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La critica alla teoria delle Idee
Aristotele inizia la sua, diciamo così, carriera di filosofo criticando
la teoria delle idee di Platone. Naturalmente tale dottrina era discussa
a fondo dal maestro e tra i discepoli, però Aristotele si distingue
subito per averne affermata radicalmente l'inutilità. La teoria delle
Idee, secondo Aristotele, complica inutilmente la spiegazione della
realtà: le idee sono più numerose degli individui (se diciamo ad es. che
l'uomo è un animale razionale, troviamo in ogni individuo già almeno tre
Idee, quella di uomo, di animale, e di razionale). Se poi si dice che
gli individui sono simili all'Idea, si deve riconoscere che questo
singolo uomo e l'Idea (di Uomo in sé) non sono simili di per sé (infatti
l'individuo non possiede certo l'universalità dell'Idea, è un uomo in
particolare e non l'Uomo in sé); devono allora essere simili in virtù di
un terzo uomo che, sia simile da un lato all'Idea e dall'altro
all'individuo; ma per poter far ciò, il terzo uomo ne esige un quarto, e
questo un quinto e così via all'infinito. Insomma, il solco tra le Idee
e gli individui si rivela incolmabile. Per sanare il radicale dualismo
platonico bisogna dichiarare che reali sono proprio gli individui (ecco
la trovata di Aristotele!): è nelle cose visibili che va cercata la
causa stessa della realtà, degli individui, del loro divenire. Con
l'abbandono del platonismo, Aristotele si dedica ad una
sistematizzazione del sapere talmente profonda che egli sarà il culmine
del pensiero greco antico. Non solo: le sue idee influenzeranno il mondo
occidentale per molti secoli per cui non c'è branca del sapere che non
abbia risentito dell'impronta, diretta o indiretta di Aristotele.
La suddivisione delle scienze
Aristotele divide le scienze in tre gruppi: le scienze teoretiche (la
filosofia prima o metafisica, la fisica e la matematica), le quali
ricercano la conoscenza disinteressata della realtà e si occupano
dell'essere necessario (Dio, mondo, numero), mentre le altre si
occuperanno dell'essere possibile (ogni altra cosa che esiste); le
scienze pratiche,che comprendono l'etica e la politica, le quali
ricercano il sapere per raggiungere la perfezione morale e sono di guida
alla condotta umana; e infine le scienze poietiche o produttive (le arti
e le tecniche), che ricercano il sapere in vista del fare, per produrre
i vari oggetti.
Metafisica
La scienza più alta è per Aristotele la metafisica (che in realtà lui
chiamava filosofia prima e, più tardi, verrà anche detta ontologia, cioè
studio dell'essere), la quale viene da lui definita in quattro modi:
essa è la scienza che studia le cause e i principi primi, studia
l'essere in quanto essere; studia la sostanza; studia Dio e la sostanza
immobile. Dire che la metafisica studia l'essere in quanto essere
significa che essa non ha per oggetto una realtà in particolare, bensì
la realtà in generale, cioè gli aspetti fondamentali e comuni di tutta
al realtà. In altri termini, la matematica studia l'essere come
quantità, la fisica studia l'essere come movimento, solo la metafisica
studia l'essere in quanto tale, considerando le caratteristiche
universali di ogni essere (ecco perché è chiamata "filosofia prima"
mentre la altre scienze sono "filosofie seconde"), ed è dunque il
presupposto indispensabile di ogni ricerca.
Se la metafisica è lo studio dell'essere, che cosa è l'essere? A. dice
che l'essere ha molteplici aspetti e significati (noi diciamo ad es. che
l'uomo è, la neve è sui monti, Dio è...). Esso viene perciò diviso da A.
in quattro gruppi principali: l'essere come categoria; l'essere come
potenza e atto; l'essere come accidente; l'essere come vero (e il non
essere come falso). Noi vedremo brevemente i primi tre aspetti.
Col termine "categorie" Aristotele intende le caratteristiche
fondamentali che ogni essere possiede. Esse sono dieci: sostanza,
qualità, quantità, relazione, agire, subire, dove (luogo), quando
(tempo), avere e giacere. La prima di esse, la sostanza, è la più
importante perché è il riferimento comune alle altre categorie che, in
qualche modo, la presuppongono (la qualità ecc. è sempre riferita a
qualcosa che esiste di già: l'uomo, ovvero la sostanza, è alto, uno,
padre, cammina ecc.). Il che ci porta a concludere che, se l'essere si
identifica con le sue categorie e le categorie si riferiscono alla
sostanza, la domanda su "che cos'è l'essere ?" si trasforma in "che
cos'è la sostanza?".
