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STORIA DELL'ATEISMO
GLI ATEI NELL'OTTOCENTO (2^ PARTE)
Feuerbach Marx Engels Lenin Le Dantec

 
   

Ludwig Feuerbach (1804-1872) rappresenta il superamento dell’hegelismo e di quanto di teologico era ancora esplicito o implicito in esso. Da notare inoltre in Feuerbach il tentativo di “superamento” dell’ateismo, cercando di arrivare a posizioni che superano le definizioni di ateo o credente poiché per lui quel che conta non è disputare all’infinito se Dio esista o non esista, ma capire il senso di una tale ammissione o negazione. Infatti in Su spiritualismo e materialismo scrive: “Non è compito dei miei scritti sull’immortalità, sull’essenza della religione ecc. negare l’esistenza della divinità e dell’immortalità – chi può negare che esistano almeno in libri e immagini, nella fede e nella rappresentazione? – bensì solo riconoscere il senso e il motivo vero, il testo originale non falsificato della divinità e dell’immortalità, o, che è tutt’uno, della fede in esse – un riconoscimento attraverso cui la questione della loro esistenza o non esistenza si risolve da sé”.

L’essenza del cristianesimo(1841) è il capolavoro di Feuerbach ma in esso l’essenza della religione è vista solo dal punto di vista dell’uomo e di una religione particolare, il cristianesimo, mentre ne L’essenza della religione si tenta di ricondurre il segreto della teologia non solo alla antropologia (come nell’opera del 1841) ma anche ad un punto di vista più ampio, naturalistico o, come egli lo chiama, fisiologico.

Iniziamo quindi da L’essenza del cristianesimo. Feuerbach indica la distinzione tra l’uomo e gli animali proprio nella religione. Infatti la coscienza che l’uomo ha di sé (e che manca alle bestie) è coscienza della specie e non solo di sé come individuo. La religione è la coscienza dell’infinito; essa è dunque la coscienza che l’uomo ha dell’infinità del suo essere. L’uomo come individuo può riconoscersi limitato ma solo perché ha di fronte a sé come oggetto la perfezione, l’infinità della specie. Nel rapporto con le cose esteriori la coscienza che l’uomo ha dell’oggetto si distingue dalla coscienza che l’uomo ha di sé stesso; ma nel caso dell’oggetto religioso, coscienza e autocoscienza si identificano. La coscienza che l’uomo ha di Dio è la conoscenza che l’uomo ha di sé. Il non essere consapevole di ciò è l’essenza della religione. Perciò Feuerbach dice che la religione è la prima, ma indiretta autocoscienza dell’uomo. Il compito di Feuerbach è, come egli dice, di “mostrare che la distinzione fra il divino e l’umano è illusoria, cioè che null’altro è se non la distinzione fra l’essenza dell’umanità e l’uomo individuo e che per conseguenza anche l’oggetto e il contenuto della religione cristiana sono umani e nient’altro che umani”. L’essere divino non è che l’essere dell’uomo liberato dai limiti dell’individuo e oggettivato, cioè contemplato come un altro essere da lui distinto. “L’uomo – questo è il mistero della religione – proietta il proprio essere fuori di sé e poi si fa oggetto di questo essere metamorfosato in soggetto, in persona”. Dapprima l’uomo inconsapevolmente e involontariamente crea Dio secondo la propria immagine, e solo allora Dio a sua volta consapevolmente e volontariamente torna a creare l’uomo secondo la propria immagine. Ma perché l’uomo crea Dio? Perché la religione, dice Feuerbach, mira al bene, alla salvezza, alla beatitudine dell’individuo: Dio è la beatitudine dell’uomo. Però questa beatitudine non è un bene terreno. La felicità terrena allontana l’uomo da Dio ed è solo l’infelicità, la sofferenza che riconduce l’uomo a Dio, o meglio, a ciò di cui abbisogna, dove Dio è sentito come necessità. Nella sofferenza l’uomo si concentra su se stesso poiché il suo unico interesse è la propria salvezza e la risposta è data da Dio, “questo essere immaginario rispetto al mondo e alla natura in genere, ma reale per l’uomo”.

