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L’ateismo post-hegeliano è
quello in cui l’ateismo raggiunge forse il suo punto più alto con le
critiche demolitrici dei grandi atei dell’Ottocento. Infatti l’ateismo
contemporaneo, in generale, non potrà che rifarsi a questi "maestri" per
confermare la sua posizione di negazione della religione.
Dall’Illuminismo in poi l’ateismo sembra acquistare anche una sempre
maggiore importanza “sociologica” perché sembra estendersi a strati via
via sempre più ampi della popolazione. Il che si può spiegare con la
graduale laicizzazione o secolarizzazione della vita, cioè con il
diffondersi di un modello di vita che evita di richiamarsi ad una
trascendenza ma affonda le sue radici in una immanenza sempre più
completa. Tutto questo porterà alla diffusione di un ateismo pratico,
della indifferenza religiosa, che sembra essere il segno distintivo dei
nostri tempi. Dall’ottocento in poi, non si è avuto il predominio
dell’ateismo teoretico quanto piuttosto una crescente diffusa
indifferenza e/o ignoranza verso i valori religiosi. Almeno, per la
precisione, per quel che riguarda il mondo occidentale: nei paesi
islamici è oggi invece in atto una vera e propria rivoluzione culturale
che consiste nella lotta tra il modello occidentale, considerato
negativo, e il modello islamico tradizionale, considerato l’unica
risposta in grado di opporsi alla diffusione del nichilismo occidentale.
Ma torniamo all’Ottocento.
Arthur Schopenhauer
(1788-1861) è stato definito da Nietzsche “il primo ateo dichiarato
e irremovibile che noi Tedeschi abbiamo avuto”(cfr. La gaia scienza).
La sua critica alla religione non è particolarmente originale ma se non
altro egli segna l’inizio vero e proprio del pensiero post-hegeliano e
anti-hegeliano, ed in questo senso procede cronologicamente persino
Feuerbach.
La filosofia moderna – scrive Schopenhauer ne Il mondo come volontà e
rappresentazione – non va a cercare una causa efficiente o una causa
finale del mondo intero; non indaga l’origine e la finalità del mondo,
ma solo che cosa sia il mondo. Non possiamo superare il mondo stesso e,
in quanto alla sua spiegazione, essa fa già parte del mondo: è assurdo
cercarla al di fuori di esso. Anzi sono solo “pigrizia e ignoranza” che
“dispongono a richiamarsi troppo presto alle forze originarie”. Del
resto, “che l’assunzione di un limite del mondo nel tempo non sia
affatto un pensiero necessario alla ragione, si può perfino provare
anche storicamente, giacché gli hindù non insegnano siffatta cosa
neanche nella religione popolare, e tanto meno nei Veda”. Componente
essenziale dell’ateismo schopenhaueriano è il suo pessimismo. “La vita
dei più – egli scrive – non è che una diuturna battaglia per
l’esistenza, con la certezza della sconfitta finale. Ma ciò che li fa
perdurare in questa sì travagliata battaglia non è tanto l’amore per la
vita, quanto la paura della morte, la quale non di meno sta inevitabile
sullo sfondo, e può ad ogni minuto sopravvenire. La vita stessa è un
mare pieno di scogli e di vortici, cui l’uomo cerca di sfuggire per la
massima prudenza e cura; pur sapendo, che quand’anche gli riesca con
ogni sforzo e arte, di scamparne, perciò appunto si accosta con ogni suo
passo, ed anzi vi drizza in linea retta il timone, al totale,
inevitabile e irreparabile naufragio: la morte. Questo è il termine
ultimo del faticoso viaggio, e per lui peggiore di tutti gli scogli, ai
quali è scampato”.
