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Dopo l’ateismo antico, si
verifica uno strano fenomeno: dalla Grecia fino ad arrivare
all'Illuminismo non si hanno casi di ateismo esplicito. Durante il
Medioevo e il Rinascimento abbiamo casi di scetticismo, di materialismo,
di panteismo, di naturalismo e simili, ma nessuno dei pensatori ha mai
varcato totalmente la soglia dell'ateismo, se diamo retta a quanto
attestano i loro scritti. Né Vanini, né
Bruno, né
Spinoza, né
Hume, né
Bayle (per citare solo i
più famosi) sono atei nel senso vero e proprio del termine ma solo, se
vogliamo, miscredenti. Questo per la semplice ragione che, come scrisse
Kant, "nessuno per il solo
fatto che non crede di poter affermare qualche cosa, può essere accusato
di volerla negare" (cfr. Critica della ragion pura, dial. tr.,
libro 2°, cap. 3°, sez. VII).
Riguardo Vanini, egli disse, prima di morire: “ Solo la Natura è
Dio” (cfr. Opere, Lecce 1912, pp CCXXVIII). E' quindi un caso di
naturalismo o se volete di panteismo ma non di ateismo. Ne
L'anfiteatro della eterna Provvidenza, Vanini dice che non possiamo
sapere che cosa sia Dio, poiché “se lo sapessi, sarei Dio” ( Opere,
cit., p.25) , ma non che non c'è Dio. Anzi, che vi sia una Provvidenza è
dimostrato da molte cose : ad es. dalla creazione del mondo,dal moto dei
cieli, dai miracoli,ecc.(in Opere, cfr. le esercitazioni
4^,5^,8^) . Ne Dei mirabili arcani della natura regina e dea dei
mortali, Vanini ribadisce la sua religione della natura: “... Ma in
quale religione gli antichi filosofi credevano che Dio fosse venerato
con verità e santamente? ... Nella sola religione della Natura:
religione della Natura stessa che è Dio (infatti è principio di
movimento) scolpita nel cuore di tutti i mortali"( in Opere, p.
308).
Giordano Bruno
distingue nettamente il campo della scienza da quello della fede; se poi
vogliamo ammettere una causa prima, questa non può essere che "la natura
stessa o pur riluce ne l'ambito e grembo di quella"(Dialoghi
italiani, Firenze 1958 ,p.229). La natura è "Dio che è in tutte le
cose"(op.cit., p.274). Bruno ripete spesso la sua idea dominante: Dio è
tutto in tutte le cose, "per quanto si comunica alli effetti della
natura,ed è più intimo a quelli che la natura stessa; di maniera che se
lui non è la natura istessa,certo è la natura de la natura ed è l'anima
del mondo,se non è l'anima istessa"(Ibid., p.783). La religiosità
bruniana è cosmica, è amore per l'infinito, per l'universo, per il
tutto.
Spinoza ci
lasciò nella Epistola LXXIII la sua "confessione di fede". Egli
dice che "Dio è, come si dice, la causa immanente, non già la causa
transeunte di tutte le cose. Affermo cioè con Paolo che tutte le cose
sono in Dio e in Dio si muovono"(in Opere scelte, a cura di
A.Deregibus, Milano I970, p.208). Anche questo è un caso di naturalismo
o, meglio, di acosmismo, e non di ateismo.
Hume è
dichiaratamente uno scettico. La conclusione della sua indagine sul
problema di Dio è questa: “Tutto è ignoto; un enigma, un
inesplicabile mistero. Dubbio,incertezza,sospensione di giudizio
appaiono l'unico risultato della nostra più accurata indagine a
proposito” (cfr. D. Hume, Storia naturale della religione,
Laterza, Bari I970, p. 115). E questo scetticismo, per Hume, non è
negazione della religione, anzi "essere uno scettico filosofico è, per
un uomo colto, il primo e più essenziale passo che conduce ad essere un
vero cristiano, un credente"(cfr. Dialoghi sulla religione naturale,
Laterza, Bari I963, p.167).
