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Pensando alla storia,
l’Italia può vantare durante il Medioevo e il Rinascimento alcuni
pensatori chiaramente scettici, materialisti, naturalisti ma mai
dichiaratamente atei. Né Biagio Pelacani da Parma, né Giulio Cesare
Vanini, né Giordano Bruno sono atei bensì anticristiani, panteisti,
materialisti.
Biagio Pelacani (metà XIV sec.) fu un seguace del determinismo
astrologico e dell’eternità del mondo; i suoi contributi sono
soprattutto dedicati all’ottica. È stato uno “scienziato” e non si è mai
proclamato chiaramente ateo.
Riguardo Vanini (1585-1619), egli disse prima di morire: “Solo la
Natura è Dio” (cfr. Opere, Lecce 1912, pp. CCXXVIII). È quindi un
caso di naturalismo e non di ateismo. Ne L’anfiteatro della eterna
provvidenza, Vanini dice che non possiamo sapere che cosa sia Dio
poiché “se lo sapessi sarei Dio” (in Opere, cit., p. 25), ma non
dice che non c’è Dio. Anzi, che vi sia una Provvidenza è dimostrato da
molte cose: ad es. dalla creazione del mondo, dal moto dei cieli, dai
miracoli ecc. (cfr. Opere, cit., le esercitazioni nn. 4,5,8). Ne
Dei mirabili arcani della natura regina e dea dei mortali Vanini
ribadisce la sua religione della natura: “Ma in quale religione gli
antichi filosofi credevano che Dio fosse venerato con verità e
santamente? …Nella sola religione della Natura: religione della Natura
stessa che è Dio (infatti è principio di movimento) scolpita nel cuore
di tutti i mortali” (in Opere, cit., p. 308).
Giordano Bruno
(1548-1600) distingue nettamente l’ambio della scienza da quello della
fede. Se poi vogliamo ammettere una causa prima, questa non può essere
che “la natura stessa o pur riluce ne l’ambito e grembo di quella” (Dialoghi
italiani, Firenze 1958, p. 229). La natura è Dio che è in tutte le
cose (Op.cit., p. 274). Bruno ripete spesso la sua idea
dominante: Dio è tutto in tutte le cose, “per quanto si comunica alli
effetti della natura, ed è più intimo a quelli che la natura stessa; di
maniera che se lui non è la natura istessa, certo è la natura de la
natura; ed è l’anima del mondo, se non è l’anima istessa”(ibid.,
p. 783). La religiosità bruniana è cosmica, è amore per l’infinito, per
l’universo, per il tutto. Se vogliamo, non è certo cristianesimo anzi è
violentemente anticlericale ma non per questo è ateismo dichiarato.
E veniamo al Novecento. Ricordo, en passant, che la filosofia dominante
in Italia nella prima metà del Novecento fu l’idealismo di
Croce e di
Gentile. Entrambi
non assunsero mai una posizione anticristiana anzi, il loro idealismo fu
da essi considerato come una sorta di baluardo nei confronti della
religione. Da interpretare certo “filosoficamente”, “idealisticamente”
ma mai da criticare in senso ateistico. L’esempio più eclatante fu quel
famoso saggio di Croce intitolato Perché non possiamo non dirci
“cristiani”, che fece parecchio scalpore (da notare subito quel
cristiani tra virgolette). In esso sostiene che noi non possiamo non
riconoscerci e non dirci cristiani, e che questa denominazione è
semplice osservanza della verità. Il cristianesimo è stato la più grande
rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta. Tutte le altre rivoluzioni
non sostengono il suo confronto. Ma non solo: le rivoluzioni e le
scoperte che seguirono nei tempi moderni non si possono pensare senza la
rivoluzione cristiana. Questo nuovo atteggiamento morale e questo nuovo
concetto di Dio si presentarono in parte ravvolti in miti (Croce
considera tale la resurrezione ecc.) ma non perciò – dice Croce - non
furono sostanzialmente quelli che abbiamo in breve enunciati e che
ognuno sente risuonare dentro di sé quando pronunzia a sé stesso il nome
di “cristiano”. Inoltre il cristianesimo è stato in grado di adattarsi
nel corso dei secoli alle vicende storiche (la chiesa si rinsanguò e si
riformò tacitamente più volte) e così è riuscito a dominare il corso
della storia e a soddisfare le sempre nuove esigenze e le nuove domande.
