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Vita e scritti.
Nacque a Salerno il 15 luglio 1901. Si laureò in filosofia a Napoli nel
1922 e l’anno successivo uscì la sua prima opera, Le sorgenti
irrazionali del pensiero. Insegnò al liceo mentre conseguì la libera
docenza nel 1927. Nel 1936 vinse il concorso di storia della filosofia
presso l’università di Torino dove insegnò prima a Magistero e poi a
Lettere e dove rimase fino alla pensione. Si sposò tre volte ed ebbe
anche una breve parentesi politica (come assessore alla cultura di
Milano nel 1985 nelle file del PLI). Morì nel 1990.
Le sue opere principali sono: La struttura dell’esistenza (1939);
Introduzione all’esistenzialismo (1942); Storia della filosofia (1946),
che fu e rimane un vero e proprio classico della storiografia ed ha
segnato un nuovo indirizzo nell’approccio alla storia della filosofia;
oggi essa è continuata da un suo allievo, Giovanni Fornero; Filosofia
religione scienza (1947); Esistenzialismo positivo (1948); Possibilità e
libertà (1956); Dizionario di filosofia (1961); Scritti scelti (1961),
ecc.
Il pensiero
Fin dalla sua prima opera, Le sorgenti irrazionali del pensiero(1923),
Abbagnano ritiene che tra la verità e la vita vi sia assoluta
eterogeneità. Il pensiero non è tutto lo spirito ma solo il suo momento
simbolico. L’essenza dello spirito non è dunque il pensiero ma
l’esperienza immediata della vita, la volontà, l’azione libera e
creatrice. Il pensiero segue ed esprime la vita: la verità si raggiunge
per il fatto stesso che si vive ed in quanto si vive. È la nostra
volontà che domina e trionfa nella verità. Tali opera giovanile fu
discussa da molti studiosi contemporanei ed ebbe un notevole successo.
Nel 1939 Abbagnano pubblicò La struttura dell’esistenza. Fu la
prima opera esistenzialistica italiana ed appariva in un momento in cui
era in piena crisi l’idealismo gentiliano. La scuola di Gentile si era
andata infatti dividendo in una destra vicino allo spiritualismo
cristiano ad es. di Guzzo, e in una sinistra che sfociava nel
problematicismo e onnicentrismo di Ugo Spirito. La filosofia di
Abbagnano apriva invece una ennesima alternativa: le sue opere diedero
“un indirizzo serio, vigoroso, aperto alla scelta e all’impegno, alla
comprensione e alla collaborazione, alla fiducia misurata, all’ottimismo
non fideistico, alla responsabilità di ciascuno e di tutti” (cfr. Bruno
Maiorca, Introduzione ad Abbagnano, Scritti esistenzialisti,
Torino, UTET 1988, p. 26).
In Introduzione all'esistenzialismo (1942), Abbagnano dichiarava
che “Il tema fondamentale delle pagine che seguono, nelle quali ho
ripreso i motivi del mio libro La struttura dell'esistenza, è che la
filosofia non si giustifica come lavoro di indagine o ricerca
dottrinale, se non la si riconosce fondata sulla natura stessa dell'uomo
in quanto esistenza. I problemi della filosofia concernono veramente
l'essere dell'uomo; e non già dell'uomo in generale, ma del singolo e
essere, nella concretezza del suo esistere, e sono appelli o richiami a
lui rivolti perché venga in chiaro con se stesso, assuma le sue
responsabilità e prenda le sue decisioni”. La filosofia è quindi per
Abbagnano in ogni caso opera strettamente personale. E poiché nessuno
può decidere per un altro, il filosofare è quanto di più intimo e di più
segreto c'è nell'esistenza del singolo. Tuttavia il singolo non è mai
solo. Egli è bisognoso di aiuto ed è in cerca di aiuto: e l'aiuto può
riceverlo e può darlo. Perciò ognuno di filosofia lavora per sé e per
gli altri. Si preoccupa dell'uomo, dei suoi interessi concreti, della
sua vita fra gli uomini, di tutto ciò che gli sta a cuore. Non crede che
la vita sia spettacolo o dramma a cui si possa assistere. Né ama il
dramma. Vuole offrire una via solida, aperta, libera perché l'uomo possa
percorrerla. Ma appunto perché in questo senso il filosofare è un atto
umano, un aspetto che dobbiamo presumere essenziale dell'esistenza, il
problema di esso é il problema che l'uomo pone a se stesso intorno a se
stesso, è l'essere stesso dell'uomo come problema di se stesso.