L’ottimismo, dal punto di vista schopenhaueriano, “sembra non punto un
pensare assurdo, ma anche iniquo davvero, un amaro scherno dei mali
senza nome patiti dall’umanità”. Come credere, dopo tutto ciò, in un Dio
creatore e provvidente? È naturale quindi che Schopenhauer consideri una
tale idea inaccettabile. “Per parte mia – egli dice – debbo confessare
che alla mia ragione un tale pensiero è impossibile, e che nelle parole,
che lo qualificano, io non posso pensare niente di preciso”. Secondo
Schopenhauer, l’uomo si crea a propria immagine demoni, dèi e santi. “A
essi devono incessantemente venire tributati sacrifici, preci,
adornamento di templi, voti e conseguenti offerte, pellegrinaggi,
saluti, addobbo delle immagini ecc. Il loro culto si intreccia
dappertutto con la realtà, anzi l’oscura: ogni avvenimento della vita
viene preso allora come un effetto dell’azione di quegli esseri: i
rapporti con loro riempiono metà della vita, alimentano diuturnamente la
speranza e diventano spesso, nel fascino dell’illusione, più
interessanti dei rapporti con la vita reale. Sono l’espressione e il
sintomo del doppio bisogno, che spinge l’uomo da una parte verso aiuto e
sostegno, dall’altra verso occupazione e passatempo… e questo è il
frutto, tutt’altro che disprezzabile, d’ogni superstizione”. Però tutto
questo è inutile: invano l’uomo chiede aiuto agli dèi, perché rimane
implacabilmente in preda al suo destino. Gli dèi sono quindi superflui e
le dottrine religiose sono generalmente “rivestimenti mitici delle
verità impenetrabili dalla rozza mente umana”.
Quel che dà forza ad ogni dottrina religiosa è esclusivamente il suo
lato etico. Non certo direttamente, ma essendo collegato col rimanente
dogma mitico, proprio di ciascuna dottrina religiosa, sembra spiegabile
solo per mezzo di quest’ultimo. Da ciò deriva che nei popoloi monoteisti
l’ateismo, ossia l’assenza della religione, è diventato sinonimo di
assenza di ogni moralità.
Schopenhauer non vuole adottare mezze misure. O si crede in Dio o si
proclama l’ateismo assoluto. Il panteismo, dal suo punto di vista, è
quindi inaccettabile. “Il panteismo – egli dice – è un concetto che
annulla se stesso, poiché il concetto di Dio presuppone come sua
antitesi essenziale un mondo da lui distinto. Se per contro il mondo
stesso deve assumere la parte di Dio, ci si trova di fronte ad un mondo
assoluto privo di Dio: panteismo è dunque un termine eufemistico, in
luogo di ateismo”.
Ammesso comunque un Dio, e cioè un essere personale, individuale,
trascendente e creatore, Schopenhauer dice che “l’ammettere un essere di
tale specie come origine della natura stessa, anzi di ogni esistenza in
generale, è un pensiero colossale e sommamente ardito, di fronte a cui
noi rimarremmo meravigliati se lo udissimo per la prima volta, ed esso
non ci fosse divenuto familiare attraverso le impressioni infantili e le
ripetizioni costanti”; inoltre l’ipotesi di un Dio, oltre ad essere
inutile nella filosofia, “persino nella religione esso è assolutamente
inessenziale” perché ad esempio il buddismo non lo contempla affatto.
Per Schopenhauer poi, le religioni orientali sono molto superiori al
cristianesimo. Egli è convinto che “in India non potranno mai mettere
radici le nostre religioni: la sapienza originaria dell’umano genere non
sarà soppiantata dagli accidenti successi in Galilea. Viceversa, torna
l’indiana sapienza a fluire verso l’Europa, e produrrà una fondamentale
mutazione del nostro sapere e pensare”.
Schopenhauer, si è detto, è il primo tedesco ateo dichiarato. È strano
che in Germania solo nel 1800 si possa parlare di ateismo vero e
proprio, mentre ad es. in Francia l’ateismo di un d’Holbach preceda di
circa un secolo (d’altra parte, in Inghilterra non si hanno casi
clamorosi di ateismo dichiarato. C’è oggi l’esempio di Bertrand Russell,
ma secondo quanto egli stesso dichiarò, la sua posizione è quella
dell’agnostico e non dell’ateo. Si veda Perché non sono cristiano,
ed. Longanesi).
