| |
Introduzione
Abelardo è la prima grande affermazione medievale del valore umano della
ricerca. Quest'uomo che ha peccato e sofferto ed ha posto l'intero
significato della sua vita nella ricerca, questo maestro geniale incarna
per la prima volta nel Medio Evo la filosofia nella sua libertà e nel
suo significato umano. Dotato di grande prestanza fisica, di
un'eloquenza precisa e tagliente, di una straordinaria potenza
dialettica che lo rendeva invincibile nelle dispute, era destinato al
successo, che gli arrise infatti, portandogli invidia, persecuzioni e
condanne. Ma il centro della sua personalità è l'esigenza della ricerca:
la necessità di risolvere in motivi razionali ogni verità che sia o
voglia essere tale per l'uomo, di affrontare con le armi della
dialettica tutti i problemi per portarli sul piano di una comprensione
umana effettiva. Per Abelardo, la fede è intelligenza di ciò che si
crede. la ragione è per l'uomo la sola guida possibile; e l'esercizio
della ragione, che è proprio della filosofia, è l'attività più alta
dell'uomo (cfr. N. Abbagnano, Guglielmo d'Ockham, Carabba,
Lanciano, 1931).
Logica
Abelardo ha esercitato un'influenza grandissima. Egli è stato se non
proprio il fondatore almeno il precursore dell'università di Parigi. Il
suo prestigio di professore consacrarono la celebrità della scuola di
Parigi e prepararono la formazione dell'Università. L'opera in cui ha
meglio chiarito il suo metodo di ricerca è Sic et non. Abelardo
distingue i testi della Bibbia e i testi patristici. I primi vanno letti
con l'obbligo di credere, gli altri con libertà di giudizio. C'è dunque
tutta una ricerca da istituire per risolvere il contrasto tra i testi
che fanno autorità in filosofia. E se si considera che la disciplina che
studia e prescrive l'uso delle parole e il loro significato è la logica,
si vede che la logica avrà in Abelardo un posto predominante. La logica:
cioè la ragione umana. La ricerca è intesa come una interrogazione
incessante, che muove dal dubbio perché soltanto il dubbio promuove la
ricerca e solo la ricerca conduce alla verità. Il suo metodo filosofico
si fissò, dopo di lui, nello schema della quaestio, che consiste nel
partire da testi che danno soluzioni opposte dello stesso problema per
giungere a delucidare in via puramente logica il problema stesso. La
logica di Abelardo è storicamente rilevante più che per la trattazione
del problema degli universali, che era un leit motiv dell’epoca, per la
trattazione rigorosa dei problemi del linguaggio scientificamente vero.
Compito della logica è appunto stabilire la verità o falsità del
discorso scientifico.
Riguardo al problema degli universali (che cosa sono i concetti quali
quelli di uomo, bene ecc.?), Abelardo sostiene che l’universale non è né
res(cosa concreta) né vox(voce, parola, suono). L’universale è invece
“istituzione degli uomini”, è cioè inventato dagli uomini perché è
l’uomo che sceglie quali voces investire di funzione universale.
“Chiamiamo universali quei termini che per umana istituzione sono posti
ad essere predicati di più individui. Le voces invece e le res in nessun
modo possono essere universali, sebbene ogni universale consti, da un
punto di vista fisico, di voces”.
Ragione e
fede
Tra fede e ragione Abelardo mantiene una netta distinzione. La filosofia
si impernia intorno alla logica, alla fisica e all'etica; la teologia ha
per oggetto centrale la Sacra Scrittura; la prima ha soprattutto il
carattere d'una conoscenza rigorosa e scientifica; la seconda ha invece
per oggetto il mondo del sacro e del divino. L'uso della dialettica non
può conferire che maggiore efficacia e consistenza alla teologia:
indubbiamente l'intelletto umano non può fornire la dimostrazione dei
misteri della fede, ma è sempre possibile per mezzo di analogie e di
similitudini raggiungere un chiarimento che la dialettica può offrire.