Ne L’essenza della religione(1846), Feuerbach fa un passo avanti nella “critica” alla religione. Egli si rese conto che doveva andare oltre l’antropologia: Dio era nell’opera del 1841 un desiderio umano, ma questo è vero solo per una religione spiritualista, per una religione che è giunta ad un alto grado di civiltà; nella realtà, l’uomo si imbatte dapprima in una natura non addomesticata, non spirituale, ed è “Dio” per lui ciò che lo fa vivere, ciò di cui non può fare senza: ecco perché egli parlerà adesso della natura come il vero segreto per comprendere la religione. L’opera si apre infatti con la dichiarazione che il sentimento di dipendenza dell’uomo è il fondamento della religione: l’oggetto di questo sentimento di dipendenza è appunto la natura. Perciò dire che la religione è innata nell’uomo è falso se per religione si intendono le rappresentazioni del teismo, ma è vero se per religione si intende il sentimento dell’uomo di non poter esistere senza un ente che sia altro da lui, cioè di non dovere a se stesso la propria esistenza. Quindi ciò da cui dipende la vita e l’esistenza dell’uomo è da lui considerato Dio.
La credenza che Dio abbia un’esistenza indipendente da quella dell’uomo ha la sua radice nel fatto che in origine è considerato come Dio l’ente che esiste fuori dell’uomo, cioè il mondo, la natura. Infatti il concetto di Dio è che egli è l’esistenza che precede quella dell’uomo, che ne è il presupposto. Ma questa non è che la natura, la cui esistenza non si appoggia all’esistenza dell’uomo, e tanto meno alle ragioni dell’intelletto e del cuore umano. Tutte le proprietà di Dio non sono altro che proprietà astratte della natura. L’atteggiamento che l’uomo ha originariamente verso la natura è di considerarla come lui stesso è. L’uomo involontariamente fa dell’ente naturale un ente dell’animo, un ente soggettivo, umano. In un secondo momento, l’uomo ne fa consapevolmente un oggetto di preghiera e di religione. Nella religione l’uomo ha come oggetto solamente se stesso, il suo Dio non è che la sua propria essenza.
Il presupposto della religione è il contrasto tra volere e potere, desiderare e ottenere. Nel volere, nel desiderare, nel rappresentare l’uomo è illimitato, onnipotente, Dio; ma nel potere, nell’ottenere, nella realtà l’uomo è condizionato, dipendente, limitato. Il fine della religione è togliere tale contrasto; e l’ente in cui le contraddizioni sono tolte è Dio. Dio è un ente il cui concetto e rappresentazione non dipende dalla natura, ma dall’uomo, e dall’uomo religioso. Così Dio c’è solo nella religione e nella fede. Dio, essendo un oggetto solo della religione, non esprime che l’essenza della religione. Ma che cos’è che fa diventare un oggetto un oggetto religioso? Secondo Feuerbach, è solo l’immaginazione, la fantasia, il cuore umano. L’oggetto della religione è oggetto di fede solo perché, essendo oggetto di religione non ha esistenza reale, ma è in contraddizione con la realtà. Si trova Dio solo nella fede perché Dio non è altro che l’essenza della fantasia e del cuore umano.



Karl Marx (1818-1883) è uno dei padri dell’ateismo post-hegeliano. L’ateismo è per lui un punto di partenza, per cui si potrebbe dire che il comunismo marxiano è naturalmente ateismo e non potrebbe essere diverso. Fin dalla prefazione alla sua tesi di laurea, il giovane Marx dichiarò il suo intento: “La professione di fede di Prometeo απλω λόγω τους πάντας εχθαίρω θεούς è la sua professione di fede, la sua sentenza contro tutti gli dèi celesti e terreni, che non riconoscono l’autocoscienza umana come la divinità più alta. Nessuno può starle alla pari”.