Anche per Friedrich
Nietzsche (1844-1900) l’ateismo è un punto di partenza, qualcosa
di evidente, palpabile. “In me l’ateismo non è né una conseguenza, né
tanto meno un fatto nuovo: esiste in me per istinto. Sono troppo
curioso, troppo incredulo, troppo insolente per accontentarmi di una
risposta così grossolana. Dio è una risposta grossolana,
un’indelicatezza verso noi pensatori; anzi, addirittura, non è altro che
un grossolano divieto contro di noi: non dovete pensare”(cfr., Ecce
homo).
Fin da La nascita della tragedia Nietzsche concepisce il
cristianesimo come moralità decadente, che nasconde un odio profondo per
la vita, poiché tutta la vita non è che un richiamo all’apparenza,
all’arte, all’illusione, alla necessità dell’errore. Il cristianesimo è
da lui visto come la forma più pericolosa di una “volontà di
distruzione”, è il segno di stanchezza, di impoverimento della vita. Per
questo egli si è rivoltato ed ha sostenuto una visione che ha chiamato
dionisiaca. In Umano, troppo umano dichiara esplicitamente:
“Nessuna religione ha mai finora contenuto, né direttamente né
indirettamente, né come dogma né come allegoria, una verità. Poiché
ciascuna è nata dalla paura e dal bisogno e si è insinuata
nell’esistenza fondandosi su errori della ragione”. Sulla stessa
falsariga, dirà nell’Anticristo: “Quel che un teologo avverte come vero,
non può non esser falso: si ha in ciò quasi un criterio di verità”.
Ma quali sono le motivazioni che porta Nietzsche per giustificare questo
odio verso la religione in generale e verso la cristiana in particolare
? Ci si aspetterebbe da un filosofo come lui chissà quali teorie, mentre
in realtà egli dice che “vi è un buon gusto anche in religione; questo
buon gusto disse alla fine: ‘basta con questo Dio! Meglio nessun Dio!
Meglio che ciascuno si faccia da solo il proprio destino, meglio essere
folli, meglio essere Dio se stessi!’”. Dobbiamo dunque sbarazzarci di
Dio. Ma perché ? Perché “vedeva con occhi che tutto vedevano, vedeva le
profondità e gli abissi dell’uomo, tutte le sue vergogne, le sue
brutture nascoste. Non conosceva pudore la sua pietà; egli si insinuava
nei miei recessi più immondi. Doveva morire, quel troppo curioso, troppo
indiscreto, troppo pietoso. Sempre mi scopriva; dovevo vendicarmi di un
tal testimonio, oppure cessare di vivere. Quel Dio che tutto vedeva,
anche l’uomo, quel Dio doveva morire! L’uomo non sopporta che viva un
tal testimonio”. In altre parole, l’uomo deve uccidere Dio perché in Dio
è sintetizzato tutto ciò che è contro la vita e perché Dio è un’idea che
“rende storto tutto quanto è diritto, e fa girare tutto quello che è
stabile”.
Se l’uomo ha ucciso Dio, quali sono le conseguenze di una simile azione?
In primo luogo ovviamente spetta agli uomini l’enorme compito di
governare la terra senza farla cadere in rovina. Questo sarà appunto il
compito dei “grandi spiriti del secolo prossimo”(cfr. Umano, troppo
umano).
Anzi, “noi filosofi e ‘spiriti liberi’, alla notizia che il vecchio Dio
è morto, ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il
nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di
presentimento, d’attesa, - finalmente l’orizzonte torna ad apparirci
libero, anche ammettendo che non è sereno, - finalmente possiamo di
nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro ad ogni
pericolo; ogni rischio dell’uomo della conoscenza è di nuovo permesso:
il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è
ancora mai stato un mare così ‘aperto’”.
