione pontificia e che in caso di necessità, se non ci si
poteva rivolgere in tempo al pontefice, tale approvazione poteva
essere presupposta. Quando l’episcopato francese chiese a Bonifacio
VIII di approvare delle tasse speciali, questi lo concesse per un
anno.
Il re di Francia non limitò la lotta solo sul piano dottrinale;
infatti mobilitò tutta la popolazione a sostegno della
rivendicazione di autonomia del papato, e giunse a far imprigionare
lo stesso Bonifacio VIII.
La vittoria del re di Francia segnava la fine dell’epoca,
testimoniando la decadenza del papato e il carattere inarrestabile
del rafforzamento delle grandi monarchie.
L’intesa tra Francia e papato dopo la morte di Bonifacio VIII
condusse all’elezione di vari papi francesi , che trasferirono la
loro sede ad Avignone.
• La situazione della Chiesa nel XIII sec.
Nella prima metà del XIII sec. Innocenzo III sostenne, fin
dall’inizio del suo pontificato, la dottrina secondo la quale il
potere spirituale e il potere temporale sono entrambi sottomessi
all’ordinamento divino, ma che il potere spirituale è più elevato
come dignità ed estensione.
I due immediati successori di Innocenzo III continuarono questa
politica ma senza sviluppare molto la dottrina.
Con Innocenzo IV intervenne una differenza considerevole. Secondo
lui Cristo aveva inaugurato, e Pietro e i suoi successori avevano
perpetuato, un nuovo stile di governo del mondo attraverso
un’autorità suprema; tutte le altre autorità, compreso l’imperatore,
sono al di sotto del papa. Spetta a quest’ultimo approvare
l’elezione e la deposizione degli imperatori.
Innocenzo IV, però, utilizzò il potere spirituale soprattutto a
vantaggio del papato stesso, della sua politica, delle sue
concezioni e dei suoi protetti.
I papi che succedettero tra Innocenzo IV e Bonifacio VIII non furono
per la maggior parte né canonisti di formazione né uomini politici
di genio.
Tuttavia i canonisti continuarono a sostenere la superiorità del
potere spirituale.
Infine, Bonifacio VIII spinse fino ai limiti estremi le pretese
pontificie verso l’autorità temporale. Ciò causò uno sfacelo che
compromise la reputazione del papato per più di due secoli.
Infine, per concludere, nel XIII sec. vi fu la diffusione delle
eresie. Il dilagare di questo fenomeno comportò la creazione
dell’Inquisizione da parte di papa Gregorio IX, che aveva il compito
di processare i possibili eretici.
La lotta contro le eresie non si valse solo di mezzi repressivi, ma
seppe utilizzare alcune aspirazioni dei movimenti religiosi
popolari, trasformando tali movimenti in ordini religiosi
ufficialmente riconosciuti. Tipico il caso dei francescani, la cui
predicazione si fondava sul rifiuto dei beni materiali e sulla
povertà assoluta.
Sempre in questo periodo si diffuse anche l’ordine dei domenicani
che, particolarmente agguerriti sul piano teologico, si impegnarono
a combattere gli eretici.
• La Curia romana.
Nell’organizzazione della Curia l’epoca dei grandi papi giuristi (da
Innocenzo III a Bonifacio VIII) apportò ampliamenti e nello stesso
tempo semplificazioni. Essa diventò l’apparato amministrativo e
giudiziario di un “commonwealth” spirituale, a cui lo sviluppo del
diritto canonico aveva dato un ordinamento unitario valido in tutti
i paesi della cristianità. Conservarlo efficiente ed ampliarlo
divenne uno dei primi obiettivi della Curia, che, quindi, doveva
svolgere le funzioni di governo, di amministrazione e di
giurisdizione. Però la decisione ultima spettava sempre al papa.
L’amministrazione era affidata alla Cancelleria e alla Camera
apostolica. Le pratiche giudiziarie erano suddivise fra la
Penitenzieria (per le questioni di coscienza) e la Audentia causarum.