La sostanza è in primo luogo ogni individuo concreto (uomo, cavallo,
albero, tavolo ecc.) a cui si riferiscono delle proprietà che lo
caratterizzano. E' quindi un sinolo, unione di due elementi che A.
chiama materia (hyle) e forma (eidos, morphé). La forma è la "natura"
propria di una cosa, è ciò che la rende quella che è e la distingue
dalle altre; è dunque la sua "essenza", il suo significato fondamentale,
il suo "essere dell'essere". La materia è invece ciò di cui una cosa è
fatta, ciò di cui è composta (ad es. un uomo è fatto di carne ed ossa;
una sfera è fatta di bronzo ecc.), ed è dunque un elemento passivo, che
viene 'strutturato', dalla forma, nel senso che è la forma che rende ad
es. l’uomo 'animale razionale', mentre la materia sarà il corpo
dell'uomo. Entrambe però, la materia e la forma, sono necessarie per
fare una sostanza: non può esistere un uomo senza il corpo (materia), né
l'anima (forma) senza il corpo.
Se la forma è l'essenza necessaria, da essa si distinguono gli
accidenti, i quali sono le varie qualità che si possono avere o non
avere senza per questo influire sulla sostanza stessa. Ad es. Socrate
non cessa di essere uomo mentre può essere allegro, triste, sano,
malato, ecc. Per cui mentre l'accidente cambia nel tempo, la sostanza
rimane la stessa, identica, pur nel mutare delle varie qualità.
Se la forma è l'essenza necessaria, è ciò per cui ogni essere è
necessariamente quello che è, allora essa è anche la risposta che
possiamo dare circa il che cos'è? di una cosa, in quanto definire un
essere vuol dire chiarirne l'essenza (che cos'è questo? è un uomo; cos'è
un uomo? un animale razionale). Questo ci porta a fare un breve excursus
in ambito logico per accennare al principio di non contraddizione (lo
vedremo meglio più avanti): esso sostiene che ogni essere ha una natura
determinata che è impossibile negare di esso e quindi, in questo senso,
gli è necessaria, non potendo essere diversa da quello che è. E'
espresso da A. nel modo seguente : "è impossibile che la stessa cosa sia
e insieme non sia". Il che viene dimostrato da A. per assurdo dicendo
che, se una parola ha un significato, non è possibile che A. sia insieme
B e non-B, cioè ad es. che 'uomo' sia insieme 'animale razionale' e 'non
animale razionale'. Ne riparleremo tra qualche pagina.
Tornando alla sostanza, possiamo notare che praticamente ogni cosa è una
sostanza, in quanto di ogni cosa - da Dio al più piccolo sasso - si può
sempre e comunque chiedere che cos'è?. Ciò significa che tutti gli
esseri, prima di qualunque altro valore, hanno questo che li accomuna:
il fatto di essere delle sostanze. Il che implica che, per A., tutte le
scienze, in quanto sono tutte rivolte alla ricerca e alla definizione
delle sostanze, abbiano la stessa dignità. Con questa idea Aristotele ha
ulteriormente abbandonato il Platonismo, giacché per Platone valeva la
pena di indagare solo ciò che era ottimo e perfetto e le scienze della
natura non erano in fondo delle 'scienze' ma solo delle opinioni
probabili. Per A. invece ogni scienza ha valore di per sé. Egli ha
quindi giustificato il valore della ricerca scientifica nel suo senso
più ampio (ed ecco perché si è occupato di ogni ramo dello scibile) ed
ha eliminato il pregiudizio platonico contro l'indagine della natura.
A. afferma, come già Platone, che la conoscenza nasce dalla meraviglia
nei confronti della realtà e consiste nel chiedersi il perché delle
cose. Ma chiedersi perché una cosa esista o perché sia così e non
altrimenti, equivale a chiedersi qual è la causa (=condizione,
fondamento, ragione) della cosa stessa, e quindi vi potranno essere
diversi tipi di cause. A. elenca quattro cause: materiale, formale,
efficiente, finale.