Di qui quella sua visione della continuità fra mondo della ragione e
mondo della fede, che gli ha fatto affermare sia che le dottrine dei
filosofi asseriscono nella sostanza quello stesso che si trova nei dogmi
cristiani, sia che i filosofi dell'antichità dovettero essere ispirati
da Dio al pari dei profeti dell'Antico Testamento. I teologi accusarono
Abelardo di aver dato troppo rilievo alla razionalità di Dio rispetto
alla sua libertà; condannata fu del pari l'identificazione delle tre
Persone con i tre attributi della potenza, della sapienza e della bontà
ecc.; quello comunque cui Abelardo non volle né poté mai rinunciare fu
la ricerca razionale intorno alla fede. Egli protestò fino all'ultimo
che la scienza come comprensione della verità non può essere in
contrasto con la fede, perché la verità non è avversa alla verità, e che
ogni scienza è buona perché viene solo da Dio ed è un suo dono.
Il prevalere della ricerca nella speculazione di Abelardo conferisce
naturalmente alla ragione la preminenza sull'autorità. Abelardo ritiene
che all'autorità bisogna affidarsi solo finché la ragione rimane
nascosta. Ma essa diventa inutile quando la ragione ha modo di accertare
da sé la verità. Certo la ragione non può pretendere di comprendere
pienamente le cose divine, ma ciò non implica che la fede non si debba
raggiungere e difendere con la ragione. Anzi, non si può credere se non
a ciò che si intende. L’intelletto entra di diritto e per dovere
costituire lo strumento della comprensione. “L’esposizione non seguita
dalla comprensione (intelligentia) è del tutto inutile; non si può
credere ciò che prima non si è capito”. Da questo punto di vista, si può
dire che Abelardo sia stato il fondatore della teologia scolastica
medioevale.
Abelardo viene condotto naturalmente, viste le sue premesse, a
riconoscere il valore di tutti coloro in cui la ricerca si attua, anche
all'infuori del cristianesimo. Abelardo riconosce che la verità ha
parlato negli stessi filosofi pagani i quali hanno potuto riconoscere la
natura trinitaria di Dio. la distinzione fra filosofi pagani e cristiani
perde per lui di valore: essi sono accomunati dalla ragione. Egli vuole
mostrare l'accordo sostanziale tra la dottrina cristiana e la filosofia
pagana. Anche i filosofi pagani hanno, infatti, conosciuta la Trinità.
Essi parlavano infatti di Nous e di Anima del Mondo come Platone.
Col nome di Padre si indica la potenza della maestà divina per la quale
essa può fare tutto ciò che vuole. Col nome di Figlio o Verbo si designa
la sapienza di Dio, per cui egli può conoscere tutto e in nessun modo
essere ingannato. Col nome di Spirito Santo si esprime la carità o
benignità divina, per cui Dio vuole che tutto sia disposto nel modo
migliore e indirizzato al miglior fine. I tre attributi di Dio, espressi
dalle tre persone della Trinità, si presuppongono e si richiamano l'un
l'altro. Le speculazioni trinitarie di Abelardo suscitarono le critiche
di S. Bernardo che interpretò gli attributi con cui Abelardo
caratterizza le tre Persone divine come se fossero onnipotenza,
semipotenza e nessuna potenza. E in realtà esse sono teologicamente
improprie, perché non salvano la sostanzialità delle persone divine che
sono ridotte a tre momenti della vita divina (modalismo). Ma d'altronde
la speculazione di Abelardo ha un'intenzionalità cosmologica più che
teologica. Lo scopo di essa è di chiarire la struttura e la costituzione
del mondo e il rapporto tra il mondo e Dio, più che quello di chiarire
la natura di Dio. E in questa sua intenzionalità cosmologica fu intesa e
utilizzata dai filosofi posteriori, specialmente dalla scuola di
Chartres.
Dio fa quello che vuole ma vuole quello che è bene. Egli vuole che
accada solo ciò che è bene che accada. Tutto ciò che egli fa, deve
farlo, perché se è giusto che qualcosa accada, è ingiusto che essa sia
tralasciata. Se ciò che fa è soltanto il bene, egli può fare soltanto
ciò che fa. Aveva dunque ragione Platone di dire che Dio non poteva
creare un mondo migliore di quello che ha creato. In Dio possibilità e
volontà fanno tutt'uno; è vero che egli può tutto ciò che vuole, ma è
vero pure che non può se non ciò che vuole. Questa dottrina di Abelardo
implica la necessità della creazione del mondo e l'ottimismo metafisico.