Accanto a questi uffici la corte pontificia disponeva ancora di una
“Capella”per il servizio liturgico, anche se i “capellani”
svolgevano anche servizi di natura diplomatica.
1. IL PERSONAGGIO.
• Benedetto Caetani.
Benedetto Caetani (o Gaetani) proveniva da una nobile famiglia
romana affermatisi nel XII sec. con il ramo di Napoli, estintisi nel
XV sec., quello di Pisa, Anagni e Roma, estintisi nel XVI sec. Sua
madre era nipote di Alessandro IV, la madre di Nicolò III era sua
parente. Era pure imparentato con le case degli Orsini e dei
Colonna.
Nato ad Anagni, in provincia di Frosinone, nel 1240, educato presso
lo zio, vescovo di Todi, studiò ambedue i diritti a Bologna, diventò
notaio curiale ed in qualità di segretario accompagnò i futuri papi
Martino IV e Adriano V nelle loro delegazioni in Francia e in
Inghilterra. Nella curia ricevette altri importanti impieghi.
Nonostante la tradizione ghibellina della sua famiglia, rimase
orientato verso la Francia, cosicché Martino IV lo nominò cardinale,
prima come diacono di S. Nicolò, poi come presbitero di S. Martino.
La sua opera più importante fu la delegazione in Francia nel
1290-91. Egli riuscì a mediare la pace con l’Aragona; con il
trattato di Tarascona scongiurò lo scoppio di una guerra con
l’Inghilterra e ristabilì buoni rapporti fra la Francia e la curia.
All’università di Parigi difese i diritti degli ordini mendicanti,
ai quali il clero secolare e l’università rimproveravano di
disturbare con i loro eccessivi privilegi l’ordinato svolgimento
della cura d’anime nelle parrocchie. Amico della devozione popolare
(non era un teologo specializzato), aveva simpatia per l’ideale
degli ordini mendicanti.
Il suo modo di fare duro ed incontrollato nel parlare non gli
procurò molti amici. Ciò nonostante i suoi colleghi cardinali lo
elessero papa, ma lo fecero perché, viste le sue qualità, lo
stimarono adatto a prendere in mano le redini di un papato
gravemente compromesso da Celestino V. In lui essi scorgevano
intelligenza acuta, la conoscenza del mondo , un’ esperienza
profonda negli affari diplomatici,l’ intrepido ardimento,una volontà
ferrea e straordinaria capacità di lavoro.
• Celestino V, l’abdicazione e l’elezione di Bonifacio VIII.
Celestino V fu nominato papa il 29 agosto del 1294 a L’Aquila, nella
chiesa di S. Maria di Collemaggio. Carlo II lo convinse a riportare
in vigore il severo ordinamento stabilito da papa Gregorio X per lo
svolgimento del conclave,e si nominò tutore del nuovo conclave.
Il papa nominò dodici nuovi cardinali, molti dei quali proposti da
Carlo, che occuparono i posti più importanti della corte pontificia
e quelli chiave dello stato della chiesa.
Nonostante l’opposizione dei cardinali, la curia si trasferì da
L’Aquila a Napoli.
Fra i provvedimenti del tutto affrettati del nuovo pontefice ci
furono anche ricchi privilegi per la congregazione dei celestini. Ma
il reale governo della chiesa precipitò in una grande confusione,
perché il papa restava all’oscuro delle decisioni determinanti, né
aveva la forza di farsi un’idea generale della situazione. Quando i
cardinali, a cui Celestino non aveva concesso il diritto di
esprimere il proprio parere a riguardo delle ricchezze sempre più
crescenti di Carlo II, gli esposero le loro lamentele e lagnanze, il
papa si rese conto delle difficoltà della situazione. Si fece
riconfermare dal concistoro che un’abdicazione dal soglio pontificio
era possibile. Il 10 dicembre emanò una costituzione
sull’abdicazione del papa e il 13 dicembre del 1294 rese nota la
propria abdicazione.