La causa materiale è appunto la materia, ciò di cui una cosa è fatta (il
bronzo è la cosa materiale della statua). La causa formale è la forma o
essenza della cosa (la 'ragione' è la forma o essenza dell'uomo). la
causa efficiente è ciò che dà origine, inizio a qualcosa (il padre è la
causa efficiente del figlio). La causa finale è il fine, lo scopo a cui
una cosa tende (il diventare adulto è la causa finale del bambino). La
teoria delle cause è legata al problema del mutamento o, meglio, del
divenire. Che vi siano delle cose che mutano è una esperienza
quotidiana. Ma come poter definire il divenire il generale? Per A. il
divenire è il passaggio da un tipo di essere ad un altro. In breve,
l'unica realtà è l'essere, ed il divenire è soltanto uno dei modi
dell'essere. Approfondendo la questione A. elabora i concetti di essere
in potenza e di essere in atto. La potenza (dynamis) è in generale la
possibilità, da parte di qualcosa, di cambiare, assumere dunque una
certa 'forma'. L'atto (energheia) è la realizzazione di quel
cambiamento, è la cosa esistente che si ottiene in seguito al
cambiamento. Ad es. un pulcino è in potenza un gallo, come il gallo è il
pulcino in atto (l'atto viene anche chiamato entelecheia, cioè
realizzazione o perfezione attuata). L'atto è per A. superiore alla
potenza poiché è la causa, il senso, il fine di ciò che è in potenza.
Alla domanda se è nato prima l'uovo o la gallina, A. risponderebbe 'la
gallina', proprio perché la gallina è la realizzazione compiuta di ciò
che è solo in potenza, che potrebbe avvenire ma non è ancora, mentre
solo ciò che è in atto ci permette di conoscere quello che è in potenza.
La concezione della divinità
Non ci rimane che illustrare la metafisica come 'studio di Dio'.
Sviluppando un argomento già presente negli ultimi dialoghi platonici,
A. sostiene che la materia non può avere in se stessa la causa del
proprio movimento. Dunque tutto ciò che si muove, è necessariamente
messo in moto da qualcos'altro. Questo qualcos'altro, poi, se è
anch'esso in movimento, è mosso da altro ancora (come la pietra è mossa
dal bastone, che è mosso dalla mano, che è mossa dall'uomo). Orbene, in
questo processo di rimandi non si può procedere all'infinito perché
altrimenti rimarrebbe inspiegato il movimento iniziale, dalla cui
constatazione siamo partiti. Non potendo così andare all'infinito, vi
devono essere dei principi, ovvero dei motori immobili a cui fanno capo
i vari movimenti e, a maggior ragione, vi deve essere un principio primo
e immobile, un Primo Motore Immobile, a cui fa capo tutto il movimento.
Per A. questo Motore Immobile è Dio stesso, a cui il filosofo
attribuisce anche altre caratteristiche. Prima di tutto Dio deve essere
un atto puro, cioè un atto senza potenza, giacché la potenza è la
possibilità di cambiamento mentre Dio, se è Motore Immobile, non può
essere sottoposto al mutamento. Inoltre Dio deve anche essere forma pura
o sostanza incorporea perché è appunto privo di materia.
Alla domanda: come può il Primo Motore muovere restando immobile? A.
dice che esso non muove come una causa efficiente, dando un impulso, ma
muove come causa finale, cioè come 'un oggetto d'amore'. In altre
parole, il Primo Motore muove come l'oggetto d'amore attrae l'amante,
pur restando immobile. Dio è la Perfezione che, come una calamita,
attira e quindi muove il mondo. Di conseguenza, l'universo è una sorta
di sforzo della materia verso Dio e quindi, in pratica, un desiderio
incessante di prendere 'forma', Non è tanto Dio che dà forma al mondo,
ma è piuttosto il mondo che, aspirando a Dio, si auto-ordina (non si
dimentichi che per i Greci l'universo non è creato, non ha avuto
origine, sussiste da sempre).