In ultimo, Bayle è
uno dei padri della moderna miscredenza ma non del moderno ateismo. Egli
si dilunga a dimostrare, in diverse opere, che gli atei non sono persone
amorali e perverse come spesso li si considera. Non è affatto strano che
un ateo viva virtuosamente, quanto è strano che un cristiano compia dei
crimini. “ Se noi - dice Bayle - vediamo tutti i giorni quest'ultima
specie di mostro,perché crediamo che l'altra sia una cosa impossibile?”.
Possiamo benissimo avere l’idea di onestà senza credere affatto in Dio (Oeuvres
diverses, rist. Hildesheim 1966, tomo 3°,cfr. pp. 109 segg.).
Riguardo Dio, Bayle non si sbilancia mai nel sostenere che esiste oppure
che non esiste. Si giustifica dicendo: “1a libertà a questo riguardo è
abbastanza grande; e purché un dottore ammetta che questa esistenza si
può provare in altri modi, gli si lascia la libertà di criticare questa
o quella determinata prova"
(cfr. Dictionaire historique et critique, Rotterdam 1740 , tomo
4°, p.530, tr. it. parziale Dizionario storico-critico, ed.
Laterza ). Bayle si mantenne sempre su posizioni di critica più o meno
pacata, affermando il que sais-je ? .
Si può definire ateismo moderno l’ateismo proprio del periodo
illuministico. Uomini come Meslier, d’Holbach, Sade hanno portato
l’ateismo ad una violenza e radicalità mai viste prime. Nelle loro tesi
atee si intrecciano diversi motivi, dal materialismo al meccanicismo,
dal determinismo al razionalismo, non del tutto nuovi, ma quel che è
nuovo è la radicalità con cui queste affermazioni vengono sostenute.
Forse essi sono anche dogmatici ma ciò rivela come essi vogliano
tagliare nettamente i ponti col passato e con tutto quello che ha
sentore di religione.
Il curato Jean Meslier (1664-1729) è uno dei casi più singolari
nel panorama della letteratura atea. Per tutta la vita egli tenne
nascosta la sua vera opinione su Dio, libertà e immortalità, e solo dopo
la sua morte si venne a conoscenza di quel che realmente credeva quel
povero prete di campagna. Ne sono testimonianza le tre copie del
Testamento che ha lasciato. Nell’opera egli sostiene a spada tratta
che Dio non esiste ed elabora addirittura otto prove “dell’inconsistenza
e della falsità delle religione”. Per dimostrare che ogni religione è in
sé falsa e dannosa. Il suo ateismo nasce dalla insoddisfazione nel
vedere tanti soprusi giustificati dalla religione ed egli vuole appunto
liberare i poveri, gli ignoranti dallo stato di servitù e sottomissione
a cui erano soggiogati dalla Chiesa e dallo Stato. Il suo è, per così
dire, un ateismo politico. Non è fine a se stesso, ed è quindi, in un
certo senso, già un superamento dell’ateismo come semplice posizione
teoretica.
Nella prima prova Meslier sostiene che le religioni non sono
altro che invenzioni umane dato che tutte si escludono e si combattono
l’un l’altra. La seconda prova sostiene che la fede è fonte di
illusioni, di errori, imposture. La fede è una credenza cieca, che
obbliga a credere tutto ciò che viene presentato sotto il nome e
l’autorità di Dio. La terza prova nega la rivelazione divina.