La critica religiosa marxiana, come vedremo subito, è il presupposto della critica sociale e politica. Infatti per Marx la filosofia è al servizio della storia: il suo compito è quello di essere critica, non solo teorica ma soprattutto pratica (ricordiamo la 11^ tesi su Feuerbach) e pratica rivoluzionaria. Vediamo quindi uno dei testi classici dell’ateismo marxiano, la Introduzione alla Critica della filosofia del diritto hegeliana del 1843. Conviene riportare quasi integralmente il famosissimo brano: “Per la Germania la critica della religione è in sostanza terminata, e la critica della religione è il presupposto di ogni critica. L’esistenza profana dell’errore è compromessa, da quando è stata confutata per la sua sacra oratio pro aris et focis. L’uomo, che nella fantastica realtà del cielo, dove cercava un superuomo, ha trovato soltanto il riflesso di se stesso, non sarà più propenso a trovare solo l’apparenza di sé, solo il non uomo, là dove cerca e deve cercare la sua vera realtà. Il fondamento della critica irreligiosa è questo: l’uomo fa la religione, la religione non fa l’uomo. E precisamente la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell’uomo che o non ha ancora acquistato o ha subito perduto se stesso. Ma l’uomo non è un essere astratto, rintanato fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società, producono la religione, una coscienza del mondo rovesciata, perché essi sono un mondo rovesciato. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point-d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo completamento solenne, la sua ragione generale di giustificazione e di conforto. È la realizzazione fantastica dell’essenza umana, perché l’essenza umana non ha vera realtà. La lotta contro la religione è così mediatamente la lotta contro quel mondo di cui la religione è la quintessenza spirituale. La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale e dall’altra la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo spietato, come è lo spirito di una condizione priva di spirito. Essa è l’oppio del popolo. La vera felicità del popolo esige la eliminazione della religione in quanto illusoria felicità. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla propria condizione è l’esigenza di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è così in germe la critica della valle di lacrime, di cui la religione è il nimbo.[...] La critica della religione disinganna l’uomo, affinché pensi, agisca, plasmi la sua realtà come un uomo disincantato, arrivato al possesso del giudizio, affinché si muova intorno a se stesso e quindi intorno al suo vero sole. La religione è soltanto il sole illusorio, che si muove attorno all’uomo finché egli non si muove intorno a se stesso. Dunque il compito della storia, dopo che è scomparso l’al di là della verità, è di stabilire la verità del di qua. Il compito della filosofia che è al servizio della storia, dopo che è stata smascherata la figura sacra dell’autoalienazione umana, è in primo luogo di mascherare l’autoalienazione nelle sue figure profane. La critica del cielo si converte nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica. [...] La critica della filosofia speculativa del diritto non si esaurisce in se stessa, ma in compiti, per la cui soluzione c’è solo un mezzo: la praxis [...] la teoria è capace di impadronirsi delle masse, non appena dimostra ad hominem ed essa dimostra ad hominem non appena diviene radicale. Essere radicale è afferrare le cose alla radice. Ma la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso. La prova evidente del radicalismo della teoria tedesca, e dunque della sua energia pratica, è il suo partire dalla decisa soppressione positiva della religione. La critica della religione finisce con la dottrina che l’uomo è l’essere supremo per l’uomo, dunque con l’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere umiliato, asservito, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono raffigurare meglio che con l’esclamazione di un francese a proposito di una progettata imposta sui cani: poveri cani! Vi si vuole trattare come uomini!”.