Un'altra caratteristica del Dio aristotelico è che è vivente. Ma di
quale tipo di vita? Quella che per A. è la più perfetta, quella che
all'uomo è possibile solo per breve tempo, e cioè la vita del puro
pensiero, della contemplazione (theoria). E che cosa contempla Dio? Non
può che contemplare la cosa più perfetta e quindi... contempla se
stesso: egli pensa se stesso, è 'pensiero di pensiero'. Si noti che Dio
non è però unico. Per i Greci era 'divino' tutto ciò a cui si può
attribuire l'eternità e l'incorruttibilità, per cui sono divine molte
cose, come le sostanze soprasensibili, l'anima razionale dell'uomo e
anche i motori dei cieli. A. pensava infatti che il cielo fosse in
realtà costituito da moltissime (da 47 a 55) sfere celesti, ognuna delle
quali veniva mossa da una intelligenza motrice, che era dunque divina,
analoga al Primo Motore ma inferiore a lui, anzi inferiori le une alle
altre, come sono gerarchicamente inferiori le sfere che, una dopo
l'altra, sono tra le stelle fisse e la terra. E si ricordi, in ultimo,
che il Dio di A. non è né creatore e né provvidenza. Esso non crea il
mondo dal nulla (questa è una concezione ebraico-cristiana) visto che il
mondo è eterno; non conosce e non ama il mondo giacché l'amore è visto
come una imperfezione, in quanto è la tendenza a ricercare ciò di cui
abbiamo bisogno (ricordate Platone?) mentre, se Dio è perfetto, non può
avere bisogno di nulla e quindi non può amare. Il Dio di A. è insomma
una statica perfezione che si bea eternamente di se stessa.
Fisica o cosmologia
Com'era visto il mondo da Aristotele ? Pensate che quanto egli sostenne
rimarrà tale fino al 1600, quando Galilei e altri daranno origine alla
scienza moderna. Vi è, secondo A., il mondo celeste ed il mondo
sublunare, in cui è situata la Terra. Le sostanze del mondo sublunare
sono costituite da quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Ogni
elemento si muove in una direzione determinata dal suo peso; ciascuno di
essi ha quindi un luogo naturale a cui tende (per A. non c'è il vuoto
perché in uno spazio vuoto nulla offrirebbe resistenza e quindi non ci
sarebbe differenza di velocità tra corpi pesanti e corpi leggeri). La
terra, in quanto corpo più pesante, occupa il centro dell'universo, Al
di sopra della Terra vi sono la Luna, il Sole, i pianeti e le stelle. I
corpi celesti sono legati ad una serie di sfere concentriche, che si
muovono in cerchio (perché è il moto perfetto) intorno alla Terra. Il
movimento circolare è eterno, così come è eterno il mondo nel suo
complesso ed eterne le specie animali e vegetali che lo popolano
(bisognerà aspettare Darwin per contestare questo aspetto). Il moto
circolare è proprio delle sostanze incorruttibili ossia dei corpi
celesti. Essi sono composti da una quinta essenza o etere. I processi di
generazione e corruzione sono propri solo delle singole sostanze del
mondo sublunare.
La biologia ovvero il
problema dell'anima
Nel mondo sublunare vi sono molte specie viventi. Non ogni corpo ha
naturalmente la vita: basti pensare alle pietre o ai metalli. Solo un
corpo organico, ossia un corpo dotato di strumenti in grado di svolgere
certe funzioni, può avere la vita in potenza. L'anima, secondo A., non
può esistere indipendentemente dal corpo: essa è l'atto perfetto o
entelecheia di un corpo che ha la vita in potenza; mentre il corpo è la
'materia' di quel sinolo (composto) che è l'essere vivente. L'anima ha
diverse funzioni: quella nutritiva e riproduttiva (che è anche comune a
piante ed animali), quella sensitiva (propria solo degli animali e degli
uomini : si ricordi che per A. è il cuore e non il cervello il centro
delle funzioni percettive e fisiologiche), e infine quella intellettiva,
propria solo dell'uomo, che è un intelletto che non ha bisogno di un
supporto corporeo per svolgere il suo compito (ad es. giudicare il vero
dal falso, ciò che è da desiderare o da fuggire ecc.). L'intelletto è in
potenza e diventa in atto quando conosce. Mentre l'anima individuale
umana non è immortale (l'abbiamo visto prima dicendo che è legata al
corpo), l'intelletto produttivo (poietikos) è sempre in atto ed è
impassibile, separabile e quindi immortale. A. dice che è divino e
proviene all'uomo dall'esterno. Il che procurerà diversi fastidi ai
commentatori posteriori di A. che cercheranno di risolvere in qualche
modo la posizione non ben chiara del maestro.