Esistendo, io esco dal nulla per muovere verso l'essere; ma se
raggiungessi l'essere e fossi l'essere, cesserei di esistere perché le
esistere è la ricerca o il problema dell'essere.
Alla determinazione dell'atteggiamento esistenzialistico si aprono
dunque tre strade. La prima impostazione è quella di Heidegger, la
seconda è quella di Jaspers, la terza è, dice Abbagnano, la mia. La
superiorità dell'impostazione che io presento – continua Abbagnano -
consiste nel fatto che solo in essa il problema dell'essere trova il suo
fondamento come problema. Nelle altre due la posizione del problema è
l'annullamento del problema. L'esistenza si costituirebbe come rapporto
con l'essere solo per realizzare l'impossibilità del rapporto. Difatti,
nel primo caso, essa metterebbe capo all'impossibilità di distaccarsi
dal nulla, nel secondo caso è metterebbe capo all'impossibilità di
riattaccarsi all'essere. Esse riducono l'esistenza ad una impossibilità
fondamentale e quindi sono negate l'indeterminazione e la libertà.
Essere riducono la decisione e la scelta esistenziale a decidere quello
che già è stato deciso, a scegliere quello che già è stato scelto. Esse
tolgono al destino dell'uomo il suo carattere di fedeltà libera e lo
riducono all'accettazione del fatto. Esse infine rendono impossibile
qualsiasi normatività e qualsiasi valutazione. L'impostazione che io
presento – conclude Abbagnano - realizza autenticamente
l'indeterminazione e la libertà dell'esistenza. L'esistenza si pone nel
rapporto con l'essere riconoscendosi come pura possibilità di questo
rapporto e rimanendo fedele alla problematicità della sua struttura. Se
si definisce l'esistenza rispetto al suo rapporto con l'essere,
l'esigenza di consolidare e fondare questo rapporto agisce come norma
interiore nella costituzione dell'esistenza e come principio valutativo
delle possibilità che le si offrono. La mia esistenza non dipende
propriamente né dal nulla né dall'essere, ma dalla possibilità di essere
nella quale mi costituisco.
Negli anni seguenti Abbagnano diventò in poco tempo la figura più
importante dell’esistenzialismo italiano, che rappresentò uno sviluppo
originale della corrente filosofica rispetto ai suoi rappresentanti
ufficiali in Germania (vedi Heidegger e Jaspers) e in Francia (Sartre e
Marcel). Ma avvenne anche un ulteriore approfondimento nel suo pensiero:
una attenzione particolare alla scienza e alle metodologie scientifiche.
Se nei suoi scritti giovanili Abbagnano aveva in fondo preferito l’arte
alla scienza, adesso ridava valore alla scienza e le attribuiva valore
filosofico prendendo proprio posizione contro quelle correnti
filosofiche che tendevano a sminuirla o a disprezzarla (vedi ad es.
l’idealismo o il neoidealismo). Scienza e filosofia sono entrambe
importanti e si basano su due atteggiamenti diversi ma che non si
escludono a priori a vicenda. La scienza tende alla conoscenza del
mondo, ad ordinare i fenomeni che lo costituiscono, a rendere possibile
l’uso delle cose, mentre alla filosofia spetta il problema dell’uomo,
anche e soprattutto nel senso che il filosofo non può mai essere uno
spettatore disinteressato e disincarnato di quello che gli succede come
invece deve essere lo scienziato nei confronti della realtà che indaga.
Vi è così da un lato il riconoscimento della validità della scienza ma
dall’altro lato la difesa del valore perenne della filosofia. Abbagnano
considerava la saggezza la caratteristica propria della filosofia in
quanto “progetto dei comportamenti legittimi dell'uomo di fronte alle
cose”. Scienza e filosofia costituiranno sempre per Abbagnano due
discipline distinte ma entrambi indispensabili.