Poi bisogna riconoscere che la polemica antichiesastica si è sempre
arrestata e ha taciuto nei confronti della figura di Gesù. Potrà aver
“sparato a zero” nei confronti della istituzione ma non così nei
confronti di Cristo, “sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a
sé medesima, alle ragioni del suo ideale, al cuore del suo cuore”.
Perciò, conclude Croce, noi, nella vita morale e nel pensiero, ci
sentiamo direttamente figli del cristianesimo. E serbare e riaccendere e
alimentare il sentimento cristiano è il nostro sempre ricorrente
bisogno, oggi più che mai pungente e tormentoso, tra dolore e speranza.
E il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo
chiamano lo Spirito, e se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché
sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e
intellettualistica, ma che limpida verità esso è all’occhio della logica
concreta, che potrà ben dirsi “divina”, intendendola nel senso cristiano
come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che, di continuo
congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo.
Queste sono dunque le conclusioni di Croce nei confronti del
cristianesimo. Come si vede, nulla di ateistico anche se il
cristianesimo è reinterpretato in senso idealistico.
In Italia, agli inizi del secolo, usciva un’operetta del prof.
Giuseppe Rensi (prima giornalista poi docente universitario a
Genova, 1871-1941), scettico e ateo dichiarato, dal titolo Apologia
dell’ateismo. L’Italia, nella sua storia, ha avuto pochissimi
miscredenti ed ancor meno atei dichiarati. Non può neppure essere
paragonata, da questo punto di vista, alla Germania o alla Francia, vere
e proprie fucine del pensiero ateistico. Rensi è appunto uno di quei
rarissimi casi di filosofi italiani (e non solo) che si dichiarano
apertamente atei e difendono la loro posizione.
Rensi è sicuro del proprio ateismo: anzi, negare l’ateismo è cadere
nell’allucinazione, nella pazzia. Questo si chiarisce pensando che, se
il concetto di essere è definito come “ciò che si può vedere, toccare,
percepire”, allora Dio è relegato ovviamente nella sfera del non-essere,
cioè egli, per definizione, non può esistere. Rensi dice: “O Dio è
limitato, circoscritto, conforme alle condizioni formali
dell’esperienza, oggetto fra oggetti, e non è più Dio. O è infinito ed
allora cade fuori dell’Essere, è non-Essere. O Essere e non-Dio, o Dio e
non-Essere”. Non ci sono alternative: secondo Rensi, che Dio non sia è
una verità sullo stesso piano di 2+2=4. “Dio non è” è un giudizio
analitico – egli dice – come “il corpo è esteso”. Il predicato “non è”
si ricava dal soggetto “Dio” con la stessa certezza e irrecusabilità
logica e quasi tautologica come “esteso” da “corpo”. Questa può essere
definita, dice ancora Rensi, come la prova ontologica dell’inesistenza
di Dio. Il concetto di Dio è quindi per Rensi identico al concetto del
non-essere, del nulla. Ma in più, il concetto è in se stesso
contraddittorio ed assurdo. Infatti, dice Rensi, o Dio è fuori del
tempo, ed è cosa immobile e morta, che non fa e non vive; oppure è nel
tempo ed allora abbiamo un Dio che cangia. O morto o cangiante, in
entrambi i casi non-Dio. Del resto, chiamare il mondo stesso Dio come fa
il panteismo è una tautologia insignificante; né giova chiamare Dio la
forza, la natura naturans, l’evoluzione creatrice: ciò è soffocare e far
sparire Dio in energie naturali; neppure è valido considerare Dio un
essere impersonale: è una parola mal adoperata, una contradictio in
adiectio. Nonostante tutto quel che ha detto, paradossalmente, Rensi non
esclude però l’ateismo dal campo della religione. Vediamo in che senso:
l’ateismo è secondo lui una sorta di religione, anzi la più pura e alta
delle religioni perché l’uomo si sente di fronte al Tutto nella sua
immensa grandezza e ciò esclude ogni egoismo. La religiosità predicata
dal Rensi è di tipo cosmico e si può quindi fare a lui lo stesso
rimprovero che egli imputava ai cosiddetti “falsi dèi”: non è una vera
religione. Gli diamo comunque atto della coerenza con cui ha difeso il
suo ateismo, cercando di renderlo puro e totale.