Secondo Marx, come s’è visto, l’unico modo per abolire la religione è quello di abolire “una condizione che ha bisogno dell’illusione”, cioè strappare alla radice il bisogno illusorio, fantastico della religione. Quando l’uomo ha riacquistato coscienza di sé come unico fondamento di se stesso, allora il bisogno religioso è vinto. Visto che il mondo dell’aldilà non è che un riflesso dell’aldiqua, il problema è riportare la condizione umana alla sua situazione reale e non fantastica, come fa la religione. La religione è vista per ciò come uno sbaglio di prospettiva che l’uomo necessariamente corregge quando raggiunge l’autocoscienza; inoltre l’ateismo marxiano è programmatico perché la critica contro la religione è la base di tutte le altre critiche e senza aver prima superato questa, non sono possibili critiche ulteriori. Marx non è contro la religione in sé, è contro la religione perché essa vuole una felicità fantastica per il popolo, mentre Marx vuole dare all’uomo una felicità reale, terrena, concreta; proprio per questo bisogna eliminare il bisogno religioso e non si ha altra scelta. L’emancipazione dell’uomo dalla religione non può solo avvenire teoricamente e singolarmente ma deve essere una emancipazione pubblica, politica. E tale emancipazione può avvenire solo con la soppressione della borghesia e della proprietà privata.
Nei famosi Manoscritti ecomico-filosofici del 1844 Marx scrive: “La religione, la famiglia, lo Stato, il diritto, la morale, la scienza, l’arte ecc. non sono che modi particolari della produzione e cadono sotto la sua legge universale. La soppressione positiva della proprietà privata, in quanto appropriazione della vita umana, è dunque la soppressione positiva di ogni estraniazione, e quindi il ritorno dell’uomo, dalla religione, dalla famiglia, dallo Stato ecc. alla sua esistenza umana, cioè sociale. L’estraniazione religiosa come tale ha luogo soltanto nella sfera della coscienza dell’interiorità umana; invece l’estraniazione economica è l’estrazione della vita reale, onde la sua soppressione abbraccia l’uno e l’altro”.
E Marx continua dicendo: “Ma siccome per l’uomo socialista tutta la cosiddetta storia del mondo non è altro che la generazione dell’uomo mediante il lavoro umano, null’altro che il divenire dalla natura per l’uomo, egli ha la prova evidente, irresistibile, della sua nascita mediante se stesso, del processo della sua origine. Dal momento che l’essenzialità dell’uomo e della natura è diventata praticamente sensibile e visibile, l’uomo per l’uomo come esistenza della natura, e la natura per l’uomo come esistenza dell’uomo, è diventato praticamente improponibile il problema di essere estraneo, di un essere superiore alla natura e all’uomo, dato che questo problema implica l’ammissione dell’inessenzialità della natura e dell’uomo. L’ateismo, in quanto negazione di questa inessenzialità, non ha più alcun senso; infatti l’ateismo è, sì, una negazione di Dio e pone attraverso questa negazione l’esistenza dell’uomo, ma il socialismo in quanto tale non ha più bisogno di questa mediazione. Esso comincia dalla coscienza teoreticamente e praticamente sensibile dell’uomo e della natura nella loro essenzialità. Esso è l’autocoscienza positiva dell’uomo, non più mediata dalla soppressione della religione, allo stesso modo che la vita reale è la realtà positiva dell’uomo, non più mediata dalla soppressione della proprietà privata, dal comunismo”.

Marx ha raggiunto con queste parole il culmine del suo ateismo. Il problema di Dio non può più porsi non tanto perché il concetto di Dio è contraddittorio o in contrasto con la libertà umana, ma perché lo stesso “ateismo” viene ad essere superato dalla visione comunistica della realtà. “L’uomo produce l’uomo” e non ha quindi senso cercare al di fuori di lui un essere estraneo e trascendente poiché non è che uno pseudo-problema. L’uomo è sensibile, è materiale, la sua storia non può essere che sensibile e materiale come lo è la nascita e la crescita. Che senso ha, appunto, parlare di religione e di ateismo in questa prospettiva? Nessuno, poiché lo stesso ateismo è considerato una sorta di critica incompleta, che fa ancora il gioco della religione. L’unica risposta è comunismo.