Ma stanno veramente così le cose? Sono cadute forse tutte le illusioni e
le falsità? Il cristianesimo è stato abbattuto ma – ecco il punto – la
religione non è stata sconfitta. Infatti, si badi, per Nietzsche la
morte del cristianesimo non significa la morte della religione, della
fede. La filosofia moderna è apertamente anticristiana ma non è in alcun
modo antireligiosa. L’istinto religioso non è stato vinto ma è in “pieno
rigoglio” pur rifiutando “con profonda diffidenza, l’appagamento
ateistico”. Nietzsche confessa insomma di aver dichiarato guerra
“all’anemico ideale cristiano (e a tutto quanto è con esso strettamente
apparentato), non nell’intento di distruggerlo, ma solo per por fine
alla sua tirannia e sgombrare il campo per nuovi ideali, per ideali più
robusti”.
L’uomo in fondo si è solo illuso di aver ucciso Dio, il Dio cristiano.
Ecco l’amara constatazione di Niezsche: l’uomo ha ucciso Dio ma l’ha
ucciso per niente. Quel che lo fa stupire è che ancora oggi si continui
ad essere cristiani, se non di fatto almeno di nome. Più volte egli si
chiede: “Quando in un mattino di domenica sentiamo rimbombare le vecchie
campane, ci chiediamo: ma è mai possibile? Ciò si fa per un ebreo
crocefisso duemila anni fa, che diceva di essere il figlio di Dio… Chi
crederebbe che una cosa simile viene ancora creduta?”. “Il nostro tempo
sa…Quel che una volta era soltanto malato, oggi è divenuto indecoroso –
è indecoroso essere oggi cristiani. E qui ha inizio la mia nausea …
Anche il prete sa, come lo sanno tutti, che non esiste più alcun ‘Dio’,
alcun ‘peccatore’, alcun ‘redentore’… Tutti i concetti della Chiesa sono
riconosciuti per quello che sono, come la più maligna falsificazione di
monete che esista, mirante a invilire la natura, i valori della natura…
Noi sappiamo, la nostra coscienza oggi sa… Ognuno lo sa: e ciononostante
tutto permane nell’antico stato … Che specie mai di aborto di falsità
deve essere l’uomo moderno, per non vergognarsi, a onta di tutto ciò, di
chiamarsi ancora cristiano!”. Tutto rimane dunque come prima. Ecco quel
che scandalizza Nietzsche: come ci si può proclamare cristiani ancora
oggi? Ed è uno dei motivi per cui il filosofo prova “disgusto” per
l’uomo, che ha potuto inventare e credere a “simili cose”!
Del resto Nietzsche ritiene che i suoi contemporanei non sono ancora
pronti al superamento della fede, alla proclamazione della morte di Dio
e alla tra svalutazione di tutti i valori. “Vengo troppo presto… non è
ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta
facendo il suo cammino: non è ancora arrivato alle orecchie degli
uomini”.
Max Stirner (1806-1856) fu, in un certo senso, un Nietzsche
ante litteram per la sua critica non solo a Dio ma agli idoli, per
il suo concetto egoistico dell’amore, per l’esigenza di concretezza, per
l’aver considerato la moralità “fanatica” come la religione, per
considerare la verità come una astrazione ecc.