Etica
Passiamo ora all'etica aristotelica. Se fino a Platone l'etica non aveva
alcuna autonomia rispetto alla filosofia, con A. questa autonomia è
riconosciuta alla cosiddetta 'filosofia pratica', che comprende però,
insieme, sia etica che politica o, meglio, l'etica è vista come politica
nella misura in cui essa può ispirare una legislazione adeguata per
promuovere la felicità collettiva e dunque anche individuale. A.
riconosce però subito che il campo del bene e del giusto su cui indaga
il sapere etico-politico presenta un tale grado di variabilità e
instabilità da non consentire altro approccio alla verità se non per
approssimazione. D'altra parte, dice A., quel che vogliamo acquisire in
un trattato di etica come l'Etica nicomachea (ovvero Etica a Nicomaco,
dedicata al figlio di A. che aveva preso il nome dal nonno) non è tanto
la conoscenza 'teorica' della virtù, quanto uno strumento per diventare
'uomini buoni e felici'.
E appunto nella felicità consiste il bene più alto per A. Il bene non è
più, come in Platone, l'Idea o la realtà più alta, ma, molto più
concretamente, "ciò a cui ogni cosa tende". Da questo punto di vista, vi
è una molteplicità di fini e quindi di beni, anche se vi è una gerarchia
di desiderabilità tra tutti i beni. La felicità comprende molte cose:
una buona vita, una attività coronata da successo, un gruppo di amici
con cui condividere le esperienze, il possesso di un minimo di beni,
insomma oggi diremmo una 'esistenza realizzata'. Non per nulla il
termine greco per 'felicità' è eudaimonia, che vuol dire letteralmente
essere accompagnati 'da un buon demone', quindi da una sorte propizia.
A. si riferisce comunque ad una felicità esclusivamente umana e, del
resto, per lui non è neppure concepibile una felicità ad es. degli
animali; non solo, ma per A. l'uomo potenzialmente felice è il membro
giusto, agiato, della polis, per cui ne sono esclusi schiavi, artigiani
ecc. Comunque A. riconosce la fragilità della felicità concessa agli
uomini: il virtuoso sarà però capace di fronteggiare con serenità le
varie vicissitudini della sorte (tyché).
Ma come si diventa 'giusti'? Non certo attraverso un insegnamento
teorico. La via maestra per la virtù è l'abitudine alla condotta
virtuosa (si noti in greco il nesso linguistico tra ethos, carattere, ed
ethos, abitudine). In altri termini, si diventa giusti abituandosi a
compiere azioni giuste. La formazione morale si attua cioè attraverso
l'abitudine e finisce per consolidarsi in una sorta di 'seconda natura'
del soggetto.
Il criterio effettivo a cui paragonare il nostro comportamento non è,
per A. il riferimento ad un bene più o meno astratto, ma è costituito
dal comportamento effettivo di una figura socialmente riconoscibile e
approvata per la sua conformità ai modelli morali condivisi: è insomma
l'uomo che è serio e virtuoso, lo spoudaios, che costituisce 'il canone
e la misura' del comportamento morale. A. nomina esplicitamente, a
questo riguardo, Pericle e i suoi simili, come rappresentanti del
'perfetto gentiluomo ateniese'. Detto in breve: vuoi essere virtuoso?
Comportati come fa Pericle.