E oggi? Se si consulta il sito web della UAAR (Unione Atei
Agnostici Razionalisti, www.uaar.it ) troviamo nomi come Margherita Hack
(astronoma) , Piergiorgio Odifreddi (matematico e logico), Danilo
Mainardi (etologo), tutti intellettuali ma praticamente nessun filosofo
tranne forse Flores d'Arcais e Lecaldano 8che non sono comunque in
quell'elenco). Come mai?
Umberto Eco (1932-viv.) è forse l’intellettuale italiano più
famoso, anche all’estero. Da un cattolicesimo giovanile è passato ad una
posizione di sereno ateismo, dichiarato più volte anche con pungente
ironia: “Sì, è vero, non credo più in Dio, ma forse Dio crede ancora in
me. Dunque manteniamo tra noi un certo rapporto” (citato in V. Messori,
Inchiesta sul cristianesimo, p. 35). Però non ama definirsi ateo
bensì preferisce agnostico perché “non si lasciano le sacrestie
dei clericali per rifugiarsi in quelle degli atei”. È dunque un “cane
sciolto”e, se proprio vogliamo trovargli una collocazione, egli stesso
parla di “illuminista bizantino”, nel senso che “il
semplice illuminista è uno che crede impossibile trovare una spiegazione
globale del mondo. L’illuminista bizantino sarebbe d’accordo, ma
sospetta sempre che forse non è plausibile neppure quello scetticismo: è
uno che non esclude che anche quella rete, quel labirinto che è
l’universo dei segni in cui siamo immersi abbia una nascosta
spiegazione”. “Sì, l’aspetto razionale non basta a spiegare la mia
storia – confessa Eco – ma non basta neppure quello biografico. Altri
che hanno avuto le mie vicende, la fede l’hanno conservata”. Eco
confessa ancora la “tragicità della scommessa sull’inesistenza di Dio:
chi punta così deve produrre molto più amore del credente, per
giustificare la sua vita e la sua morte”. E comunque – dice ancora Eco –
“sono convinto che alla fine, e anche qui non so come, ce la caveremo”.
Se per caso il Cristo come giudice c’è davvero e vuole imbastirmi un
processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho
ragionato così e così e sono arrivato alla conclusione che non avresti
dovuto esserci tu ad aspettarmi. Credo che in questo modo potremmo
arrivare a patti ragionevoli. Se invece ragionevole non è, se è un Dio
crudele e vendicativo che ha già deciso in anticipo il mio destino,
allora non voglio avere nulla a che fare con lui. Mi mandi pure
all’inferno dove almeno c’è gente per bene. Ma sono sicuro che, se Dio
c’è, c’è il dio di San Tommaso; e con lui si può ragionare. Abbiamo
studiato sugli stessi libri. Siamo entrambi ex-allievi della stessa
università”.
Paolo Flores d’Arcais (1944-viv.) è uno dei pochissimi
intellettuali italiani a proclamarsi ateo. È fondatore e direttore della
rivista Micromega, ricercatore presso l’università “La Sapienza”
di Roma, pubblicista; ha partecipato a dibattiti sui rapporti ragione e
fede, laicità ecc. Il più famoso è stato l’incontro moderato da Gad
Lerner tra lui e l’allora cardinale Joseph Ratzinger (ora papa Benedetto
XVI) e pubblicato col titolo Dio esiste? . Altro testo
importante, edito da Einaudi, è il suo Etica senza fede. Comincerei
proprio da quest’ultimo.