Il mondo è stato necessariamente voluto e creato da Dio. La necessità
del mondo non implica l'assenza della libertà in Dio. La libertà in Dio
consiste nell'eseguire senza costrizione e con piena indipendenza ciò
che si è deciso consapevolmente e ragionevolmente. Tutto ciò che egli
fa, lo fa soltanto di sua volontà e quindi senza essere necessitato da
alcuna costrizione.
Etica
La trattazione dell’etica si avvia da questa celebre affermazione: “il
vizio non si identifica con il peccato; né il peccato si identifica a
sua volta con l’azione cattiva”. Il punto centrale dell'etica di
Abelardo è proprio qui: la distinzione tra vizio e peccato e tra peccato
e azione cattiva. Non si deve confondere il vizio, che è un'inclinazione
a compiere cose illecite, col peccato vero e proprio. Il vizio è
un'inclinazione naturale dell'anima al peccato. Ma se tale inclinazione
viene combattuta e vinta, non solo non dà origine al peccato, ma rende
più meritoria la virtù. Peccato è invece il consenso dato a questa
inclinazione ed è un atto di disprezzo e di offesa a Dio. Esso consiste
nel non compiere il volere di Dio, nel contravvenire a un suo divieto;
non consiste solo nel disprezzo di Dio, ma nella trasgressione di
precisi comandamenti che hanno nella volontà divina il loro fondamento,
è il consenso alle sollecitazioni date che ci inclinano in direzione
opposta a quella voluta da Dio.
L'azione cattiva può essere commessa anche senza il consenso della
volontà, quindi senza peccato: come accade quando per difesa si uccide
un inseguitore furibondo. Il male dell'anima è dunque veramente solo il
peccato, il consenso dato all'inclinazione viziosa. Abelardo è in grado
di insistere, in base a queste premesse, sulla pura interiorità delle
valutazioni morali. L'azione peccaminosa non aggiunge nulla al peccato
che è l'atto con cui l'uomo disprezza il volere divino. Dove manca il
consenso della volontà non c'è peccato, anche se l'azione è in se stessa
cattiva, e dove c'è il consenso della volontà all'inclinazione viziosa,
il seguire dell'azione cattiva non aggiunge nulla alla colpa. Si deve
chiamare trasgressore solo chi consente a ciò che gli risulta proibito
da Dio: e così anche la proibizione deve intendersi riferita non
all'azione ma al consenso. “Dio tiene conto non delle cose che si fanno,
ma dell'animo con cui si fanno; e il merito e il valore di colui che
agisce non consiste nell'azione ma nell'intenzione”. Una stessa azione
può essere buona o cattiva: per es. impiccare un uomo può essere sia un
atto di giustizia sia malvagità. Solamente Dio che guarda non alle
azioni ma allo spirito con cui si fanno, può valutare secondo verità il
valore dell'intenzione umana e giudicare esattamente la colpa. Abelardo
procede coerentemente in questa etica dell'intenzione e non si arresta
di fronte alle conseguenze teologicamente pericolose di essa. Per es. i
persecutori dei martiri o di Cristo non hanno peccato perché essi
pensavano con le loro azioni di rendere omaggio a Dio.
Se il peccato è solo nell'intenzione, come si giustifica il peccato
originale? Abelardo risponde che il peccato originale non è un peccato
ma la pena di un peccato. "...è come si dicesse che dal peccato di Adamo
è derivata la nostra pena, cioè la sentenza della nostra condanna" (Scito
te ipsum, 14). Il peccato originale non comporta una colpa giacché
non può contrarre una colpa per disprezzo di Dio il bambino che non è
ancora in grado di distinguere con la ragione che cosa debba fare, anche
se esso comporta una pena derivante dalla colpa dei progenitori.