Poiché secondo Meslier, non sono state compiute le magnifiche promesse
legate a tali pretese rivelazioni divine. La quarta prova è un
ampliamento della terza: le promesse e profezie dell’Antico Testamento
sono tutte false. Esse non si sono avverate che in senso spirituale e
allegorico e quindi ne consegue che sono false. La quinta prova è
dedotta dalle false credenze contenute nella dottrina e morale
cristiana. Il cristianesimo, dice Meslier, obbliga a credere non solo in
cose false, ma anche ridicole e assurde come la Trinità, come la
divinità di Gesù, la transustanziazione ecc. e nel condannare moralmente
le passioni della carne e nel fare cose contro natura come amare i
propri nemici. La sesta prova è tratta dagli abusi, vessazioni,
tirannie dei potenti che la religione tollera e autorizza. Meslier
enumera sei abusi di cui sarebbe colpevole il cristianesimo: mantenere
la disparità fra le diverse concezioni sociali degli uomini; tollerare,
mantenere e autorizzare che si vi siano diverse categorie sociali che
non sono né utili né necessarie alla società: Meslier si riferisce
ovviamente ai “ricchi fannulloni” e agli ecclesiastici, preti, monaci e
monache. Appropriazione individuale che gli uomini fanno dei beni e
delle ricchezze della terra, che dovrebbero invece essere “posseduti da
tutti in parti uguali”. Dominazione tirannica dei poveri,
indissolubilità del matrimonio, da cui deriva “un’infinità di matrimoni
infelici, di famiglie sventurate”. La tirannide dei grandi, dei re e dei
principi che dominano mediante un potere assoluto sul resto degli
uomini. La settima prova è dedotta dalla falsità e dalla credenza
nella presunta esistenza degli dèi. Questa settima prova è quella
trattata più ampiamente nel Testamento. L’origine della credenza negli
dèi si trova nel fatto che alcuni uomini sottili e malvagi hanno assunto
il nome e la funzione di Dio e di Signore assoluto per suscitare più
timore e rispetto. Egli cerca appiglio in ogni dove per giungere a
dimostrare la sua tesi della inesistenza di Dio. L’ultima prova è
dedotta dalla falsità dell’idea dell’immortalità. L’anima, secondo
Meslier, è una parte della materia più fine e più fluida, rispetto
all’altra più corposa di cui sono fatte le membra e le parti visibili
del nostro corpo.
Nella conclusione, Meslier riassume l’intento dell’opera dicendo che
“tutto questo ammasso di religioni e di leggi politiche” non è altro che
“un cumulo di misteri di iniquità”. La salvezza degli uomini, e
soprattutto dei poveri, dei derelitti, degli ignoranti è “nelle vostre
mani, la vostra liberazione dipenderebbe solo da voi, se riusciste a
mettervi d’accordo”. È la forza stessa della verità che mi ha fatto
scrivere questo Testamento – dice Meslier – e non è che l’odio per
l’ingiustizia, per l’impostura, per la tirannia e per ogni altra
iniquità che mi fa parlare così.
Paul-Henri Dietrich d’Holbach (1723-1789) è stato forse l’ateo
più famoso dell’Illuminismo francese. Il suo Sistema della natura
fu la "bibbia" del materialismo ateo settecentesco. L’opera, in verità,
non è affatto originale. In essa d’Holbach riassume tutti gli argomenti
antireligiosi di duemila anni di storia del pensiero. Il suo ateismo
però, a differenza di quello di Meslier, è ancora aristocratico,
poiché secondo lui soltanto le persone che si innalzano al di sopra
delle credenze del popolino ottengono la liberazione dalle credenze
religiose.
Nel Sistema della natura, opera prolissa e infarcita di
citazioni, d’Holbach tenta di fondare una completa visione del mondo
atea appoggiandosi ad ogni possibile contributo da parte della filosofia
e della scienza. L’unico merito del Sistema della natura è
appunto questo: aver tentato di avanzare una visione del mondo e
dell’uomo completamente diversa da quella religiosa. L’opera è divisa in
due parti, intitolate rispettivamente Della natura e Di Dio.
La prima parte è una esposizione delle leggi del moto e della materia,
delle cose viventi e non viventi, in modo tale che esse vengano spiegate
e comprese autonomamente, senza fare ricordo ad un ente trascendente e
creatore. La seconda parte, come suggerisce il titolo, vuole essere una
critica radicale al concetto di Dio, alle prove della sua esistenza,
alla Provvidenza, alla religione ecc. un rilievo interessante a questo
proposito è notare come d’Holbach, settant’anni prima circa de
L’essenza del Cristianesimo di Feuerbach, affermi che l’uomo in Dio
non vede né può vedere altro che un essere di specie umana, di cui si
sforzerà invano di ingrandirne le proporzioni per farne un essere
totalmente spirituale. Si attribuisce a Dio – dice d’Holbach –
l’intelligenza, la saggezza, la bontà, l’onniscienza, l’onnipotenza
perché è lo stesso uomo che è buono, intelligente, saggio ecc.