Già nelle prime righe della prefazione, Flores d’Arcais dichiara: “Carte
in tavola. Questo è un libro ateo…”. L’ateismo è per lui “il sobrio
rifiuto di occultare la nostra ineludibile finitezza dietro l’ipostasi
suprema … o dietro il mistero” (cfr. Etica senza fede, Einaudi,
Torino 1992, pp. VI e VII; d’ora in poi citato come ESF). Mentre
alienazione è proprio il rifiuto di accettare la nostra condizione di
finitezza (ESF, 236); d’altra parte, non vi è mistero da svelare:
mistero è ormai solo il nome che diamo al sapere che non troviamo il
coraggio di sopportare. Non c’è significato da scoprire negli enti, che
con gli accadimenti esauriscono la realtà; ormai sappiamo la risposta
alla domanda sul senso: nulla. (ESF, 229). Di fronte a questa
condizione, moltiplichiamo le strategie di fuga: razionalizzazione,
rimozione, consolazione, assoluzione (ESF, 230). Anzi, sembra che oggi
abbiano vinto o continuino a vincere le idolatrie. L’eclisse del sacro,
cioè dell’obbedienza all’alterità, non sarà mai tale fino a che non
coinciderà con il tramonto delle ipostasi, cioè di ogni idolatria. Il
ritorno del sacro è la conseguenza della vera drammatica eclissi dei
nostri tempi, l’eclissi della democrazia, e ne rappresenta la forma
virtuosa e presentabile di rimozione e rassegnazione (ESF, 235).
Dobbiamo poter lottare per le promesse di libertà e giustizia della
modernità; dobbiamo poter lottare per un’etica della coerenza rispetto
alla finitezza del disincanto (ESF, 237). Ogni concessione alle
illibertà e alle illegalità sono distruzione di democrazia. La cura per
la democrazia esige preliminare cura per la critica, e infaticabile
vigilanza contro l’assedio della sragione dogmatico-fideistica, che
dalla sua avrà sempre potentissime pulsioni (ESF, 238).
Nell’altro testo citato, Dio esiste?, Flores d’Arcais ritiene che
il cattolicesimo non si ponga più il problema della verità dei suoi
contenuti. Oggi la Chiesa teme solo lo scetticismo consumistico,
l’ateismo pratico dell’edonismo, l’indifferenza sazia e disperata. E
pensa perciò a convertire a partire da emozioni e bisogni, non da
ragioni. Il cattolicesimo crede di aver fatto definitivamente i conti
con l’ateismo solo perché li ha vittoriosamente conclusi con il
comunismo. Ma questo non a niente a che fare con la ragione scientifica
moderna, con pensiero critico del disincanto (Dio esiste?, p. 85;
d’ora in poi citato con D). A parte quello, egli ripete le classiche
obiezioni all’esistenza di Dio e alla religione: il male, il peccato
originale, “la fede come dado di senso per il brodo dell’esistenza”
(D,95). È Dio che va provato, al di là di ogni ragionevole dubbio,
poiché il finito c’è. Se poi la religione è proposta come salvezza, si
cade in una religione-psicologia, che dovrebbe consolare ma si vede
subito che sarebbe una risposta utilitaristica e pragmatica, “fin troppo
umana”; per cui una religione del senso (anziché della verità) sarebbe
una religione non più di persone ma di meri consumatori di senso (D,
97). E non ci si rifugi, dice Flores d’Arcais, nell’obiezione che la
religione sarebbe connaturata all’essere umano: visto che l’uomo può
arrivare all’ateismo, allora questa è la definitiva verità dell’Homo
sapiens, mentre la religione costituirebbe solo il residuo più
sofisticato del primitivo animismo (D, 101). Egli conclude dicendo due
cose: da una parte, solo a partire da una fede che riconosca l’ateismo
della ragione, e che si proclami e pratichi perciò “quia absurdum”, è
possibile un agire comune fra uomo di fede e uomo del disincanto, e anzi
un comune agire evangelico; dall’altro però – e questo lascia stupefatti
dopo tutto quello che Flores d’Arcais ha detto in precedenza – il
praticare la solidarietà effettiva e il primato del tu implica un dovere
di sacrificarsi che riesce in genere solo se si ha fede in un Altro
(inteso proprio come Dio padre); la pietra d’inciampo per l’ateo è
l’incapacità della carità (D, 110-111). Quest’ultima affermazione è
molto pesante e rimette in discussione la posizione dell’ateo: egli
sarebbe comunque superato dal punto di vista morale dal credente? La
santità è la risposta all’ateismo?