Però se lo spoudaios funge da criterio di virtù, è perché egli ha scelto
di vivere secondo virtù, cioè ha ritenuto che fosse meglio vivere
virtuosamente invece che malvagiamente. Il che ci porta ad affrontare il
tema della libertà, che è tutt'altro che semplice nel pensiero
aristotelico. In primo luogo si noti che il termine greco che viene
generalmente tradotto con 'libertà' è eleutheria, che designa non tanto
la libertà 'psicologica' quanto la condizione giuridica dell'uomo
libero, in contrapposizione allo schiavo. Né lui né nella lingua del suo
tempo vi è qualcosa di simile al nostro libero arbitrio. Egli dice che
un'azione è libera quando "dipende dall'uomo stesso". Ma il senso esatto
di questo autòs si riferisce all'individuo umano preso nel suo
complesso, concepito come l'insieme delle disposizioni che formano il
suo carattere particolare, il suo ethos. Il carattere di ogni uomo si
fonda su una somma di disposizioni (héxeis) che si sviluppano attraverso
la pratica e si fissano in abitudini. Una volta formato il carattere,
dice A., il soggetto agisce in conformità a queste disposizioni, e non
potrebbe essere altrimenti. Ora, è vero - ammette A.- che chi ha
acquisito una abitudine, ad es. l'ingiustizia, non può tornare indietro
(si pensi oggi ai drogati, ai delinquenti ecc.), ma "all'inizio gli era
possibile non diventare ingiusto", e quindi lo è diventato
volontariamente, trasgredendo il 'condizionamento virtuoso' operato dal
padre, dalla polis, dalla legge. Inoltre A. è convinto che né la spinta
della passione (al contrario di quanto sostenevano i tragici del
pensiero arcaico) né l'attrazione del piacevole esercitano su di noi una
vera e propria costrizione: resta sempre in noi la possibilità di
resistere, di esercitare quel potere interiore (enkrateia) che distingue
il virtuoso dall'intemperante. In altri termini, per A. le passioni non
costituiscono in loro stesse il male morale: occorre solo incanalare le
passioni quando e come si deve, verso chi e per il fine che si deve,
seguendo la regola della medietà. La virtù consiste infatti nella
medietà, cioè nella scelta della vita intermedia fra i due opposti
errori dell'eccesso e del difetto passionale. Non vi è però una sola
virtù ma diverse. Come suo solito, molto concretamente, A. ritiene che
vi siano due tipi fondamentali di virtù, quelle etiche e quelle
dianoetiche, a seconda che si riferiscano rispettivamente alle nostre
attività pratiche o a quelle intellettuali. Le prime sono il coraggio,
la temperanza, la generosità o liberalità, la magnanimità e la
mansuetudine; le seconde comprendono la scienza, l'arte, la saggezza,
l'intelligenza, la sapienza. Vediamole più in dettaglio.
Il coraggio (riguarda ciò che si deve o no temere) è il giusto mezzo tra
la viltà e la temerarietà. La temperanza (riguarda l'uso moderato dei
piaceri) è il giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità. La
generosità o liberalità (uso accorto di ciò che si possiede) è il giusto
mezzo tra l'avarizia e la prodigalità. La magnanimità (concerne la retta
opinione di se stesso) è il giusto mezzo fra la vanità e la piccineria
d'animo. Infine la mansuetudine (concerne l'ira) è il giusto mezzo tra
irascibilità e indolenza.
A parte vi è la giustizia che è, per A., la virtù per eccellenza. La
'giustizia' implica il concetto di ordine e di equilibrio: ordine e
misura sia in sé che nel rapporto con gli altri, così che ciascuno possa
liberamente attuare se stesso in una armonia superiore. In questo senso
giustizia-libertà-morale coincidono.
A parte ancora vi è pure l'amicizia (philia) a cui A. dedica due libri
dell'Etica nicomachea (l'8° e il 9°). La felicità è perfetta se, oltre
alla contemplazione, l'uomo possiede un certo numero di beni ed in più
ha degli amici. L'amicizia è strettamente collegata alla virtù, ed è la
cosa "più necessaria" alla vita. L'amicizia, quando è fondata appunto
sul bene e sulla virtù, è perfetta, ed è quindi stabile e ferma. "L'uomo
virtuoso si comporta verso l'amico come si comporta verso se stesso,
perché l'amico è un altro se stesso" (Et. nic.,9,9,1170 b 5)
Le virtù dianoetiche sono la scienza, che è la capacità dimostrativa, ed
ha per oggetto ciò che è necessario; l'arte, che è la capacità,
accompagnata a ragione, di produrre un oggetto, ed ha sempre un fine
fuori di sé; la saggezza (phronesis) è la capacità, congiunta a ragione,
di agire in maniera conveniente sui beni umani; ad essa spetta di
determinare il giusto mezzo in cui consistono le virtù morali;
l'intelligenza è la capacità di cogliere i principi di tutte le scienze;
la sapienza (sophia) è la più alta fra le virtù dianoetiche. Chi ha la
sapienza ha scienza ed intelligenza; sa dedurre non solo i primi
principi ma sa anche giudicare della verità degli stessi principi. La
sapienza riguarda poi le cose più alte, il necessario e il divino, nei
cui confronti un solo atteggiamento è possibile, quello della
contemplazione (theoria), che è l'attività più alta perché,
contemplando, l'uomo supera la stessa felicità umana (propria
dell'esercizio delle virtù etiche) e partecipa della vita divina.