Stirner inizia la sua opera più famosa, L’unico e la sua proprietà
(1845), con la stessa identica frase con cui la conclude: io ho fondato
la mia causa sul nulla. E qual è la sua causa? “La causa mia non è né il
divino né l’umano, non è né il vero, il buono, il giusto, la libertà e
così via, ma soltanto ciò che è mio, e non è una causa universale, bensì
unica, come unico sono io. Nessun’altra cosa mi interessa più di me
stesso”. Egli è perciò contro Dio, contro il divino e contro qualsiasi
altro assoluto. Infatti, “che cosa guadagniamo se, per cambiare,
collochiamo in noi il divino che era fuori di noi?”. Per cui “come si
può sperare di allontanare gli uomini da Dio, lasciando loro il
divino?”. La religione è il regno delle essenze, cioè degli spettri, dei
fantasmi, come lo è la morale, lo Stato che rendono schiavo l’uomo e
l’uomo, se vuole essere libero, deve liberarsi dal loro giogo. Stirner
vuole distruggere ogni astrazione, ogni universale che si opponga
all’Unico. Da questo punto di vista, pure la verità è criticata: “… la
verità è un semplice pensiero, non uno dei tanti, bensì il pensiero per
eccellenza, che sta sopra tutti gli altri, incontestabile, è il pensiero
in persona, che consacra tutti gli altri, è la consacrazione dei
pensieri, il pensiero ‘assoluto’, ‘santo’. La verità dura più di tutti
gli dèi; perché solo al suo servizio e per amor suo si sono abbattuti
tutti gli dèi e infine Dio stesso. ‘La verità’ sopravvive al crepuscolo
degli dèi, poiché è l’anima immortale di questo caduco mondo divino, è
la divinità stessa”. Perciò “finché tu credi nella verità, non credi in
te e sei un servo, un uomo religioso”. Stirner sembra così un ateo
totale, e il suo Unico è apertamente un vangelo anticristiano
come lo sarà Così parlò Zarathustra di Nietzsche.
Stirner continua dicendo: “Se la religione ha enunciato il principio che
noi siamo tutti peccatori, io vi contrappongo l’altro: siamo tutti
perfetti! Poiché ad ogni istante noi siamo tutto ciò che possiamo
essere, e non abbiamo mai bisogno di essere di più. Siccome in noi non
ci sono difetti, così anche il peccato non ha alcun senso”. Quindi “non
cercate la libertà che vi fa perdere proprio la vostra personalità nell’
“abnegazione”, ma cercate voi stessi, diventate egoisti, ognuno di voi
diventi un io onnipotente”. Per diventare o meglio, essere l’Unico, non
ci si deve considerare uno strumento dell’idea o vaso di Dio, non si
deve riconoscere alcuna missione, non si deve esistere per contribuire
all’evoluzione dell’umanità, “ma vive per se stesso, senza curarsi se
questo sia un bene o un male per l’umanità”. Per questo “io sono padrone
della mia forza, e lo sono quando so d’esser Unico. Nell’Unico lo stesso
possessore ritorna nel suo nulla creatore, da cui è stato generato. Ogni
essere superiore o no, sia Dio, sia l’uomo, indebolisce il sentimento
della mia unicità e impallidisce davanti al sole di questa coscienza. Se
pongo in me, l’Unico, la mia causa, essa poggia sul creatore caduco e
mortale, che consuma se stesso; e posso dire: io ho fondato la mia causa
nel nulla”.
Stirner e il suo Unico poggiano sul nulla. Egli non può sperare
nulla da esso. La sola cosa da fare è amarsi egoisticamente,
allontanando da sé ogni legame con le altre cose, siano esse Dio o lo
Stato o gli ideali. Di fronte a questa prospettiva, nessun Dio e nessun
assoluto possono reggere al confronto ed avere un senso, ed il problema
di Dio non viene neppure posto. L’ateismo è perciò per Stirner il punto
di partenza e non il punto di arrivo della sua speculazione. Egli è un
uomo che ha portato all’estremo la sua critica alla religione, tanto da
non potersi più chiamare neppure “ateo”, visto che per lui gli atei
stessi sono ancora gente pia.