Nelle opere successive al 1844, Marx non svilupperà la propria concezione dell’ateismo e della religione. Ciò sta a dimostrare che per lui l’ateismo era un problema risolto, e quello che gli interessava era solo più la praxis,la rivoluzione, non la teoria: “la rivoluzione è la forza motrice della storia, anche della storia della religione, della filosofia e di ogni altra teoria”.



L’ateismo viene sviluppato da Friedrich Engels (1820-1895) in senso storico-filologico, indagando sulla autenticità dei testi biblici. Anch’egli è d’accordo con Marx nel ritenere la religione una sovrastruttura ed una alienazione ma, a differenza di Marx, Engels di dedica appunto a illustrare la formazione storica e quindi umana della religione e in particolare del cristianesimo.

In Bruno Bauer e il cristianesimo primitivo, Engels dice che “di una religione che ha sottomesso l’impero mondiale romano e ha dominato per 1800 anni sulla parte di gran lunga più estesa dell’umanità civilizzata, non ci si può sbarazzare definendola semplicemente un’assurdità messa insieme, a forza di rappezzature, da imbroglioni. Se ne viene a capo – continua Engels – solo quando si sappia spiegare la sua origine e il suo sviluppo dalle condizioni storiche sotto le quali è sorta ed è arrivata al potere. E ciò vale specialmente per il cristianesimo”. Engels sembra dunque voler affrontare il problema delle origini cristiane in maniera storicamente oggettiva, purtroppo però il suo tentativo fallisce miseramente quando si leggono le idee engelsiane a riguardo, che non si rivelano né scientifiche né criticamente fondate.
Engels ritiene, come ad es. Bauer, che, dell’intero contenuto dei Vangeli, quasi nulla sia dimostrabile storicamente, così come si può considerare problematica la stessa esistenza reale di Gesù. Il vero padre del cristianesimo sarebbe il filosofo ebreo Filone, visto che gli scritti tramandatici sotto tale nome contengono già tutte le idee essenziali del cristianesimo stesso: l’innata peccaminosità dell’uomo, il Logos, la penitenza ecc. Engels aggiunge però che il cristianesimo primitivo non può essere nato esclusivamente dalle idee di Filone ma ha avuto bisogno d’altro. La conquista romana disgregò le terre sottomesse ponendo al posto della antica struttura di classe la distinzione fra cittadini romani e cittadini dello Stato; facendo estorsioni in nome dello Stato romano; giudicando solo col diritto romano e con giudici romani. Tutto questo ebbe una enorme forza livellatrice, ed alla universale mancanza di diritti e alla disperazione nella possibilità di una condizione migliore, corrispondeva la generale prostrazione e demoralizzazione. Non fu una novità quindi che, nelle classi, c’erano un gran numero di persone che, disperando della liberazione reale, cercavano, per compensazione, una liberazione spirituale. Ovviamente, la maggior parte di queste persone erano schiavi. In questo clima si fece avanti il cristianesimo. Esso si rivolgeva a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione e, così facendo, divenne la prima possibile religione mondiale. Inoltre, con il riconoscimento del peccato come realtà a cui partecipano tutti gli uomini, e con il sacrificio da parte del figlio di Dio che cancella una volta per tutte i peccati dell’umanità, esso forniva un modo ovunque comprensibile della liberazione, generalmente desiderata dal mondo corrotto dell’impero romano. Ed è per questo che, fra tutti i vari fondatori di religioni, solo il cristianesimo ha avuto un successo così grande fino ad oggi.
Ne Il libro della Rivelazione Engels ribadisce più o meno gli stessi concetti. Il cristianesimo fu creato dalle masse. Esso nacque “in un modo che ci è completamente ignoto” in Palestina, in un tempo in cui nascevano a centinaia nuove sette. Si tratta perciò solamente di un fenomeno di “intersecazione” che si formò spontaneamente per i reciproci attriti delle più progressiste di queste sette, e che in seguito diventò una dottrina per l’aggiunta delle idee di Filone e, più tardi, per le forti infiltrazioni stoiche. Secondo Engels, il libro più antico del Nuovo Testamento è proprio il libro della Rivelazione cioè l’Apocalisse, il quale contiene nel modo più esatto le credenze del primitivo cristianesimo: in esso, secondo Engels, non si parla né di peccato originale, né della Trinità, Gesù viene considerato subordinato a Dio; l’unico punto dogmatico è l’affermazione che i fedeli sono stati salvati dal sacrificio di Cristo e di tutto questo possiamo essere certi perché l’Apocalisse è l’unico libro del Nuovo Testamento della cui autenticità non si può dubitare!