Cito qui Piergiorgio Odifreddi (1950-viv.), docente universitario
di matematica e logica, autore di libri di divulgazione scientifica e di
critica religiosa, perché nei siti web e nei libri spara a zero contro
il cristianesimo e la Chiesa cattolica ma non osa mai proclamare
chiaramente il suo ateismo: ed in effetti si tratta, nel suo caso,
di un razionalismo oserei dire esacerbato!
Per quanto riguarda la figura di Gesù, egli è un seguace della via
mitica: non sa se Gesù sia realmente esistito (quindi conclude che non
esiste) ed è dunque spiegabile come un mito.
Ne Il Vangelo secondo la Scienza, ritiene che “non solo non è
razionale credere in Dio ma è razionale non credervi”(d’ora in poi
citato come VSS, 189). La credenza nella religione cattolica è messa in
discussione per due sue caratteristiche: la prima è il dogmatismo su cui
si fonda, che la rende incompatibile con la concezione della dignità
umana conquistata politicamente attraverso le rivoluzioni inglese,
americana, francese e russa, e teorizzata filosoficamente da
illuminismo, romanticismo, marxismo ed esistenzialismo; la seconda è
l’elenco dei dogmi che determinano la fede cattolica: trinità, duplice
natura di Cristo, purgatorio, transustanziazione, immacolata concezione
e assunzione, infallibilità pontificia. Odifreddi chiede: come si
possono credere affermazioni che non si possono capire? Il cattolicesimo
si impicca dunque con la sua stessa corda: escludendo dalla comunità
ecclesiale coloro che non ne accettano tutti i dogmi, si autodefinisce
come una fede in cui nessuno può credere (VSS, 190-191). Alla domanda
perché c’è questo universo invece di un altro? Ovvero perché l’universo
è strutturato nella maniera che conosciamo? La risposta porta solo
eventualmente al panteismo: Dio è il programma del mondo, più che il suo
programmatore (VSS, 206-209). Alla fine del percorso, riscopriamo, dice
Odifreddi, quel che già diceva Pitagora: la vera religione è la
matematica, e il resto è superstizione. O, detto altrimenti, la
religione è la matematica dei poveri di spirito. Il che, secondo
Odifreddi, permette di salvare il salvabile, e cioè l’esperienza
spirituale, a cui si dovrebbe ridurre la religione. L’esperienza
spirituale è qualcosa che non ha ovviamente nulla di soprannaturale e
che consiste nella percezione del livello dell’intelletto, dell’ordine
implicato, dell’infinito assoluto, dell’atemporalità. Questa è la
soluzione proposta da Odifreddi per fondare una religione veritiera, su
corretti fondamenti scientifici e matematici (VSS, 211-215).
Concludo la rassegna con Giulio Giorello (1945-viv.), che insegna
filosofia della scienza all’Università di Milano, sulla cattedra che fu
già di Ludovico Geymonat, suo maestro. Il suo ateismo è sui generis,
ammesso che lo si possa definire ateismo. La sua posizione rifiuta
piuttosto ogni assolutismo, sia da parte religiosa che da parte atea:
ecco perché non vuole essere di nessuna chiesa, sia essa ecclesiastica o
scientifica o storica o politica o atea.