Ugualmente è improprio chiamare peccato l'ignoranza in cui sono gli
infedeli della verità cristiana e le conseguenze che scaturiscono da
tale ignoranza. Non si può far colpa di non credere al Vangelo e a
Cristo a coloro che non ne hanno mai sentito parlare. Affermare che si
può peccare per ignoranza significa intendere il peccato in senso largo
e improprio, giacché peccato è veramente l'ignoranza solo quando è
effetto di consapevole negligenza. In ultimo, il potere di rimettere i
peccati conferito da Cristo agli apostoli si può intendere riferito
anche ai loro vicari e successori, ma non in base al puro possesso del
potere episcopale ma anche condizionatamente al possesso da parte dei
vescovi della dignità di vita e della santità che fu propria dei primi
apostoli: "il potere ecclesiastico non vale nulla nello sciogliere o nel
legare, scrive Abelardo, se devia dall'equità della giustizia" (cfr.
Scito te ipsum, cap. 26).
NOTE BIOGRAFICHE
Nato nel villaggio denominato Palatium o Palais (oggi La Pallet, presso
Nantes) nel 1079, da una famiglia di piccola nobiltà, ricevette dal
padre i rudimenti della cultura classica. Abelardo passò parecchi anni
della sua adolescenza alla scuola di Roscellino, nelle città di Tours e
di Loches, apprendendovi la logica. Lasciato Roscellino, Abelardo si
recò a Parigi dove frequentò la scuola di Guglielmo di Champeaux
(sostenitore di un realismo platonico sugli universali, che Abelardo
criticò). Abelardo iniziò quindi la sua attività di insegnante di
dialettica prima a Melun poi a Corbeil. Volendo prepararsi anche
all'insegnamento della teologia si recò anche a Laon per sentire
Anselmo. Verso il 1114 divenne reggitore e il principale maestro delle
scuole che facevano capo alla cattedrale di Parigi, Notre Dame. Qui
tenne lezioni con grande successo (e questo suscitò come sempre grande
invidia verso di lui, a cui egli rispose però con l’orgoglio: “già io
credevo di essere rimasto al mondo l’unico filosofo e di non dover
temere più nessuno”). Nel frattempo aveva conosciuto Eloisa. La loro
relazione non poté rimanere segreta. Quando il canonico Fulberto, zio
della giovane, li sorprese insieme, Abelardo decise di portare di
nascosto Eloisa in Bretagna, dove nacque il piccolo Astrolabio; poi
tornò a Parigi e sposò segretamente Eloisa. Ma quando questa, per ordine
di Abelardo, vestì l'abito monacale ad Argenteuil, Fulberto, sospettando
che il filosofo volesse sbarazzarsi di lei, lo fece sorprendere durante
il sonno e lo fece evirare. Abelardo si ritirò allora nell'abbazia di S.
Dionigi, ove riprese ad insegnare e scrisse il trattato De unitate et
trinitate divina che sollevò contro di lui accuse di eresia
(concilio di Soisson nel 1121). Andò in seguito nei pressi di Troyes,
dove costruì l'oratorio del Paracleto. Anche qui continuò ad insegnare
finché i monaci dell'abbazia S. Gildas in Bretagna lo elessero loro
abate. Abelardo lasciò però anche quel luogo e lo ritroviamo ancora a
Parigi e in seguito a Cluny. Intanto l'opposizione di s. Bernando e di
altri monaci contro alcune sue dottrine considerate eterodosse si
inaspriva e scoppiò aperta nel concilio di Sens del 1141. Abelardo morì
poco dopo a 63 anni nell'abbazia di S. Marcello a Chalon-sur-Saone il 21
aprile 1142.
Le opere più importanti: Dialettica(1118-1137); Theologia christiana
(1123-24); Sic et non (1121-22) ; Dialogus inter judaeum, philosophum et
christianum ; Ethica seu liber Scito te ipsum ; De unitate et trinitate
divina (1118-1121) ecc.
BIBLIOGRAFIA
Abelardo, Storia delle mie disgrazie. Lettere d’amore di Abelardo e
Eloisa, Garzanti
Abelardo, Dialogo tra un filosofo, un giudeo e un cristiano, BUR
Rizzoli
Abelardo, Etica o conosci te stesso, La Nuova Italia
Fumagalli Beonio Brocchieri, Introduzione a Abelardo, “i
filosofi”, Laterza
copyright by Ernesto Riva
|
|