In Per la storia del cristianesimo primitivo Engels sostiene che i Vangeli e gli Atti degli Apostoli sono tarde rielaborazioni di scritti oggi perduti, “il cui debole nucleo storico non è più oggi riconoscibile tra le incrostazioni leggendarie”; che il cristianesimo non sia stato importato nel mondo greco-romano dall’esterno ma che sia un prodotto giudaico; infatti nei primi tempi non si ha a che fare con i cristiani consapevoli, ma con persone che si dicono giudei, e quindi il cristianesimo del libro della Rivelazione è “infinitamente diverso” dalla posteriore religione mondiale dogmaticamente fissata nel Concilio di Nicea. Non vi è ancora nemmeno l’idea della religione dell’amore, dell’”amate i vostri nemici”, ma viene predicata aperta vendetta contro tutti i persecutori dei cristiani.

Insomma, Engels distrugge il cristianesimo in modo tale che non possiamo seriamente credervi. La sua non è distruzione, ma superficiale critica delle presunte origini cristiane. Se Marx pecca di arbitrarietà nel rifiutare la religione, non scende però ad affermazioni gratuite nella critica dei testi scritturali. Engels è in posizione nettamente inferiore a Marx per quanto riguarda le argomentazioni con cui difende la propria miscredenza, e questo viene oggi riconosciuto dagli stessi marxisti, come ad es. Kublanov.



Lenin (1870-1924) completa la triade dell’ateismo marxista. Il suo ateismo è prettamente politico e non dice nulla di nuovo, tranne il fatto che le sue espressioni sono più polemiche e accese di quelle di Marx e di Engels. Il suo “merito”, se si può chiamar così, è l’aver portato all’estremo la critica marxista della religione parlando di ateismo e materialismo militante, il che, però, era già implicito negli scritti dei suoi precedessori.