Ma vediamo più da vicino le argomentazioni holbachiane. Egli ritiene che
se non esistesse affatto il male nel mondo, l’uomo non avrebbe mai
immaginato e creato una divinità. Fu quindi nella “fabbrica della
tristezza” che l’uomo infelice formò il fantasma di cui fece il suo Dio.
Con la parola Dio gli uomini hanno designato la causa più nascosta, la
causa più lontana, la causa più sconosciuta degli effetti che essi
vedevano. Dal momento in cui gli uomini persero il filo delle cause, o
da quando il loro spirito non poté più seguirne la concatenazione, essi
troncarono la difficoltà terminando le loro ricerche chiamando Dio
l’ultima delle cause, cioè la causa al di là di tutte le cause
conoscibili. Fu sulle rovine della natura che gli uomini costruirono il
colosso immaginario della divinità. Per cui, dice d’Holbach, se
l’ignoranza della natura ha fatto nascere gli dèi, la conoscenza della
natura è fatta per distruggerli. La religione – continua d’Holbach – è
fondata sul principio assurdo secondo cui l’uomo è obbligato fermamente
a credere ciò che è nella impossibilità totale di comprendere. Secondo
la teologia – egli dice – l’uomo deve essere in una ignoranza
invincibile riguardo la nozione di Dio. Si assicura che Dio ha creato
l’universo per l’uomo, unico re della natura. Povero monarca!, dice d’Holbach.
Basta un granello di sabbia, qualche umore fuori posto per distruggere
l’esistenza del tuo regno, e tu pretendi che un Dio buono abbia fatto
tutto per te! Che cos’è la razza umana in confronto alla Terra? E che
cos’è questa terra in confronto al Sole? Che cos’è questo nostro Sole in
confronto a quell’insieme di soli che, a immense distanze, riempiono la
volta del firmamento? O uomo vano, sta al tuo posto!
D’Holbach analizza quindi le prove dell’esistenza di Dio. La prova più
forte che l’idea della divinità non è fondata che su un errore – egli
dice – è che gli uomini sono venuti a poco a poco perfezionando tutte le
scienze che avevano per oggetto qualcosa di reale, meno la scienza di
Dio, che non è stata mai perfezionata: essa è dappertutto allo stesso
punto; tutti gli uomini ignorano ugualmente qual è l’oggetto che
adorano, e ciò di cui si sono più seriamente occupati non fa che
oscurare sempre più le primitive idee che gli uomini si erano formati.
Tutti vedono il Sole ma nessuno vede Dio. Ecco la sola differenza fra la
realtà e la chimera: l’una esiste e l’altra no. La teologia è un mondo
in cui tutto segue delle leggi completamente diverse dalle nostre.