Vi è poi un elemento di indubbio valore concettuale elaborato in quegli
anni da Abbagnano: si tratta della centralità attribuita alla categoria
di possibilità, e la conseguente contrapposizione tra filosofie della
necessità e filosofie della possibilità. L’opera che riassume queste
riflessioni è Possibilità e libertà(1956). Per possibile, afferma
Abbagnano, intendiamo ciò che può essere o non essere ed è solo come
tale. Il possibile si riferisce in altri termini ad ogni condizione,
stato un modo di essere che comunque includa indeterminazione,
instabilità, incertezza, precarietà, pericolo o rischio. Dall'altro
lato, esso non esclude neppure la determinazione, la stabilità, la
certezza, eccetera, se queste condizioni o stati non vengono
assolutizzati e considerati irremovibili. Esso esclude soltanto e
proprio questa assolutizzazione, cioè l'irrigidimento ontologico di tali
condizioni o stati in modi di essere privi di interna problematicità. Il
possibile è finito perché include (come possibile) la possibilità del
suo non-essere. Il possibile può non essere: qui è la sua finitudine.
Questo carattere decisivo in primo luogo esclude che un possibile sia
necessariamente destinato a realizzarsi. La realizzazione possibile
rimane sempre interamente problematica in quanto il possibile è, per
definizione, ciò che può non essere. In secondo luogo, il carattere
finito del possibile esclude che il possibile possa mai presentarsi
nella forma di una totalità assoluta. Come possibilità di essere o di
non essere di qualche cosa, il possibile è sempre una condizione, una
situazione o meglio uno stato o un modo d'essere concretamente
determinato e solo indeterminato rispetto al suo potere essere o non
essere. L'essere possibile è anche l'essere costituzionalmente
normativo. Le azioni e gli atteggiamenti che noi valutiamo positivamente
sono soltanto possibilità che, nell'atto di essere scelte, si rafforzano
e si garantiscono ripresentandosi ancora e sempre come possibilità da
scegliere e da conservare. Allo stesso modo, le nozioni o le conoscenze
che dichiariamo avere un sono quelle alle quali possiamo ancora sempre
ricorrere, che possiamo ancora sempre controllare, confermare e
utilizzare per i nostri scopi. Io non posso aspirare alla sicurezza e
alla dignità della persona se offendo, in me o in altri, questa
sicurezza e dignità.
La filosofia si muove quindi nell'orizzonte del possibile e “in questo
orizzonte trova la prima condizione del suo costituirsi”. Il possibile
si distingue poi sia dal virtuale sia dal contingente e si contrappone
al necessario. Se però il possibile è contrapposto al necessario, esso
non si contrappone al reale; anzi il reale stesso è il possibile. Il
possibile cioè non è detto che si realizzi necessariamente, mentre il
reale è il possibile stesso in quanto si é realizzato, anche se avrebbe
potuto non realizzarsi. In conclusione il suo esistenzialismo è una
“filosofia del possibile”: una filosofia che da un lato esclude che i
progetti dell'uomo siano necessariamente condannati al fallimento e allo
scacco, e dall'altro non ne garantisce comunque l’inevitabile riuscita.
La categoria di possibilità si unisce inoltre a quella di libertà. La
libertà è, secondo Abbagnano, la possibilità di scelta tra diverse
possibilità date: è una libertà vincolata finita, parziale, condizionata
ma comunque valida. Egli rifiutava una spiegazione puramente causale
della realtà a causa del duplice carattere di totalità e di
infallibilità che le veniva attribuito, e ad essa contrapponeva una
spiegazione condizionale cioè un processo esplicativo che tentava di
determinare le condizioni che permettono il verificarsi di un evento
senza tuttavia necessariamente produrlo.