Perciò, se la felicità maggiore consiste nella virtù più alta, e se la
virtù più alta è la sapienza, l'uomo più felice sarà il sapiente e cioè
il filosofo. E' lui l'unico vero makarios (beato, felice) su questa
Terra, poiché la sua vita è fatta di serenità e di pace, dedito com'è
alla contemplazione! Una tale virtù però non è pensabile al di fuori
della vita associata. L'uomo non può fare a meno degli altri, per cui la
felicità perfetta si attua nella vita comune, insieme agli altri, nella
polis.
Logica
Si potrebbe dire ancora tantissimo su Aristotele. Non si può tralasciare
la sua concezione della logica, che tanta influenza ebbe nei secoli a
venire, fino ai nostri giorni (le logiche attuali sono nate in relazione
all'assoluto predominio della logica aristotelica). A. è dunque il
creatore della cosiddetta logica formale, che è quella scienza che
studia il ragionamento e ne elenca le forme corrette, indipendentemente
dal loro contenuto, cioè dal riferimento al concreto.
In primo luogo A. distingue tra ragionamenti veri e quelli probabili: i
primi li chiama apodittici, analitici o scientifici; ai secondi dà il
nome di dialettici. La 'dialettica' studierà quindi le regole generali
della discussione e, in particolare, il campo delle opinioni dei più
competenti. L'analitica (cioè la nostra logica) in senso stretto
studierà invece il ragionamento scientifico o apodittico (=ciò che è
evidente e non ha bisogno di dimostrazione), quel ragionamento, cioè,
che muovendo da premesse rigorosamente vere, e cioè inconfutabili, ne
deriva una conclusione necessaria.
Il sillogismo è appunto un tipo di ragionamento del genere. Esso si
compone di tre giudizi, di cui i primi due sono detti premesse ed il
terzo è la conclusione. Ad es. "Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è
uomo; quindi Socrate è mortale". Si noti inoltre che nelle due premesse
è inserito il cosiddetto termine medio, che consente l'affermazione
della conclusione (in questo caso è 'uomo'), usandolo prima come
soggetto e poi come predicato.
La teoria del sillogismo di A. presenta anche le regole per dedurre in
modo corretto una conclusione vera, date naturalmente certe premesse.
Pensate che A. classificò 19 modi validi (su 64 modi teoricamente
possibili) di esprimere una proposizione qualunque, ai quali i logici
medievali diedero delle sigle particolari per ricordarli più facilmente.
Ad es. ad una frase o proposizione 'universale affermativa' (="tutti gli
uomini sono mortali") essi diedero la lettera A; ad una universale
negativa, diedero la E; ad una particolare affermativa diedero la I e ad
una particolare negativa attribuirono la lettera O. In più, per
ricordare in sintesi che un sillogismo, ad es., era composto da tre
frasi o proposizioni tutte universali affermative, i logici medievali
inventarono delle parole come ad es. BARBARA, che indica appunto un tale
tipo di sillogismo (Se volete esercitarvi, provate a scoprire altri tipi
di sillogismo scomponendo le seguenti parole: CELARENT, DARII, CESARE,
CAMESTRES...).
Se è vero che, partendo da certe premesse si può arrivare a determinate
conclusioni, è anche vero però che, alla base di ogni ragionamento vi
sono alcuni principi intuitivamente veri o assiomi, che non possono a
loro volta essere dimostrati, ma fondano la possibilità stessa di ogni
dimostrazione. Tali sono i tre principi di identità, non contraddizione
e del terzo escluso. Essi non sono appunto dimostrabili perché sono alla
base di ogni dimostrazione; al massimo si possono illustrare e la loro
dimostrazione è solo per assurdo o elenctica. Il principio di identità
sostiene che A è uguale ad A. Ciò è immediatamente evidente: ma se
volessimo chiarirlo meglio, potremmo dire che è impossibile che A non
sia A in quanto... si darebbero due significati diversi del termine,
ovvero sarebbero vere sia l'affermazione che la negazione.