La religione è, secondo Lenin, uno degli aspetti dell’oppressione spirituale che le masse popolari, schiacciate dall’incessante lavoro a profitto degli altri, dalla miseria e dall’isolamento, subiscono ovunque. La fede in una vita migliore, in un altro mondo, nasce inevitabilmente dall’impotenza delle classi sfruttate nella lotta contro gli sfruttatori. La religione è una sorta di “acquavite spirituale”, in cui gli oppressi annegano la propria personalità. Però tutto questo non significa, dice Lenin, proclamare l’ateismo. “Perché non ci proclamiamo atei?”, chiede Lenin. E la sua risposta è la seguente: il nostro programma è fondato sulla concezione materialistica del mondo, e questo comprende anche la ricerca delle origini storiche ed economiche dell’oscurantismo religioso. Però – ed è questo il punto – non si deve porre la questione della religione astrattamente, senza cioè tenere conto della lotta di classe. “Diffondere la concezione scientifica nel mondo è cosa che faremo sempre, combattere l’incoerenza di certi cristiani è necessario, ma ciò non significa che dobbiamo dare alle questioni religiose il primo posto, che ad esse non spetta, né che possiamo distrarre le forze dalla lotta economica e politica effettivamente rivoluzionaria per sacrificarle ad opinioni di terz’ordine”. Lenin è, in questo passo, fedele alla più schietta tradizione marxiana del problema religioso. Nel Sull’atteggiamento del partito operaio di fronte alla religione, Lenin ripete la stessa idea: il marxismo, che è materialismo, deve lottare contro la religione. Ma deve lottare in modo tale da poter spiegare materialisticamente l’origine della fede e della religione. Ed a questo deve aggiungere la pratica concreta del movimento di classe tendente a far scomparire le radici sociali della religione. Inoltre la propaganda atea deve essere subordinata al suo compito fondamentale e cioè allo sviluppo della lotta di classe delle masse sfruttate contro gli sfruttatori. Il marxista – dice Lenin – deve essere materialista, ma un materialista dialettico, tale cioè che considera la lotta contro la religione sul terreno della lotta di classe, quindi tenendo conto della situazione concreta. A questo riguardo, alla domanda se un prete possa o no fare parte del partito, Lenin risponde categoricamente che “una risposta assolutamente affermativa è falsa”. Per cui il marxismo è, almeno secondo Lenin, materialismo programmatico e non si può parlare di intesa fra marxisti e cristiani, essendo gli uni l’antitesi degli altri.
Ancora più chiaramente, nel saggio Sul significato del materialismo militante, Lenin afferma che il marxismo è ateismo militante. Per essere tale, si deve condurre una propaganda ed una lotta instancabile per l’ateismo, seguendo attentamente tutte le pubblicazioni in materia, facendo tradurre o almeno recensire quelle che hanno un qualche valore. L’essenziale è comunque saper interessare le masse ancora assolutamente incolte ad un atteggiamento cosciente verso le questioni religiose e ad una critica illuminata delle religioni. Il marxismo ha, concludendo, cercato di risolvere una volta per tutte il problema religioso negando alla base il bisogno religioso, separando nettamente Chiesa e Stato (dichiarando quindi che la religione è un affare privato) e impegnando il proletariato nella lotta contro le concezioni ideologico-religiose della borghesia. Questo deve essere fatto in modo “positivo”, non solo di critica negativa ma, come Lenin ha detto più sopra, con la prassi concreta della lotta di classe. Lenin vuole combattere i “pregiudizi religiosi” in modo molto cauto perché bisogna abbattere la povertà e l’ignoranza senza cadere nel fanatismo religioso o antireligioso che avrebbe effetti deleteri e controproducenti per lo sviluppo del materialismo dialettico.



Ateo dichiarato e senza possibilità di equivoci è Felix Le Dantec (1869-1917). Egli inizia l’opera L’ateismo affermando: “io sono ateo, come sono bretone, come si è bruni o biondi, senza averlo voluto”. La dichiarazione diventa subito chiara se si pensa che egli negava la libertà, come si conveniva nell’Ottocento ad un convinto scienziato monista e positivista. Egli rigetta Dio perché la sua esistenza non spiega nulla ed è quindi una ipotesi inutile, e del resto Le Dantec sostiene di non aver mai avuto una simile idea, “considerata come comune a tutti gli uomini”. L’operetta non è per nulla originale: monismo, materialismo, determinismo sono i suoi comuni denominatori, niente affatto insoliti in un’epoca come l’Ottocento. Quel che è forse diverso dagli altri atei è la dichiarazione che egli fa della impossibilità di una società formata da tutti atei perché “una tale società – spiega Le Dantec – finirebbe con un’epidemia di suicidio anestetico” in quanto l’ateo non può avere sentimenti sociali e morali, essendo un essere completamente determinato e irresponsabile.



BIBLIOGRAFIA MINIMA

Feuerbach, Spiritualismo e materialismo, Laterza
Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, Feltrinelli
Feuerbach, L’essenza della religione, Laterza o Newton Compton
Feuerbach, Opere, Laterza
Marx-Engels, Scritti sulla religione, Roma 1973
Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi
Lenin, Sulla religione, Milano s.d. Feltrinelli reprint
Le Dantec, L’ateismo, tr.it. Milano 1925.




 

 

 

 

 

 

 


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