L’idea di Dio non è che un errore madornale del genere umano; la nozione
di divinità non serve che a corrompere gli uomini; Dio è un essere
superfluo: non è che il caso che ha prodotto l’universo, è da se stesso
che esso esiste, esso c’è necessariamente e da tutta l’eternità. Ed ecco
che d’Holbach inizia la polemica, a quei tempi agli inizi, fra ateismo e
morale. A questo proposito d’Holbach dice chiaramente che voler fondare
la morale su una chimera è come fondarla sul nulla. Dire che senza
l’idea di Dio l’uomo non può avere sentimenti morali significa non poter
più distinguere il vizio dalla virtù. Diversamente dalla morale
teologica, la morale della natura è chiara ed evidente anche per quelli
che la oltraggiano. La natura – dice d’Holbach – invita l’uomo ad
amarsi, a conservarsi, ad aumentare incessantemente la somma della sua
felicità; la natura dice all’uomo di consultare la sua ragione e di
prendere essa come guida; la natura dice all’uomo di cercare la verità,
di essere socievole, di amare i propri simili, di essere giusto; la
natura dice all’uomo: tu sei libero, nessuna potenza sulla terra può
legittimamente privarti dei tuoi diritti. Che cos’è dunque un ateo? La
risposta di d’Holbach non si fa attendere: un ateo è un uomo che
distrugge le chimere nocive al genere umano per riportare gli uomini
alla natura, all’esperienza, alla ragione. È un uomo che, avendo
meditato sulla materia, la sua energia,le sue proprietà, non ha bisogno,
per spiegare i fenomeni dell’universo e le operazioni della natura, di
immaginare potenze ideali, intelligenze immaginarie, esseri di ragione
che, lungi dal far conoscere meglio questa natura, non fanno che
renderla capricciosa, inesplicabile, in conoscibile, inutile alla
felicità umana. Quindi se per ateo si intende un uomo che nega
l’esistenza di una forza inerente alla materia e senza la quale non si
possa concepire la natura, ed a questa forza motrice si dà il nome di
Dio, non esistono affatto atei. Ma se per atei si intendono uomini
guidati dall’esperienza e dalla testimonianza dei sensi, che non vedono
nella natura che quel che si trova realmente, essi vi sono e combattono
ogni forma di fanatismo. Per d’Holbach dunque o si è atei oppure si è
pieni di pregiudizi, di falsità, di contraddizioni. Neppure il deismo si
salva da questa sorte: “il deismo – scrive d’Holbach – è un sistema a
cui lo spirito umano non arrendersi per lungo tempo; fondato su una
chimera, degenererà presto o tardi in una superstizione assurda e
pericolosa”. Quindi o ateismo cioè verità o niente cioè falsità,
ignoranza, assurdità.
D’Holbach conclude il ciclo del materialismo antico, i cui eroi erano
stati Epicuro e Lucrezio, e prelude al nuovo materialismo, quello
ottocentesco. In questo senso il Sistema della natura è una pietra
miliare dell’ateismo, nonostante tutto quello che ha di dogmatico,
pedante, scandaloso.
Nel concludere la nostra panoramica sull’ateismo settecentesco, non
possiamo dimenticare un altro contributo alla causa dell’ateismo che ci
viene da un personaggio singolare, il famoso marchese de Sade
(1740-1814). Pur non essendo un filosofo in senso stretto, de Sade ci ha
lasciato due testi molti interessanti da cui possiamo ricavare il suo
pensiero su Dio e la religione, i quali ci aiutano a riflettere sulle
problematiche che conducono all’ateismo. Nel primo di essi, il
Dialogo tra un prete e un moribondo, Sade fa una radicale
confessione di a teismo; nel secondo, cioè in alcune pagine della
Storia di Juliette, Sade mette in bocca ad uno dei personaggi, un
certo Saint-Fond, la teoria secondo la quale Dio esiste ed è il male.
L’antitesi è interessante e merita appunto di essere esaminata.
Nel Dialogo Sade narra di un moribondo che, “giunto all’istante
fatale”, è visitato da un prete che gli propone di confessarsi. Il
moribondo però, invece di pentirsi e chiedere perdono dei suoi peccati,
inizia a snocciolare uno dopo l’altro tutti gli argomenti e le critiche
per provare che Dio non c’è. Cristo è definito come “il più volgare dei
bricconi ed il più rozzo degli impostori”. I miracoli, le profezie ed i
martiri sono tutte sciocchezze e non dimostrano la verità della
religione. Amico mio – conclude il moribondo – un Dio giusto avrebbe
scolpito nel cuore degli uomini così tante opinioni diverse fra le quali
mi è materialmente impossibile operare una scelta? “Va’, predicatore, tu
offendi il tuo Dio presentandomelo in questo modo, lascia che io lo
neghi del tutto, perché, se esiste, lo offendo meno io con la mia
incredulità che tu con le tue bestemmie”. Il Dialogo, come è
noto, fu composto nel 1782, e cioè prima delle opere che diedero fama a
Sade, ed in esso è ancora presente un pensiero non del tutto originale,
non ancora così estremistico e radicale come sarà più avanti.