Il principio di non contraddizione viene espresso in diversi modi da A.
Una delle formulazioni è la seguente: "E' impossibile che la stessa cosa
convenga e insieme non convenga ad una stessa cosa e per il medesimo
rispetto" (Metaf., IV, 3, 1005 b). Ovvero: "E' impossibile che la stessa
cosa sia e insieme non sia" (Ibid., IV, 4). Con un esempio: "E'
impossibile che un uomo sia insieme animale bipede e non animale
bipede". Tale principio è importantissimo per A. perché, se lo si nega,
ne segue che ogni affermazione può essere insieme vera e falsa, il che
escluderebbe la possibilità di distinguere il vero dal falso, conducendo
verso il relativismo e lo scetticismo. Contro un rischio così grave, A.
si impegna a fondo nell'affermare la validità del principio di non
contraddizione. All'avversario del principio di non contraddizione, per
confutarlo, A. chiede di pronunciare una parola qualsiasi, basta che
abbia un significato. Se rinuncia a parlare, rivela l'assurdità della
sua posizione; ma se parla e dice qualcosa, ad es. "sì", oppure "uomo"
ecc., la negazione del principio di non contraddizione ne risulta
confutata. Infatti, ammettendo che una parola significhi qualcosa, si
esclude nello stesso tempo che una tale parola possa significare
qualcos'altro: ad es. dire "sì" equivale ad escludere il "no", come pure
dire "uomo" vuol dire intendere "animale razionale" e non "animale
irrazionale". In sintesi, se ogni parola ha un significato, è
impossibile che A sia insieme B e non-B, cioè che 'uomo' sia insieme
'animale bipede' e 'non animale bipede'.
Infine, col principio del terzo escluso, A. sostiene che "non è
possibile che ci sia qualcosa di intermedio tra due enunciati contrari,
bensì di un'unica cosa è necessario affermare o negare un unico
predicato". Detto in altri termini, A è B oppure non è B, non c'è una
terza possibilità. Insomma, ogni frase, ogni proposizione dotata di
senso o è vera o è falsa. Date quindi due proposizioni contrarie, una di
esse è necessariamente falsa. Tra due tesi che si escludono a vicenda,
non è possibile enunciarne una terza. Con un esempio: o l'uomo è un
animale razionale o non è un animale razionale, non è possibile vi sia
una terza possibilità.
NOTE BIOGRAFICHE
Aristotele nacque nel 384 a.C. a Stagira, nella penisola calcidica. Suo
padre era Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta III. Dopo la morte
del padre, passò sotto la tutela del cognato e fu mandato a studiare
nella Accademia platonica. Dopo la morte di Platone, Aristotele se ne
andò da Atene e fece anche il precettore del giovane Alessandro Magno,
su incarico del re Filippo. Intanto si sposò con Pizia, da cui ebbe un
figlio che chiamò Nicomaco, come suo padre. Verso il 334 a.C. tornò ad
Atene e qui si stabilì fondando la sua scuola, il Liceo (in onore di
Apollo Licio, protettore dei lupi) o Peripato (forse per l’abitudine di
Aristotele di insegnare passeggiando). Dopo la morte di Alessandro
Magno, nel 323 a.C., Aristotele non si sentì più sicuro ad Atene a causa
del partito antimacedone e si rifugiò a Calcide, nell’isola di Eubea,
nella casa della madre. Qui morì l’anno seguente, nel 322 a.C.
Gli scritti di Aristotele sono tantissimi: quelli che abbiamo sono però
gli appunti delle sue lezioni (scritti acroamatici o esoterici) e
non più le vere e proprie opere destinate alla pubblicazione (scritti
essoterici), di cui rimangono oggi solo più dei frammenti. Dopo il
40 a.C. un certo Andronico di Rodi fece una edizione delle opere
aristoteliche che è in pratica quella che abbiamo tuttora. la sua
classificazione è rimasta proverbiale, specialmente nel caso di alcuni
scritti, come quelli riguardanti la Metafisica: si racconta che egli li
abbia messi dopo quelli di Fisica, da cui il termine di scritti dopo
quelli di fisica, ta metà ta physika.
BIBLIOGRAFIA
Aristotele, Opere, edizioni Laterza o UTET
G. Reale, Introduzione a Aristotele, "i filosofi" , Laterza
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