In un saggio intitolato Esperienza e possibilità in Dewey
(contenuto sempre in Possibilità e libertà), Abbagnano sostiene
che la categoria del possibile designa la modalità fondamentale di ciò
che è in quanto è. In questo senso il possibile è la modalità di tutto
ciò che è incerto, precario, instabile e dubbioso, cioè di tutto ciò da
cui o intorno a cui può nascere un problema qualsiasi che una ricerca
diretta a risolverlo. Esso è, in altri termini, la modalità fondamentale
della realtà umana e di ogni realtà che è in rapporto con l'uomo, perciò
l'uso rigoroso di questa categoria come strumento metodico di ricerca,
evita ogni assolutizzazione, dogmatizzazione e esaltazione della realtà
e consente di riconoscerle quel carattere ambiguo e indeciso, che rende
possibile e stimola la ricerca filosofica, cioè lo sforzo dell'uomo
verso un mondo più stabile, ordinato e significante. Rispetto al
concetto di esperienza di Dewey, il possibile ha il vantaggio, secondo
Abbagnano, di costituire una categoria intrinseca alla filosofia stessa;
ha inoltre il vantaggio di presentare quella bizzarra mescolanza di
instabilità e di instabilità che è il mondo dell'esperienza nella sua
radice unica e semplice o per così dire nella sua sorgente. Non si
tratta tanto di una distribuzione delle parti: ciò che appare stabile
può, un certo momento, rivelarsi ed essere instabile o viceversa. Si
tratta dunque di possibilità che lasciano sempre aperta l'alternativa.
Una filosofia che si riferisca a questa categoria e la assuma come sua
guida o fondamento non sarà mai né una filosofia assolutistica e
totalitaria né una filosofia negativa o rinunciataria, sarà piuttosto
una filosofia consapevole dei suoi limiti e aliena dal promettere ciò
che non può mantenere; una filosofia critica, sempre disposta a rivedere
le sue conclusioni e a riporre in questione sui risultati; una filosofia
infine che non si baloccherà con formule magiche, ma affronterà concreti
problemi e cercherà di darle concrete soluzioni. E in un altro saggio,
L'appello alla ragione e le tecniche della ragione, Abbagnano afferma
che una scienza e una filosofia che si muovono nell'orizzonte del
possibile non si prestano a sostenere alcun mito illusorio: se la
scienza moderna è tecnicamente più attrezzata, è anche vero che la sua
tecnica include per l'uomo maggiori pericoli ed è più esposta e più
fragile. Inoltre essa ha tolto ogni appiglio al mito del perfezionamento
inevitabile. La scienza e la filosofia, conclude Abbagnano, possono e
debbono trovare le vie e i mezzi per garantire all'uomo il possesso e
l'uso dei valori materiali e spirituali che sono a fondamento della sua
vita, ma non possono dargli una garanzia assoluta di tali valori. Al
primato della vita sul pensiero, si sostituiva così il riconoscimento
della funzione essenziale della ragione. E questo è, si noti, un
cambiamento radicale di prospettiva rispetto alle sue posizioni
giovanili. Da adesso è la ragione e non più la vita che può trasformare
e migliorare il mondo, così come è la ragione che ha reso possibile,
mediante la scienza e la tecnica, il dominio dell'uomo sulla natura; è
la ragione che può far sì che la scienza e la tecnica non divengano una
minaccia per l'umanità. Scienza e tecnica sono strumenti che, se ben
usati possono contribuire alla convivenza umana. La ragione anzi è essa
stessa una tecnica o, più precisamente un complesso articolato di
tecniche attraverso cui si sviluppa la ricerca.
Visti questi presupposti, la filosofia di Abbagnano viene da lui
ridefinita con un altro termine. D’ora in poi si riferirà al proprio
pensiero come ad un empirismo metodologico. Rimane certo sempre e
comunque l’esigenza esistenzialistica però d’ora in poi preferirà
precisarla nel senso di un pensiero che si basa su un metodo
empiristico. Cominciamo col dire che un principio metodologico generale
non soltanto impegna all'uso di tecniche di attestazione e di controllo,
ma esige come regola che esse siano suscettibili di autorettificazione.
Con ciò egli ritiene che l’empirismo debba essere inteso soprattutto
come una esigenza metodologica. In altre parole ciò che definisce
l'orientamento empiristico in filosofia è il riconoscimento esplicito di
tale principio metodologico generale e perciò la disposizione ad
utilizzare, senza obiezioni e pregiudiziali, ogni strumento tecnico che
soddisfi a quel principio e ogni risultato che possa essere attestato e
controllato da uno di tali strumenti.