Mikhail Bakunin (1814-1876) è stato uno dei padri
dell’anarchismo. La sua opera più famosa nell’ambito della critica
religiosa è Dio e lo Stato (1871). L’umanità, secondo Bakunin,
non è che lo sviluppo più alto dell’animalità. I nostri antenati furono
dotati in maggior grado degli altri animali di ogni specie di due
preziose facoltà: il pensiero ed il bisogno di ribellarsi. Come si vede,
la rivolta è naturale all’uomo, per l’anarchico Bakunin. È questa
rivolta che vincerà gli dèi poiché essi sono contro l’uomo e l’uomo non
può che esser loro contro. La fede non può che essere una credenza
cieca, stupida, assurda. I credenti, dice ancora Bakunin, non possono
fare a meno di ripetere con Tertulliano le “parole che riassumono la
quintessenza stessa della teologia: credo quia absurdum”. Ma – si
chiede Bakunin – come è nato il bisogno di credere in Dio? Ed egli
risponde dicendo che l’ignoranza in cui è stato mantenuto il popolo da
parte dei governi è la causa principale della accettazione delle
credenze religiose. Infatti l’esistenza piatta e monotona che conduce il
popolino non ha altro sfogo che la taverna o la chiesa. “tutte le
religioni con i loro dèi, i loro semidei e i loro profeti, i loro messia
e i loro santi, furono create dalla fantasia credula degli uomini non
ancora giunti al pieno sviluppo e al pieno possesso delle loro facoltà
intellettuali. Il cielo religioso non è altra cosa che uno specchio ove
l’uomo esaltato dalla ignoranza e dalla fede trova la sua propria
immagine, ma ingrandita e rovesciata cioè divinizzata. Secondo Bakunin
vi è un’unica alternativa: o Dio o l’uomo, ed egli sceglie ovviamente il
secondo. Infatti, secondo lui, “Dio essendo tutto, il mondo reale e
l’uomo è nulla. Dio essendo la verità, la giustizia, il bene, il bello,
la potenza e la vita, l’uomo è la menzogna, l’iniquità, il male, la
bruttezza, l’impotenza e la morte. Dio essendo il padrone, l’uomo è lo
schiavo. …l’idea di Dio implica l’abdicazione della ragione e della
giustizia umana; essa è la negazione più decisiva della libertà umana e
ha per scopo la servitù degli uomini, tanto in teoria che in pratica.
…se Dio è, l’uomo è schiavo; ora, l’uomo può, deve essere libero: dunque
Dio non esiste”. Di fronte alla presunta antitesi fra la libertà umana e
l’onnipotenza divina, Bakunin sceglie la libertà di tutti gli uomini
anzi, essa è un modo di “dimostrare” che Dio non esiste e che “se Dio
esistesse, bisognerebbe abolirlo”. L’uomo, dopo aver eliminato Dio, non
ha più padroni ultraterreni ma rimane ancora lo Stato, ugualmente, deve
essere abbattuto. Il risultato di tutto ciò sarà la libertà umana in
modo tale che ogni uomo “obbedisca alle leggi naturali perché le ha
riconosciute egli stesso per tali e non perché gli siano state
esteriormente imposte da una volontà estranea, divina e umana,
collettiva o individuale qualsiasi”. Questo non vuol dire, secondo
Bakunin, il rifiutare ogni autorità. Piuttosto vuol dire non riconoscere
alcuna autorità infallibile, assoluta, ma accettare liberamente le loro
indicazioni, le loro proposte. Accetto l’autorità – dice Bakunin - che
non viene imposta da nessuno, né dagli uomini né da Dio, altrimenti la
respingo “con orrore”. In conclusione, il compito del libertario (così
si definisce Bakunin) è quello di abolire ogni idolo e per farlo non ci
si deve arrestare di fronte a nulla, fosse anche l’onnipotenza divina.
Quando l’uomo è libero non teme ostacoli alla sua libertà: essa
fronteggia tutto e tutti.
L’ateismo di Bakunin è un presupposto indispensabile del suo anarchismo.
O meglio, si può dire che l’anarchismo è inevitabilmente ateo, mentre
l’ateismo non è detto sia anarchismo. Tale precisazione è importante
poiché è bene ricordare che l’ateismo può contenere in sé elementi
anarchici, antiteistici, materialistici ecc. ma l’inverso non è valido.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, ed.
Mursia, Mondadori ecc.
Schopenhauer, Parerga e paralipomena, Adelphi
Nietzsche, Opere complete, Adelphi o Newton Compton
Stirner, L’unico e la sua proprietà, Mursia o in AA.VV., Gli
anarchici, Utet 1971.
Bakunin, Dio e lo Stato, Roma 1971
copyright by Ernesto Riva
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