Nel conclave seguito alla rinuncia di Celestino V, Benedetto Caetani,
cioè papa Bonifacio VIII, fu eletto all’unanimità, dopo che il primo
eletto, il cardinale Matteo Rosso Orsini, aveva rinunciato.
• Papa Bonifacio VIII.
Il 24 dicembre del 1294, dieci giorni dopo le dimissioni di
Celestino V, secondo le disposizioni in vigore dal tempo di Gregorio
X, si riunì a Castelnuovo di Napoli un Conclave: da esso, Benedetto
Caetani fu nominato papa con il nome di Bonifacio VIII.
Il nuovo papa licenziò i funzionari di curia insediati da Carlo II,
pose la propria residenza a Roma, dove fu incoronato il 23 gennaio
1295 nella basilica di S. Pietro alla presenza della nobiltà romana,
di Carlo II e di suo figlio Carlo Martello.
Dichiarò non validi tutti i privilegi concessi dal suo predecessore;
ma i prelati da lui nominati poterono mantenere il loro titolo
onorifico. Anche tutte le concessioni di prebende non ancora
concretamente realizzate furono abolite. Egli affidò
l’amministrazione delle casse della curia a tre banche fiorentine,
cosicché i prelati della Camera ebbero solo il compito del conteggio
e fu così evitato ogni abuso nel pagamento e nella riscossione.
L’amministrazione finanziaria fu riordinata e sottoposta a regole
più severe; il movimento degli affari ecclesiastici aumentò e
tuttavia alla fine del suo pontificato le disponibilità liquide
erano rilevanti. Sotto il suo governo, la città di Roma rimase
tranquilla; ma lo stato pontificio sperimentò la sua mano forte.
Molte rivolte comunali furono dominate; in numerosi luoghi il papa
si fece eleggere signore della città. Dai tempi di Innocenzo III lo
stato della chiesa non aveva più avuto un sovrano tanto potente.
Dapprima Bonifacio cercò di risolvere il problema della Sicilia.
Alla fine del 1293, Carlo II aveva concordato con Giacomo d’Aragona
lo sgombero della Calabria e dopo tre anni la restituzione della
Sicilia al papa, in compenso Giacomo ricevette in sposa la figlia di
Carlo. La Sicilia sarebbe poi stata data a Carlo. Federico, che
governava la Sicilia al posto di Giacomo, doveva sposare Caterina di
Courtenay, erede della corona latina di Costantinopoli. I suoi
consiglieri presero con Bonifacio i relativi accordi (20 giugno
1295), che inclusero anche la pace fra Carlo II e Giacomo d’Aragona.
Dopo di ciò Giacomo avrebbe dovuto sgomberare la Calabria,
consegnare la Sicilia al papa ricevendo in sposa la figlia di Carlo
II assieme ad una ricca dote, Valois avrebbe rinunciato all’Aragona
e la chiese gli avrebbe assicurato tutto il suo favore. Questa
sarebbe stata una soluzione soddisfacente per la curia e Bonifacio
si impegnò energicamente per raggiungerla. Ma la cosa fallì a causa
della Francia, che non lasciò libera Caterina di Courtenay, di
Federico e dei siciliani, i quali, per timore degli Angiò, elessero
re Federico e lo incoronarono a Palermo il 26 marzo 1296. Bonifacio
annullò deluso sia l’elezione che l’incoronazione e decise di
conquistare la Sicilia con l’aiuto di Giacomo. Ma questi esitava,
avviava trattative, pretendeva come feudo pontificio la Sardegna e
la Corsica, nonché convenienti aiuti finanziari. Nel frattempo
Federico aveva conquistato la Caloria e gran parte della Puglia.
Allora il papa strinse alleanza con Giacomo, con Napoli e con
Costanza contro Federico; la guerra fu fissata per l’estate 1297.
In quello stesso periodo vi era una guerra fra l’Inghilterra e la
Francia che mirava alla conquista delle province inglesi sul
continente (Guienna e Guascona). Da ricordare la bolla Clericis
laicos, emanata dallo stesso Bonifacio VIII, di cui però se ne è
parlato precedentemente.
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