A questo atteggiamento è perciò connesso il senso operante dei limiti
delle scienze, delle imperfezioni delle tecniche e del carattere non
dogmatizzabile dei risultati. Ciò che si deve escludere è
l'irrigidimento dogmatico di tali risultati considerati avulsi dal loro
contesto, al di fuori dei limiti di validità consentiti dall'operazione
di controllo e adoperati come pezzi di materiale grezzo per costruzioni
di diversa natura, alla cui solidità essi non possono minimamente
contribuire. Ciò che la regola metodologica esige è che il problema
particolare che il filosofo si trova davanti e che è interessato ad
indagare, non venga artificialmente impoverito e ridotto ad uno solo
degli aspetti, e precisamente a quello trattabile e con la tecnica
analitica preferita. Il principio metodologico impegna me come filosofo
(e anche come non filosofo) a dare conto umanamente delle mie
asserzioni, cioè a darne conto all'anche agli altri uomini mediante
procedimenti che gli altri possano intendere e adoperare con una certa
efficacia. Esso pertanto mi colloca fin dall'inizio nell'orizzonte
umano. Impegnandomi a dar conto agli altri, quel principio mi impegna a
considerare me stesso costantemente i rapporto con gli altri.
L'empirismo è perciò il tentativo di esplorare, con l'occhio umano, il
mondo umano.
Alcuni anni dopo, Abbagnano introdurrà un ennesimo nuovo termine per
indicare l’ambito delle proprie ricerche. Parlerà di nuovo illuminismo.
Esso – spiega Abbagnano - accetta il carattere problematico che la
filosofia è giunta a riconoscere a se stessa perché lo ritiene radicato
nella stessa realtà che costituisce il suo oggetto o suo tema
fondamentale. Secondo questo atteggiamento, la filosofia è problematica
perché la realtà stessa è problematica. Questo atteggiamento non
presuppone che il mondo sia stabile, rifinito e sicuro e tale da offrire
all'uomo in tutti i campi di ogni garanzia di riuscita; per ciò stimola
continuamente la ricerca filosofica verso l'invenzione o il ritrovamento
di mezzi e strumenti atti a permettere all'uomo di orientarsi nel mondo
e di farne un mondo quanto più è possibile umano contratti proprio sotto
questo aspetto, gli indirizzi contemporanei riconducibili a tale
atteggiamento si possono indicare con il nome di nuovo illuminismo.
L'illuminismo settecentesco fu dominato dall'esigenza di fare del mondo
la casa dell'uomo; lo strumento di tale realizzazione era la ragione. La
ragione intesa non però come sostanza del mondo bensì come forza umana,
finita e tuttavia efficace, che agisce sul mondo e nel mondo a servizio
dell'uomo. Dal '700 ad oggi, molti dei miti, delle illusioni
ottimistiche, delle esasperazioni polemiche, proprie del illuminismo,
sono ovviamente cadute, conclude Abbagnano. Tuttavia l'esigenza propria
dell'illuminismo conserva la sua validità per le correnti più proprie e
significative della filosofia contemporanea.
Nel giugno 1953 Abbagnano organizzò, proprio per difendere e diffondere
queste idee, un convegno che lo vide relatore insieme a Bobbio e a
Geymonat, e al quale parteciparono una trentina di studiosi: pur essendo
presenti filosofi di diverse tendenze, fu possibile una comunanza di
intenti in una presa di posizione a favore di una filosofia che fosse
d’accordo su una interpretazione non metafisica della ricerca filosofica
e fosse attenta ai rapporti tra filosofia e scienza. Il neo-illuminismo
durò una breve stagione ma rappresentò in quegli anni una nuova politica
culturale molto creativa. Il frutto più maturo di Abbagnano fu il suo
famoso Dizionario di filosofia, pubblicato nel 1961, dopo un decennio di
lavoro metodico condotto da solo.
Negli ultimi anni Abbagnano si dedicò alla divulgazione del suo pensiero
ad es. in libri che raccoglievano i suoi interventi su vari giornali e
riviste. Ricordiamo a questo riguardo i titoli: Per o contro l’uomo
(ed. Rizzoli 1968), Fra il tutto e il nulla (Rizzoli 1973), La
saggezza della vita (Rusconi 1985) La saggezza della filosofia
(Rusconi 1987), ecc.
BIBLIOGRAFIA MINIMA
Abbagnano, Scritti esistenzialisti, UTET Torino 1988
Abbagnano, Scritti neoilluministici, UTET, Torino 2001
copyright by Ernesto Riva
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