Nel suo libro più recente, Di nessuna chiesa. La libertà del laico,
egli critica in primo luogo il concetto di relativismo, confuso –
secondo Giorello – con una sorta di nichilismo o di appiattimento della
verità, mentre il contrario del relativismo è l’assolutismo. “Là dove
abbiamo buone ragioni per credere nella verità di una teoria o nella
bontà di una norma, non possiamo escludere in linea di principio che si
possano trovare argomenti per teorie o norme rivali”. E ciò vale per la
scienza, come per il mito e la religione. Dal confronto (e dallo
scontro) ognuno ha da guadagnare; viceversa, far tacere anche uno solo è
un danno, prima che per lui, per il resto della comunità. È
superstizione ritenere che per tale confronto siano necessari un
linguaggio e un patrimonio di valori condivisi. E queste non sono
questioni puramente accademiche, bensì riguardano le ragioni del vivere
civile e le stesse condizioni dell’etica. Non riguarda tanto la abusata
contrapposizione tra fede e ragione, quanto quella tra fallibilismo e
infallibilismo, tra una verità che non pretende di salvare neanche se
stessa e una verità che promette salvezza a chiunque vi si sottometta,
tra una ragione che misura la propria gratuità e finitezza senza aver
nostalgia di un fondamento e una ragione che nell’imposizione del
fondamento trova il proprio sostegno e la propria giustificazione.
Essere di nessuna chiesa significa tollerare ogni chiesa, riconoscendone
il diritto all’espressione anche nel libero atto di prenderne le
distanze. In questo senso, l’indifferenza è la migliore garanzia di una
piena fioritura umana. Sotto questo cielo, la vera minaccia alla libertà
viene non dal Diavolo, ma da terrene misure coercitive in cui si
dispiega la tentazione dell’infallibilità. Con ciò – afferma Giorello –
non intendo dire che il vecchio Dio dei monoteismi sia tramontato: chi è
di nessuna chiesa non si ritrova neppure in una chiesa di atei. Non ho
nulla – conclude Giorello – contro l’idea che un qualche Dio prenda
corpo nella storia e partecipi alle vicende degli uomini: sappia solo
che può anche rischiare di prendersi una coscia di toro sul volto, come
capitò, stando all’Epopea sumerica e accadica, alla dea Inanna (Istar),
oltraggiata dall’eroe Enkidu, sodale di Gigamesh nella ribellione: “Se
tu aiuti me, io aiuto te. Chi può prevalere su di noi?”.
In un dibattito con Bruno Forte su ragione e fede, Giorello ricordava
che già Carlo Maria Martini, il famoso studioso e arcivescovo di Milano,
diceva che il confine tra credente e non credente non divide
esteriormente la popolazione ma passa dentro ciascuno di noi. Se dunque
dentro di sé ogni credente riconosce un non credente e un non credente
riconosce un credente, non c’è ragione per erigere inutili steccati che
separino le persone, le quali invece decidono liberamente di mettersi in
relazione pur nelle differenze delle loro convinzioni. Questo è il
nucleo di una genuina società pluralistica.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Croce, Perché non possiamo non dirci “cristiani”, ed. in volume,
Bari, Laterza 1944 (in realtà pubblicato nella rivista La Critica,
20 novembre 1942).
Flores d’Arcais, Etica senza fede, Einaudi
Flores d’Arcais, Etica laica tra disincanto e rivincita di Dio,
ed. Casini
Forte-Giorello, Dove fede e ragione si incontrano? , San Paolo
Giorello, Di nessuna Chiesa. La libertà del laico, Cortina
editore
Messori, Inchiesta sul cristianesimo, SEI
Odifreddi, Il Vangelo secondo la scienza, Einaudi
Ratzinger-Flores d’Arcais, Dio esiste?, il fondaco di Micromega,
Rensi, Le aporie della religione, ed. Etna 1932
Rensi, Apologia dell’ateismo, n.ed. La Fiaccola Ragusa 1967
Rensi, Filosofia dell’assurdo, Adelphi
copyright by Ernesto Riva
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