Del tutto originale ed estremistico è invece l’altra opera sadiana
citata, la Storia di Juliette (1797). In essa Sade fa dire a
Saint-Fond, uno dei personaggi, che Dio esiste e che l’anima è immortale
però questo Dio non è buono ma è malvagio. Saint-Fond vede dappertutto
il male, il disordine, il delitto, e quindi conclude: “Convinto di tale
premessa, io mi dico: esiste un Dio; una mano qualsiasi ha
necessariamente creato tutto quanto vedo, ma essa l’ha creato soltanto
per il male, essa si compiace soltanto del male; il male è la sua
essenza, e tutto quello che essa ci fa commettere è indispensabile ai
suoi intenti; non le importa che io soffra questo male, visto che a lei
è necessario… Ora se il male, o almeno ciò che noi chiamiamo tale, è
l’essenza sia del Dio che ha creato tutto, sia degli individui formati a
sua immagine, come non essere certi che le conseguenze del male debbano
essere eterne? … L’essere buono non esiste: colui che chiamate virtuoso
non è buono, o se lo è nei vostri confronti, non lo è certamente nei
confronti di Dio, il quale non è altro che male, non vuole che il male,
non pretende che il male. …L’autore dell’universo è il più malvagio, il
più feroce, il più spaventevole di tutti gli esseri. Le sue opere non
possono essere altro che il risultato oppure il movimento della
scelleratezza. Senza il massimo moto di malvagità nulla potrebbe
reggersi nell’universo”.
Di fronte a simili parole, è naturale rimanere scandalizzati. Sade mette
infatti in bocca a Clairwil, altro personaggio della Storia di
Juliette, le seguenti parole: “Il tuo sistema trae origine dal
profondo orrore che tu hai per Dio”. E Saint-Fond confessa: “è vero, io
l’aborrisco; ma non è l’odio che ho per lui l’origine del mio sistema;
esso è il frutto soltanto della mia saggezza e delle mie meditazioni”.
Che dire dunque dell’ateismo sadiano? Sade si rispecchia più nel
moribondo o in Saint-Fond? Egli ha senz’altro avuto il merito di aver
portato all’estremo le tesi atee o, forse è più corretto, antiteistiche.
Nessun scrittore dopo di lui ha mai più sostenuto tesi radicali quanto
quelle del divin marchese. Né Nietzsche nell’Anticristo, né Proudhon
sono giunti là dove è giunto Sade. Infatti che Dio sia il male è
rifiutato non solo dai credenti ma anche dagli stessi atei o miscredenti
in generale, i quali piuttosto che ammettere un Dio siffatto lo negano
del tutto, come hanno fatto Juliette e il moribondo. L’importanza
dell’ateismo sadiano è dunque qui, in questa sua radicalità, in questo
completo ribaltamento di valore per quel che riguarda l’essenza di Dio.
Egli ha osato sostenere per la prima e ultima volta nel pensiero
occidentale che Dio esiste ed è il male. Certo è una affermazione
all’interno di un romanzo, quindi c’è da chiedersi se abbia una valenza
filosofica autentica, però l’importante è aver posto la tesi ed è per
questo che l’ho citato.
L’ateismo settecentesco è in pratica tutto qui. Tralascio di parlare di
Lamettrie e di Helvetius, di Diderot e di Voltaire, perché seguendo la
mia linea interpretativa, essi non si sono mai dichiarati atei e dunque
non vengono qui presi in esame.
L’ateismo illuministico può essere visto come una tappa verso la svolta
decisiva che arriverà con l’ateismo post-hegeliano.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
J. Meslier, Il Testamento, ed. parziale Guaraldi
P.H. D. d’Holbach, Sistema della natura, UTET
Sade, Opere scelte, Feltrinelli, oppure Opere complete,
Newton Compton.
copyright by Ernesto Riva
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